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Strategie equity: la volatilità decide la direzione degli indici azionari

di La redazione di Soldionline 22 dic 2006 ore 08:59

21 dicembre,

Premessa

Una delle metodologie più utilizzate dagli Hedge Funds per cercare di prevedere la direzione degli indici azionari, è quella di studiare ed interpretare la volatilità.
La relazione tra il prezzo di un indice e la sua volatilità, intesa come variabilità dei suoi rendimenti misurata in un determinato arco temporale, è tipicamente una relazione inversa.
Al crescere di una variabile dovrebbe cioè corrispondere una decrescita dell'altra.
Semplificato ulteriormente vuole dire che solitamente, quando la differenza tra il valore minimo e massimo dei principali titoli di un indice comincia ad ampliarsi, è un segnale negativo che potrebbe anticipare una correzione.
Viceversa, soprattutto dopo una correzione, i rendimenti giornalieri tendono a riportarsi sulla loro media, e ciò andrebbe interpretato come un segnale che gli elementi che hanno causato il movimento stanno rientrando o sono già scontati e, che gli investitori stanno riacquistando fiducia.
Lo studio della volatilità di un'asset class può dare anche altre preziosissime informazioni, tuttavia lo scopo di questa analisi si limita solo a cercare di sottolineare, in modo puntuale, la relazione passata tra volatilità e prezzi di alcuni dei principali indici azionari.


Considerazioni qualitative

La volatilità di fatto è un indice che misura la variazione media dei prezzi nel tempo.
Il semplice fatto che un prezzo di una qualsiasi asset class cominci a muoversi in un senso o nell'altro in maniera inusuale, ovvero al di sopra o al di sotto della sua media, significa che sta per accadere qualcosa.
Anche a livello puramente intuitivo, maggiori sono le dimensioni di una asset class, minore dovrebbe essere la sua volatilità, ovvero gli scostamenti dalla media dei rendimenti.
Un indice azionario per definizione dovrebbe essere molto meno volatile dei singoli titoli che lo compongono, per il semplice fatto che è un paniere e che dovrebbe essere bilanciato dall'andamento (per quanto ponderato) di titoli con caratteristiche e rischio diverso.
Un movimento anomalo di un indice, indipendentemente dal segno, significa che diversi titoli stanno registrando movimenti in eccesso rispetto alla rispettiva media.
Ovviamente andrebbero immediatamente verificate le ragioni di tali scostamenti, ma per definizione movimenti anomali in diversi titoli che compongono un indice, sono un segnale che qualcosa è appena accaduto o sta per accadere.
Nel paragrafo successivo vedremo graficamente il comportamento degli indici azionari a fronte dell'andamento della volatilità.
La volatilità tende a diminuire in un mercato rialzista.
Le ragioni sono semplici e di carattere sia qualitativo che psicologico.
La formazione di un prezzo è semplicemente l'incontro di due forze.
In un mercato rialzista l'azione di vendita e di acquisto sono mediamente più composte, al contrario di un mercato ribassista.
Soprattutto nei mercati finanziariamente più evoluti si verifica una intensa attività di vendita di opzioni call (cessione del diritto di acquisto verso pagamento di un premio) che da un lato permette ai venditori di aumentare il rendimento delle attività potenzialmente cedute grazie al premio, dall'altro però incrementa le forze di vendita rallentando l'azione dei compratori.
Questo riguarda tutte le asset class. Specifico dei mercati azionari è invece la crescita continua dei prezzi che a livello teorico dovrebbe verificarsi nel lungo periodo, conseguente alla crescita economica a livello macro che dovrebbe corrispondere alla crescita degli utili aziendali a livello micro.
Traslato su un indice azionario, il prezzo dovrebbe perciò nel tempo tendere ad incorporare crescita economica e utili aziendali, così come durante l'anno si crea l'effetto dividendo il cui rateo va ad aggiungersi al prezzo.
Contribuisce inoltre l'attività dei fondi di investimento, che di fatto sono degli strutturali compratori degli indici azionari, su cui riversano parte della raccolta, funzione diretta della crescita del PIL.
Da un punto di vista psicologico inoltre una situazione di calma reale o apparente su una asset class tranquillizza gli investitori che ritengono di avere più tempo per le loro decisioni e contribuisce a ridurre la variabilità dell'indice.
Esattamente l'opposto in un mercato ribassista.
La volatilità tende ad aumentare all'inizio del movimento al ribasso, fino a raggiungere il suo massimo incremento in prossimità dei minimi.
Anche in questo caso il motivo è estremamente intuitivo.
Un indice inverte il suo trend o perché è accaduto qualcosa che impatta negativamente, oppure semplicemente perché i multipli sono diventati elevati o perchè è stato toccato un livello tecnico importante.
Soprattutto nel primo caso, la paura tende ad avere un impatto maggiore rispetto alla avidità, per cui i venditori nella fase iniziale del movimento tendono ad essere numericamente più numerosi in rapporto ai compratori.
In sintesi, i ribassi sono più violenti e concentrati in termini di tempo rispetto ai movimenti al rialzo.




Correlazione tra volatilità e prezzo di un indice

Osserviamo il rapporto tra volatilità e rendimento cumulato di alcuni tra i principali indici azionari a partire dal 1999.



