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Conosciamo meglio i CCT!

Dedico questa newsletter e quella che seguirà ad approfondire un tema considerato poco stimolante (vedremo che non è così), ma che, sicuramente, riguarda molti dei lettori di questa newsletter: quello dei CCT e del particolare momento che stanno vivendo. Ritorneremo al consueto formato tra 15 giorni.

di Redazione GirlPower 9 nov 2007 ore 10:34

I CCT (Certificati di Credito del Tesoro) rappresentano uno strumento noto a molti risparmiatori e che viene spesso considerato  molto semplice da comprendere. Vedremo come questo non sia vero e come, in questo difficile momento per il mercato monetario, molti trader si stiano in effetti domandando che cosa aspettarsi da questo strumento.

In questa prima "puntata", mi limiterò a ricordare ai lettori il funzionamento dell'obbligazione e le sue caratteristiche, lasciando alla prossima uscita una valutazione del comparto alla luce della particolare situazione del mercato monetario.

Il CCT è un'obbligazione della Repubblica Italiana che, la momento della prima emissione, ha una scadenza di sette anni; tutti i titoli attualmente in circolazione sono stati emessi, all'origine, con quella scadenza, anche se, in passato, sono stati tentati esperimenti con scadenze diverse; oggi, comunque,  i titoli non settennali sono tutti  giunti a scadenza. Paga al portatore due cedole semestrali all'anno a tasso variabile, indicizzate al tasso dell'ultima asta dei BOT semestrali (I BOT sono invece titoli a brevissimo termine, senza cedola ed oggetto usualmente di aste due volte al mese). Nonostante la sua scadenza finale  non sia brevissima (arriva ai sette anni per i titoli emessi più di recente),  il CCT è considerato un'obbligazione assai meno rischiosa del BTP (titolo invece a tasso fisso), nel senso che la cedola del CCT si aggiorna semestralmente seguendo l'andamento dei tassi di interesse (quelli dei BOT) e permette al portatore di non trovarsi mai legato a cedole determinate anni prima e molto diverse dai tassi prevalenti in quel momento, come invece succede a chi investe in titoli a tasso fisso.  In effetti, la stabilità dei prezzi dei certificati nel tempo conferma che il rischio di subire grosse perdite in termini di prezzo  è molto limitato.

La durata finanziaria del CCT (intesa come perdita che subisce nel caso di un rialzo dei tassi di interesse) è, pertanto, piuttosto breve.

Con BTP e BOT, il CCT condivide il rischio di credito della Repubblica Italiana e, in questo senso, la sua scadenza finale lo rende più sensibile ai ribassi di un BOT, in caso aumenti la  percezione del rischio di insolvenza del nostro governo (come è successo tra il 1992 ed il 1996).

I CCT rappresentano una porzione importante del nostro debito pubblico (il nominale emesso è pari a 196 mld di Euro) anche se sono ben lontani dai volumi rappresentati dai BTP (quasi 900 mld).  Esistono 17 emissioni in circolazione (alcune il liquide ed  emesse quali  rimborsi fiscali), con scadenze che vanno dal 2008 al 2014.

Quello che rende il CCT uno strumento atipico e non comune nel panorama internazionale è il fatto che si tratti di un titolo a tasso variabile (molti governi emettono esclusivamente a tasso fisso, salvo eccezioni) e, per di più, legato ad un tasso tipicamente "italiano", quello del BOT semestrale. In questo senso, alcuni considerano il CCT uno strumento derivato: in effetti, la sua cedola dipende dal rendimento di un altro titolo. Il tasso semestrale viene determinato in modo un po' particolare: al  rendimento lordo semplice annualizzato stabilito in asta per il BOT semestrale (si prende in considerazione l'ultima asta precedente il rinnovo della cedola), viene aggiunto un differenziale di 30 centesimi (tutti i titoli in circolazione hanno questo spread, ma in passato il livello era più alto); il tasso cumulato viene arrotondato per difetto (al centesimo di punto per i CCT emessi da dicembre 2005 ed al decimo inferiore per quelli emessi prima) e diviso per due per determinare l'importo effettivamente pagato dalla cedola. Un esempio con numeri di fantasia può essere utile.

  • prendiamo a riferimento un CCT che debba aggiornare la cedola con efficacia dal primo settembre (la cedola verrà poi pagata il seguente 1 marzo)
  • Tasso dell'asta BOT semestrale del 28 agosto: 4,155% (rendimento lordo semplice annualizzato)
  • Applicazione dello spread: 4,155%+0,3% = 4,355%
  • arrotondamento al 4,35% (se il CCT è "recente") o al 4,3% (se il CCT è stato emesso fino al novembre 2005)
  • il tasso risultante viene diviso per due; risultato: 2,175% o 2,15%
  • La cedola che entra in vigore il 1 settembre e pagata il primo marzo successivo sarà pari al 2,175 o 2,15% del nominale.

Potete trovare maggiori illustrazioni nel sito del Ministero dell'Economia (  http://www.dt.tesoro.it/Aree-Docum/Debito-Pub/Titoli-di-/220600_CCT.pdf ).

La sua atipicità ha fatto sì che, da sempre, il rendimento di un CCT sia leggermente superiore a quello di un BTP di pari scadenza, una volta rettificato per la differente durata finanziaria ed una volta fatte una serie di congetture sulle prospettive dei tassi BOT rispetto ai tassi di mercato comunemente utilizzati dagli operatori internazionali (Euribor e tassi IRS/Swap). Valutare un BTP è facile: si conoscono tutti i flussi finanziari che si genreranno nel futuro ed è facile scontarli e determinare un rendimento, di solito espresso per differenza rispetto ai tassi interbancari o ai rendimenti degli omologhi titoli tedeschi, considerati i più affidabili delle Zona Euro. Meno facile  prezzare un CCT: non si conoscono le cedole future ed il tasso da cui dipendono non è utilizzato sui mercati internazionali dei capitali come riferimento; non è possibile indebitarsi a Londra o a Francoforte sulla base del tasso delle aste Bot. Prevalgono, su quelle piazze, altri riferimenti come il tasso Euribor o il Libor, espressioni dei mercati interbancari.

Vedremo la prossima settimana cosa questo implichi in un momento in cui il mercato monetario è estremamente difficile da decifrare.

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