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Materie prime per battere l’inflazione

In alcuni report recenti ci siamo già occupati delle materie prime, nei quali abbiamo cercato di indagare sia il loro potenziale di decorrelazione dei portafogli azionari, sia le loro qualità come oggetto di investimento diretto.

di La redazione di Soldionline 12 ott 2007 ore 10:39






La conclusione è che mentre la correlazione con gli indici azionari quasi nulla su un arco di tempo abbastanza ampio le rende idonee a ridurre il rischio di portafoglio, l'investimento diretto in alcune di esse è stato caratterizzato, nel passato, da un rapporto rischio rendimento poco efficiente. A causa soprattutto di una elevata volatilità dei rendimenti e di performance molto diverse per le diverse commodities, rendimenti che in alcuni casi sono stati molto deludenti (inferiori all'inflazione, vedi i coloniali e le carni), in altri più che soddisfacenti (vedi le materie prime industriali ed energetiche).
Per completare l'analisi di questa asset class rimane dunque da indagare la sua effettiva correlazione con l'inflazione al consumo. In altre parole, cercheremo di capire, per ciascuna categoria di commodity, in che misura i movimenti del prezzo vengono riflessi nel consumer price index (CPI).
Per far questo abbiamo ritenuto opportuno effettuare il calcolo della correlazione non sulle singole materie prime, che ci avrebbe condotto a risultati fuorvianti, ma per categorie di commodities, suddivise tra energetiche, industriali, cerealicole, coloniali, e carni.
A questo scopo abbiamo utilizzato gli indici future calcolati e pubblicati dal Commodities Research Beaurau (CRB), ciascuno dei quali comprende un paniere di materie prime appartenenti alla medesima categoria. Il Beaurau ha iniziato a pubblicare questi indici nei primi anni '90. Per questa ragione le serie storiche su cui abbiamo condotto la nostra analisi non sono particolarmente lunghe. Il calcolo è stato fatto su un arco temporale di 11 anni, non lunghissimo ma sufficiente a consentirci di trarre alcune importanti conclusioni.
La matrice in basso riporta il dato puntuale della correlazione di ciascun indice con il Cpi su un arco di 11 anni.

CRBFENRG IndexCRBFIMPT IndexCRBFLVMT IndexCRBFGRNS IndexCRBFINDU INDEXCpi Index
CRBFENRG Index1-0,053-0,0480,0870,1590,058
CRBFIMPT Index1-0,0650,1450,181-0,039
CRBFLVMT Index1-0,012-0,0500,057
CRBFGRNS Index10,258-0,252
CRBFINDU Index10,093
Cpi Index1

Come possiamo vedere, la correlazione con il Cpi sembra positiva soprattutto per le materie prime energetiche e per quelle industriali (i c.d. metalli pesanti impiegati nei processi produttivi). Il valore assoluto di questa correlazione appare però nel complesso molto meno elevato di quanto ci si sarebbe potuto attendere.
La correlazione dei coloniali è risultata addirittura negativa come quella dei cereali.
Positiva invece la correlazione delle carni.
Un'analisi di questo tipo, in realtà, ci dice molto poco su come i prezzi al consumo reagiscano ai movimenti dei prezzi delle materie prime.
Delle indicazioni molto più interessanti rispetto al semplice dato puntuale possono provenire, infatti, da un grafico che ci mostri come il valore della correlazione con il Cpi non sia un qualcosa di 'statico', ma come per ciascuna categoria di commodity vari in maniera anche significativa nel corso degli anni, non solo in valore assoluto ma in alcuni casi anche nel 'segno'.
Abbiamo effettuato questa analisi soltanto per tre tipi di commodities: quelle industriali, quelle energetiche e quelle cerealicole.
Questo grafico è a nostro avviso illuminante rispetto alle considerazioni fatte pocanzi.
Si può vedere come il valore della correlazione delle materie prime industriali con il Cpi, passi da un anno all'altro dallo 0,10, ad un rapporto molto elevato come 0,50 per poi diventare in altre annate addirittura leggermente negativo.
Stesso discorso per le materie prime energetiche, che passano da un valore negativo per -0,40 ad uno positivo per 0,20.
Si tratta a nostro avviso di un risultato niente affatto banale, sia da un punto di vista teorico che pratico.
Da un lato infatti è evidente come la trasmissione dei rialzi di prezzo dalle materie prime al prodotto finito e commercializzato sia tutt'altro che un fenomeno meccanico.
Questo sembrerebbe dare ragione a quegli economisti che sostengono che l'inflazione sia, nel lungo periodo, un fenomeno legato all'espansione della quantità di moneta in circolazione in una economia, piuttosto che ai costi dei fattori produttivi.



Nostra elaborazione su serie storiche fornite da Bloomberg

Se così fosse, infatti, in un decennio nel quale il prezzo delle materie prime energetiche è aumentato del 12% su base annua e quello delle industriali è aumentato del 6%, avremmo dovuto confrontarci con una inflazione molto elevata, mentre questa si è mantenuta stabilmente intorno al 2,59% negli Stati Uniti, e su valori assolutamente analoghi anche in Europa.


Fonte: Bloomberg

Alle stesse conclusioni giungiamo se analizziamo come il rialzo del prezzo dei cereali abbia in realtà avuto un impatto piuttosto limitato sia sul prezzo delle carni, sia più in generale sui prezzi al consumo.
A fronte di un aumento del prezzo dei cereali del 4,11% medio su base annua, il costo delle carni è aumentato soltanto del 2,41% e l'inflazione al consumo del 2,59%.
Molti osservatori paventavano invece che il maggior costo dei mangimi per il bestiame, che ricordiamo assorbono la gran parte della produzione cerealicola su scala mondiale, avrebbe avuto un forte impatto sul costo delle carni.
Così non è stato, analogamente a quanto visto a proposito del petrolio e dei metalli industriali.
Questo dato apparentemente sorprendente si spiega in parte anche con il progresso della tecnologia, che abbassa costantemente i costi di lavorazione e di produzione, attutendo in maniera significativa gli effetti dei rialzi di prezzo degli inputs produttivi.


Fonte: Bloomberg


Conclusioni

Tirando le somme del nostro ragionamento, in uno scenario come quello attuale, è certamente lecito attendersi un forte aumento della domanda di tutte le materie prime, come conseguenza dell'esplosione demografica di paesi come Cina, India e Brasile, con un conseguente aumento generalizzato del loro prezzo.
E' altrettanto lecito attendersi che il progresso, fin qui costante, delle tecnologie, continui nel futuro prossimo a ridurre i costi di produzione.
E' facile comprendere come in conseguenza di ciò, l'investimento in materie prime, soprattutto quelle più a monte del processo produttivo come quelle energetiche, i cereali e i metalli industriali, dovrebbe essere una strategia molto valida per proteggere il capitale dall'inflazione.
Un inflazione meno dipendente rispetto al passato dai costi dei fattori produttivi e, sempre più legata invece a dinamiche monetarie.




a cura di JC&Associati

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