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Performance e comportamento degli indici azionari nelle ultime recessioni

A fronte di un futuro incerto ci si può rifare al passato per cercare di prevedere il comportamento dei mercati. Almeno da un punto di vista temporale e percentuale.

di La redazione di Soldionline 7 mar 2008 ore 10:31

Come abbiamo infatti sottolineato precedentemente in diversi report, questo tipo di approccio mediamente paga, esattamente come i sono importanti minimi e massimi di periodo o le medie a 100 e 200 sedute nell'analisi tecnica, anche per l'effetto psicologico che ha sugli investitori.
Di conseguenza, per cercare di fare delle ipotesi credibili sulla durata dell'attuale trend ribassista sugli indici azionari, possiamo rifarci a precedenti fasi di tipo recessivo.
Confronteremo perciò l'andamento degli indici rappresentativi sia delle società a grande che a piccola capitalizzazione nelle fasi di mercato contraddistinte da un rallentamento della congiuntura economica, per verificare il calo prima e con quanto anticipo le due asset class reagiscono poi, a fronte di un successivo miglioramento dei dati macroeconomici.

Situazione macroeconomica e indici azionari
In un grafico a 30 anni inseriamo il GDP degli Stati Uniti a prezzi costanti, il CPI ovvero l'inflazione inclusiva anche delle componenti alimentare ed energetica, i consumi personali ed i Fed Funds.

Dall'osservazione del grafico emergono alcune linee fondamentali a nostro avviso estremamente importanti. Da tenere in considerazione nelle diverse fasi di mercato.
•1)       la politica monetaria è determinante per prevedere l'andamento del ciclo economico e quindi degli indici azionari. E' a nostro avviso importante capire in anticipo l'obiettivo della Fed. Le ultime recessioni 1980-1990-2001 sono state determinate da una politica restrittiva, con lo scopo di fermare l'inflazione (fine anni '70 e fine anni '80) o raffreddare la congiuntura (2000). Viceversa, una politica accomodante ha successivamente favorito la ripresa del ciclo.
•2)       Il lag temporale tra il cambio di politica monetaria e l' inversione del ciclo economico, è di circa due trimestri.
•3)       Gli indici azionari anticipano SEMPRE di circa due trimestri, la ripresa o il rallentamento di una congiuntura.
•4)       Consumi e PIL hanno una correlazione molto elevata. La spesa pubblica tende a smussare la differenza tra i due, ma non è in grado di colmare del tutto l'eventuale gap.

Come si comportano gli indici azionari in termini temporali e  direzionali a fronte di una recessione dei consumi o del PIL in generale.
Osserviamo il periodo a cavallo tra il 1970 e il 1980, contraddistinto da un'elevata inflazione legata al petrolio.
Il picco della congiuntura e dei consumi fu toccato a fine 1977. La politica monetaria era restrittiva in quanto lo scopo primario della Fed era la riduzione dell'inflazione.

La situazione attuale per certi versi presenta alcune inquietanti similitudini, dato il rialzo strutturale di quasi tutte le commodities.
Considerando nondimeno che i picchi di inflazione degli anni '70 dovrebbero non essere ripetibili, gli obiettivi della Fed nella fase attuale sono completamente invertiti rispetto ad allora. La politica monetaria è infatti espansiva, in quanto l'andamento della congiuntura preoccupa molto di più dell'inflazione.
Quello semmai sarà un problema che verrà affrontato successivamente.

L'S&P500 tocco i massimi circa 9 mesi prima del picco del ciclo.
Viceversa quando i consumi hanno toccato il minimo, evidenziando la recessione, erano già stati toccati nuovi massimi. Solo quando il PIL a prezzi costanti è diventato negativo, l'indice azionario nel 1982 ha nuovamente stornato, tornando sui massimi precedenti del 1976 e del 1978.
Il calo fu nel primo caso del 18,5%, nel secondo del 27,1%, in quanto partiva da livelli di indice più elevati.
Nel primo caso il recupero dal minimo necessitò di un semestre, nel secondo addirittura solo un trimestre.
Il Russel 2000 l'indice che rappresenta le società a piccola capitalizzazione, durante i due periodi negativi dal picco di prezzo perse in entrambi le fasi di mercato circa il 30%.
Nuovi massimi furono toccati in circa 3 anni nel primo calo e in circa 2 anni nel secondo.
Osserviamo il periodo tra il 1987 e il 1993, contraddistinto ancora da un'elevata inflazione ma anche dalla crisi delle Saving & Loans. Ragione per cui i Fed Funds furono abbassati dal 10 al 3% nel giro di circa 3 anni.

