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Portafogli obbligazionari: i tre rischi fondamentali da monitorare e gestire

In questa fase, in assenza di scenari chiaramente delineati e con la possibilità di forti accelerazioni del mercato in un senso o nell’altro, è importante identificare precisamente i rischi collegati al proprio portafoglio di investimenti

di Redazione Soldionline 27 ago 2009 ore 11:25
Articolo a cura di JCAssociati.it

In questa fase, in assenza di scenari chiaramente delineati e con la possibilità di forti accelerazioni del mercato in un senso o nell’altro, è importante identificare precisamente i rischi collegati al proprio portafoglio di investimenti. Questo ovviamente vale anche per i portafogli obbligazionari, o per la componente obbligazionaria dei portafogli bilanciati.

Ci sembra quindi interessante effettuare un approfondimento relativamente alle diverse tipologie di rischio collegabili ad un portafoglio obbligazionario:

    * Rischio tasso: cioè il rischio di variazione del valore del portafoglio in conseguenza dell’oscillazione dei tassi di interesse;
    * Rischio emittente: cioè il rischio che il risultato complessivo possa essere compromesso dall’insolvenza di uno o più emittenti, (o dai timori di insolvenza del mercato);
    * Rischio liquidità: cioè il rischio che una o più emissioni presenti in portafoglio possa non essere liquidabile velocemente e a condizioni economicamente vantaggiose.

Rischio tasso

Relativamente a questa tipologia di rischio, la misura ritenuta universalmente più attendibile è quella della “duration”. In termini pratici la duration misura la variazione di valore di un obbligazione all’oscillare dei tassi di interesse.

In ottica di portafoglio, è possibile determinare la duration media; maggiore è questo valore, maggiore sarà l’esposizione del portafoglio al rischio tasso, generando utili nel caso di discesa dei tassi e viceversa.

Rischio emittente

Relativamente a questa tipologia di rischio, non è possibile determinare con precisione il livello di rischio in quanto la variabile fondamentale (cioè la possibilità di insolvenza degli emittenti) non può essere “sintetizzata” in una formula matematica.

A livello di portafoglio tuttavia, si possono effettuare delle misure su quanto “rischio emittente” si stia sopportando. Una prima misura utilizzabile è quella del rating medio di portafoglio; tanto maggiore è il rating medio, tanto minore dovrebbe essere il rischio emittente e viceversa.

Una seconda misura, che si è dimostrata in passato più accurata, è quella di misurare lo “spread” medio di portafoglio (cioè il differenziale di rendimento rispetto ai titoli di stato o ai tassi interbancari swap). Maggiore è questo valore, maggiori sono le aspettative di insolvenza che il mercato sta assegnando ai titoli presenti in portafoglio e viceversa.

Rischio liquidità

Relativamente a questa tipologia di rischio, è possibile effettuare una misura sintetica attraverso la misura dello spread medio “denaro – lettera” (cioè la differenza delle quotazioni in acquisto e in vendita degli intermediari); maggiore è il valore medio ottenuto, minore è la liquidità del portafoglio, segnalando quindi potenziali difficoltà nello smobilizzo degli investimenti.

Sottolineiamo che questa misura (cioè lo spread medio denaro–lettera) è a volte di non facile determinazione e in alcuni casi può fornire, soprattutto per singoli titoli, indicazioni non esatte (p.es. nel caso di quotazioni con spread denaro-lettera contenuti ma per importi molto ridotti). Tuttavia, per portafogli abbastanza ben differenziati, e comunque in assenza di alternative valide, lo spread medio denaro-lettera può dare indicazioni sufficientemente attendibili.

Venendo adesso al modo di gestire i rischi sopra esposti; ad ogni tipologia il mercato associa un “prezzo”, sotto forma di rendimenti più o meno elevati. Tale “prezzo”, varia ovviamente in funzione della specifica situazione del momento e delle aspettative future. Si possono quindi effettuare specifiche scelte di investimento sulla base delle proprie aspettative rispetto a quelle di mercato.

In termini pratici, venendo p.es. alla situazione attuale, il Rischio tasso è in questo momento abbastanza ben “pagato”, visto che i tassi decennali in Euro sono di oltre 3 punti percentuali superiori rispetto a quelli a brevissima scadenza. Questo differenziale è dovuto alle aspettative di ripresa dell’economia, che farebbero aumentare i rischi di inflazione a partire da metà 2010.

Il Rischio emittente invece è sempre meno ben “pagato”; dopo gli eccessi di pessimismo dei mesi scorsi infatti, i rendimenti delle obbligazioni “corporate” sono drasticamente scesi, segnalando anche in questo caso aspettative di ripresa economica, che dovrebbero scongiurare i fallimenti “in massa” che sembravano inevitabili solo pochi mesi fa.

Infine il Rischio liquidità resta abbastanza ben pagato, con rendimenti che continuano ad essere decisamente più elevati (sia in termini assoluti, sia relativamente ai valori medi degli ultimi anni) per i titoli poco liquidi rispetto a quelli p.es. quotati su mercati regolamentati (come MTS e MOT).

Secondo questo approccio quindi, in questa fase di mercato andrebbero:

    * aumentati i titoli a duration elevata, aumentando quindi il Rischio tasso;
    * ridotti (soprattutto se si era molto esposti in precedenza) i titoli “corporate”, diminuendo quindi il Rischio emittente;
    * aumentati (compatibilmente con le proprie esigenze) i titoli a bassa liquidità, aumentando quindi il Rischio liquidità.

 

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