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Luci e ombre del nuovo maxiprestito Bce

La seconda operazione di maxi-prestito operata dalla Bce ha visto ancora numeri elevati sia per l’ammontare complessivo dell’operazione, quasi 530 miliardi di Euro che per il numero di istituto partecipanti

di Redazione Soldionline 2 mar 2012 ore 15:04

Articolo a cura di JCAssociati.it

La seconda operazione di maxi-prestito operata dalla Bce ha visto ancora numeri elevati sia per l’ammontare complessivo dell’operazione, quasi 530 miliardi di Euro (circa 300 al netto di operazioni di travaso da altre forme di rifinanziamento sempre presso la Bce), che per il numero di istituto partecipanti, che sono quasi raddoppiati. Facendo quindi un conto con la metodologia del “pollo di Trilussa” ne risulta che l’importo medio richiesto è notevolmente sceso, segno che ci porta ad ipotizzare che molte banche che non erano pronte ad aderire alla prima operazione di dicembre lo abbiamo invece fatto adesso, nonché il fatto che la dimensione media degli istituti che si sono rivolti alla Bce è decisamente inferiore.
Se guardiamo ai pochi dati ancora in nostro possesso possiamo vedere per esempio che in Italia Banca Intesa ha chiesto 24 miliardi euro (ed è ad oggi l’unico istituto ad averlo dichiarato ufficialmente nella persona del suo AD Cucchiani), Unicredit meno della metà (secondo fonti vicine all’istituto), Ubi per circa 6 miliardi e poi Monte Paschi intorno ai 15 miliardi, Banco Popolare circa 3 miliardi. Confrontando queste somme che in totale danno un ammontare di circa 60/65 siamo infatti ben lontano da quei 130 miliardi complessivi chiesti dagli istituti italiani, secondo Banca d’Italia. Se i numeri venissero quindi confermati questo significherebbe che vi è stata una larghissima partecipazione delle aziende di credito più piccole per cifre di grande rilievo!!
Questa prima deduzione, ovvero il fatto che una considerevole parte del prestito sia stato erogato a istituti medi e medio-piccoli, da un lato potrebbe evidenziare che anche gli istituti minori siano in notevole difficoltà per quanto riguarda il rifinanziamento sul mercato, tuttavia è probabile che molti piccoli istituti abbiano partecipato all’operazione non per difficoltà di finanziamento, ma per approfittare di questa operazione per migliorare la redditività di bilancio. In questo senso quindi la partecipazione delle piccole banche potrebbe non essere così negativa.
Inoltre, questa partecipazione dei “piccolini” potrebbe avere un impatto positivo sull’economia reale, visto che non raramente in Italia sono le banche di dimensioni minori ad essere vicino alla piccola e media imprenditoria, che costituisce il tessuto industriale italiano. Questi dati comunque li vedremo non prima di qualche mese.
Fermo restando il fatto che queste gigantesche immissioni di liquidità nel sistema da parte della Bce, hanno avuto ed hanno lo scopo dichiarato di alleviare le condizioni di rifinanziamento degli istituti altrimenti proibitive e compromettenti la stessa sopravvivenza di alcuni di essi, quello che appare molto importante nei mesi a venire è rappresentato da come verrà utilizzato il tempo che la Bce ha guadagnato sul mercato.


Sappiamo infatti che la concessione del maxi-prestito da un lato spegne micce esplosive che possono innescare  effetti di stretta creditizia  a catena, causando anche fallimenti alla Lehman Brothers per evocare un rischio concreto.
Dall’altro però potrebbe togliere anche quella pressione necessaria che sia le autorità europee, i singoli governi e le stesse banche dovrebbero sentire su di sé, per effettuare quelle riforme e cambiamenti necessari a far ripartire il sistema su basi più solide.
L’Europa ha infatti un gigantesco problema di governance e la gestione della crisi greca, anche oggi, palesa incertezza enormi pur nel nebuloso piano di aiuti e di ristrutturazione del debito.
I singoli governi, con Spagna e Italia in prima fila, devono percorrere una irta strada di riforme strutturali che rilancino la competitività dei paesi e riformino il sistema fiscale.
Le banche devono ulteriormente “delevereggiare” i propri asset, esplosi nel corso degli ultimi anni senza una corrispondente solidità patrimoniale che ne faccia da contrappeso; senza contare che ancora il settore ha bisogno di tagli dei costi e un efficientamento che tarda a realizzarsi.
E’ quindi palese che laddove il tempo guadagnato non verrà sfruttato in tal senso e allo scopo di tali miglioramenti strutturali, tutti questi sforzi saranno destinati al fallimento, perché rimanderanno nel tempo gli attuali squilibri, ingigantendoli ulteriormente. Il rischio è di un gigantesco castello finanziario, che senza le basi di una solido recupero dell’economia reale corra il rischio di implodere.
Il circolo vizioso per esempio tra debito pubblico-titoli di stato-acquisti da parte delle banche può essere sostenuto pro-tempore a fronte però di riforme e interventi, che permettano nel tempo allo stato di guadagnarsi la fiducia degli investitori e alle banche il ritorno, per esempio, al mercato per il rifinanziamento della propria attività caratteristica.
Quindi, laddove manchino quelle azioni che lentamente ma continuativamente permetteranno al sistema di sorreggersi sulle proprie gambe, l’attuale stampella potrebbe ingenerare addirittura dipendenza: alcuni analisti suppongono infatti non solo un LTRO-3 ma addirittura l’istituzione di scadenze anche più lontane, fino a 5 anni.
In conclusione quindi, ben venga il guadagno di tempo, ma a patto che sia speso costruttivamente.
E costruttivamente significa anche attraverso il credito alle imprese, le cui modalità di concessione soprattutto in Italia risentono ancora di criteri che potremmo definire con un eufemismo poco meritocratici e molto relazionali. E’ stato anche questo in parte a causare il notevole incremento delle sofferenze nei bilanci degli istituti italiani (secondo gli ultimi dati di Banca d’Italia le sofferenze del sistema hanno ormai superato i 100 miliardi nel 2011) che se da un lato non vogliono correre rischi e quindi esporsi su scadenze che oltrepassino i 3 anni, dall’altro hanno anche fatto scelte più politiche che economiche, spesso con la conseguenza di tagliare le linee e far rientrare chi pagava per compensare chi non pagava.
Il ritorno verso una crescita “sana” dell’Europa in crisi passa anche dalla riduzione della sfera della finanza, a favore della dimensione reale dell’economia. Lo dice e lo spera chi, come noi, lavora in finanza e spera di continuare a farlo in futuro senza la brutta reputazione del nostro settore negli ultimi anni.

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