Anche il questo caso il calo dell'S&P500 ha anticipato il picco di ciclo e consumi.

Tra l'agosto e il dicembre 1987 perse il 31%.
Il ciclo ha toccato il minimo nel 1991, con L'S&P500 su nuovi massimi.
Nel momento in cui la recessione è divenuta ufficiale, un altro storno ma questa volta nell'ordine"solo" del 18,25%.
Il Russel 2000 ha perso il 39 e il 35%. Evidenziando un beta più elevato.
Nuovi massimi furono toccati in circa 2 anni nel primo calo e in circa 1 semestre nel secondo.
Infine andiamo al periodo 2000-2003, contraddistinto da timori geo-politici (torri gemelle, Afghanistan, Irak) dalla bolla internet, dalle incertezze della elezione del 2000 negli Stati Uniti.

 

Paradossalmente in questo caso i consumi hanno tenuto. Al contrario sono venuti meno gli investimenti dato l'overspending nell'information tecnology tra il 1998 e il 2000.
L'S&P500 ha cominciato a crollare circa 6 mesi prima del minimo del ciclo e ha richiesto circa 7 anni per rivedere i massimi. Non ancora tecnicamente superati.
Il calo dal massimo è stato del 46,5%.
Le piccole capitalizzazioni paradossalmente si sono comportate "meno peggio". Non tanto in termini assoluti (-47%) ma per il fatto che il rimbalzo è cominciato prima.

Quale è stato il calo degli indici azionari nella attuale fase di mercato?
L'S&P500 dal massimo di ottobre 2007 ha finora perso il 16,3%, contro il 24% del Russel.

Concludendo, se non abbiamo dubbi che la politica monetaria accomodante prima o poi "aiuterà" gli indici azionari, ripristinando un trend positivo ben prima del minimo del ciclo economico, non è facile fare delle supposizioni sul entità del calo.
Abbiamo considerato 3 fasi di mercato contraddistinte da eventi macro molto gravi come una crisi petrolifera, il fallimento di molte banche di piccole e medie dimensioni, lo sboom della tecnologia in concomitanza con una gravissima crisi geo-politica.
Il massimo calo dell'S&P500 è stato rispettivamente del 27, del 31 e del 46,5%.
Peggio è andata alle società a piccola capitalizzazione rappresentate nell'indice Russel 2000, arrivate a perdere quasi il 50%.
La situazione attuale per certi versi è migliore delle precedenti, per altri forse addirittura peggiore.
L'economia è infatti solida, le aziende mediamente sovracapitalizzate, i multipli estremamente contenuti. Il che dovrebbe indurre gli investitori alla massima serenità.
Al contrario al mega trend delle materie prime, si contrappone una seria crisi finanziaria.
A differenza delle 3 precedenti occasioni tuttavia la Fed è intervenuta nella fase iniziale della crisi e non successivamente. Questo dovrebbe quindi mitigare la violenza e, speriamo l'entità, del crollo.
Un altro fattore va tuttavia considerato, ovvero la debolezza del dollaro che in un certo senso favorisce gli Stati Uniti rispetto alle altre aree geografiche.
Nello stesso periodo l'Eurostoxx e il Dax hanno invece perso rispettivamente il 22,7 e il 21,6%. Il Mibtel per occuparci anche del nostro indice, addirittura il 26,5%. Valori che si avvicinano significativamente a quelli dell'S&P500 nelle tre fasi negative precedenti.
Escludendo quindi la fase 2000-2003 contraddistinta da problematiche a nostro avviso complessivamente più gravi di quelle attuali, a livello puramente statistico avremmo ancora un certo potenziale ribassista.
L'S&P500 potrebbe quindi arrivare in area 1200/1250 e il Dax tra 5500 e 6000.
Confortante invece la durata del crollo in due occasioni su tre, ovvero tra 1 e 2 trimestri prima del rimbalzo. 2 o 3 anni sono stati gli anni necessari per toccare nuovi massimi. Tranne che nel 2000, fase dalla quale non si siamo ancora ripresi.
Se ipotizziamo quindi che l'attuale fase di mercato ha maggiori similitudini con le prime due recessioni considerate, potremmo avere a breve una ulteriore violenta gamba ribassista. Prima del definitivo rimbalzo.

a cura di JC&Associati
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