La correlazione tra volatilità e rendimenti per l'S&P è negativa.



L'unico caso in cui la correlazione tra le due variabili è positiva, seppure di poco, è nel caso del Nasdaq, ma in questo caso va considerato che la volatilità era arrivata a livelli tali nel 2000, che nel 2001 sono scesi sia l'indice che la stessa volatilità.
Nel periodo, alcuni picchi giornalieri della volatilità implicita, superarono addirittura il 70%, valore assolutamente spropositato per un indice azionario non emergente.
Il Nasdaq calcolato su un arco temporale più lungo, mostrerebbe quindi anch'esso una correlazione negativa.
In questa analisi tuttavia usiamo per tutti gli indici lo stesso arco temporale.



Il Nikkey è molto interessante perché ha una elevata correlazione con il Nasdaq, pur avendo una volatilità strutturalmente inferiore.
Osserviamo anche come negli ultimi mesi, la volatilità sia stata più elevata rispetto all'S&P, anche se in diverse fasi è stata sensibilmente inferiore.



Il Dax mostra una volatilità mediamente più elevata rispetto a indici come il Nikkei e l'S&P.
Anche rispetto agli altri indici europei è maggiormente volatile.


Interessante può essere osservare i picchi di volatilità (GRAFICO N.6) raggiunti dai diversi indici.
Il Nasdaq ha raggiunto i livelli più elevati nel periodo 2000-2001.
Il Dax ha mostrato valori più elevati ad inizio 2003 in prossimità dei minimi, con il Nasdaq che contemporaneamente aveva già iniziato il rimbalzo (ottobre 2002):
Infine il Nikkei che al momento tra gli indici considerati, è quello con la volatilità più elevata.





Tutti gli indici, eccetto il Nasdaq, presentano una correlazione negativa tra volatilità e livello di prezzo degli indici azionari.



Come è facile ipotizzare, tra gli indici considerati il Nikkey è quello maggiormente decorrelato.



I discorsi fin qui fatti sul rapporto tra volatilità e livello di prezzo degli indici, vanno però anche tradotti in termini operativi.
Nella attuale fase di mercato alcuni indici, in primis l'S&P, hanno toccato nuovi minimi in termini di volatilità.
L'S&P in particolare, arrivando ad una volatilità del 10%, ha raggiunto valori che non toccava dal 1995.
Allo stesso tempo a fronte di una volatilità ai minimi, non corrispondono prezzi ai massimi (almeno per una parte degli indici). Inoltre i multipli sono mediamente meno elevati rispetto alla maggiore parte delle precedenti fasi positive degli indici.
Nelle ultime settimane, soprattutto in presenza di dati macro negativi per gli indici azionari, tuttavia la volatilità ha tentato di rimbalzare, con un contemporaneo movimento di debolezza delle borse. L'S&P in versione prefestiva nondimeno ha abortito ogni serio tentativo di ribasso.
Un movimento ribassista, dopo quasi sei mesi di rialzo, sarebbe quindi abbastanza facile da prevedere.

L'intensità di un eventuale movimento ribassista come abbiamo potuto verificare nell' ottobre 2005 e soprattutto nello scorso maggio, può essere estremamente violenta. Basti pensare che la volatilità dell'S&P nel mese di maggio è praticamente raddoppiata passando dal 12 ad un picco del 24%.
Questa esplosione della volatilità in poche sedute di borse, temiamo sia diventata una caratteristica strutturale dei mercati finanziari.
La benchmarkizzazione e i fondi passivi amplificano i movimenti e così molti investitori istituzionali tendono ad essere sempre dalla stessa parte, causando così, soprattutto al ribasso, movimenti più violenti di quanto i fondamentali macro giustificherebbero.
Meno facile identificare la tempistica del prossimo storno, dato il periodo tradizionalmente favorevole al mercato azionario.
Tra le variabili che potrebbero innescare una presa di profitto monitoreremmo soprattutto il dollaro e le valute emergenti, il petrolio e l'inflazione, i rischi geopolitica, la congiuntura economica negli Stati Uniti.





conclusioni

L'analisi della volatilità, che per semplicità può essere trattata anche essa come un prezzo, può essere molto utile nel cercare di prevedere l'andamento degli indici azionari.
La correlazione negativa esistente tra volatilità e livelli di prezzi degli indici, mostra infatti come un aumento della volatilità può fare ipotizzare un successivo calo degli indici.
Viceversa un movimento contrario, in cui la volatilità si riduce dopo una fase di storno, può fare presagire un recupero degli indici.
Tra i diversi grafici sono da tenere in considerazione soprattutto quello che mostra la correlazione tra volatilità e livello di prezzo dei diversi indici e quello con la correlazione tra gli stessi indici. Il Nikkey risulta al momento quello maggiormente decorrelato.
Traslando questi discorsi alla operatività sui mercati, segnaliamo che la volatilità ai minimi a 10 anni sull'S&P, lascerebbe ipotizzare l'avvicinarsi di una presa di profitto.
Tuttavia la tempistica non è facile da prevedere in quanto i prezzi di diversi indici sono ancora lontani dai massimi, i multipli sono mediamente inferiori a quelli toccati nelle precedenti fasi di rialzo e soprattutto siamo ancora in un periodo statisticamente favorevole agli indici azionari

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