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Impatto elezioni (e giornali esteri) sui Titoli di Stato italiani: un aggiornamento rispetto a settimana scorsa

di La redazione di Soldionline 6 lug 2006 ore 10:02
mercoledì 19 aprile 2006

Circa sei mesi fa (L'Esperto Risponde del 12 settembre 2005) analizzavamo le conseguenze di una potenziale uscita dall'Italia dall'Euro. Alcuni lettori ci scrissero commentando la nostra analisi come 'fanta-finanza'. In effetti l'ipotesi di una 'Nuova Lira' sembrava e sembra fuori dalla realtà; tuttavia nei giorni immediatamente successivi alle elezioni il Financial Times prima e poi il Sole 24Ore (attraverso uno studio di HSBC) hanno preso seriamente in considerazione questa eventualità.

Già il fatto che autorevoli testate come il Financial Times il Sole 24Ore, oltre che numerose Banche di Investimento internazionali, comincino a prendere sul serio questo scenario rappresenta una circostanza preoccupante.
Il fatto che la Commissione Europea si sia sentita in dovere di smentire pubblicamente l'articolo del Financial Times, rappresenta un elemento che aumenta la nostra preoccupazione invece di ridurla, confermando di fatto la plausibilità di un ritorno alla 'Nuova Lira'.

Il nervosismo alimentato dai giornali finanziari dopo il risultato delle elezioni, è confermato dal progressivo aumento del differenziale di rendimento tra i Titoli di Stato italiani e quelli degli altri paesi.
Questo differenziale, che da' una misura della fiducia dei mercati nei confronti dello Stato italiano, si è spostato in modo significativo dopo l'articolo del FT.



Dai minimi di un mese fa il differenziale di rendimento con i titoli decennali tedeschi è aumentato di 0,08%; in termini assoluti non molto ma in termini relativi il movimento è significativo e non va sottovalutato.
Volendo interpretare i movimenti delle ultime settimane in maniera positiva, si può sperare che questi segnali che arrivano dai mercati spingano il futuro Governo Italiano (qualunque esso sarà) ad intraprendere Politiche di Bilancio adeguate a neutralizzare qualsiasi speculazione o fuga dai Titoli di Stato.
I più pessimisti invece potrebbero interpretare i movimenti di questi giorni come i prodromi di una crisi di fiducia sul debito dello Stato.

La pressione 'mediatica' sull'Italia ha per il momento prodotto movimenti che sono significativi soprattutto come segnali di allarme. Se questi segnali saranno presi sul serio, l'eventualità di un uscita dell'Italia dall'Euro e la probabile conseguente insolvenza sul Debito Pubblico resterà uno scenario da 'fanta-finanza'.
Se questi segnali verranno ignorati, si potrebbe delineare invece uno scenario che ci avvicini lentamente ad una crisi di fiducia (che comunque anche nell'ipotesi peggiore non pensiamo si possa verificare prima di 18-24 mesi).

Vogliamo comunque concludere con una nota ottimistica: negli anni '93-'95 era convinzione diffusa della comunità finanziaria internazionale (supportata da studi e analisi di premi Nobel per l'economia) che l'Italia avrebbe inevitabilmente dichiarato insolvenza entro pochi anni. Le cose poi andarono diversamente e allora si partiva da una situazione ben peggiore di quella attuale.



In effetti gli investitori esteri sono esclusivamente interessati al merito di credito dell'Italia (cioè al rapporto Debito/PIL) e soprattutto al fatto che il nostro paese rimanga nell'Euro (e quindi continui ad avere la garanzia implicita della BCE).
E' quindi probabile che, a parità di altre condizioni, un aumento dei rendimenti derivante da una minore richiesta domestica sarebbe compensato da maggiori flussi di acquisto esteri.

In conclusione è difficile quantificare i possibili effetti di un aumento dell'imposta per gli investitori domestici, tuttavia riteniamo che possano essere individuate alcune linee di tendenza:
- il comportamento degli investitori 'retail' domestici muterebbe solo parzialmente;
- a nostro parere il rendimento dei titoli di stato potrebbe aumentare al massimo tra 5 e 10 'basis points' (centesimi di punto percentuale), compensando solo parzialmente l'effetto della maggiorazione di imposta. BOT e CCT (meno amati da investitori esteri) potrebbero essere più penalizzati rispetto ai BTP;
- è plausibile attendersi un aumento della quota di Titoli di Stato italiani acquistati da investitori esteri e una diminuzione di quelli italiani.


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