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Il rigore dell'Irlanda contro il default dell'Islanda

di Redazione Soldionline 6 set 2011 ore 14:23 Le news sul tuo Smartphone
A cura di Jim Leaviss, Head of Retail Fixed Income, M&G Investments

La settimana scorsa l’economista Paul Krugman ha commentato l’uscita dell’Islanda dal programma del Fondo Monetario Internazionale. L’FMI ha dichiarato che il programma si è concluso con successo, e Krugman asserisce che l’Islanda è rientrata nei mercati capitali e che “la sua società è integra”. L’economista spiega questo successo in tre punti: il disconoscimento del debito (default), i controlli sui capitali e la svalutazione della moneta. Di fatto si tratta dell’opposto rispetto all’approccio che sono costrette ad applicare le tormentate economie dell’Eurozona. 

Con un tasso di disoccupazione vicino al 7% rispetto all’1% registrato prima della crisi, l’Islanda ha ancora strada da fare, ma è possibile che il default sia un’opzione migliore rispetto ai piani di austerità e a una valuta eccessivamente pesante? Possiamo tentare una risposta attraverso un paragone, prendendo l’Irlanda come l’altra faccia della medaglia. Con 67.5 miliardi di euro ricevuti da Unione Europea ed FMI nel 2010, l’Irlanda si è impegnata a portare avanti un severo piano di austherity, e lungi dal default, il governo ha dichiarato esplicitamente che avrebbe garantito i debito del proprio sistema bancario ammalato. Il programma di austherity quadriennale ha aumentato le tasse, tagliato la spesa pubblica e ridotto i salari minimi, con un piano per ridurre il debito al di sotto del 3% del PIL entro il 2014. Ma questo piano, sta funzionando?   

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È stata registrata una crescita trimestrale del PIL dell’1.9%, il più alto tasso dalla fine del 2007 (la maggior parte dei trimestri da allora sono stati caratterizzati da segno negativo), tuttavia il livello di disoccupazione rimane intorno al 14%, e immagino che la cosa più incoraggiante che si possa dire è che sembra non stia più crescendo. Le maggiori esportazioni hanno aiutato l’economia del Paese, ma la debolezza interna persiste. Una misura che è migliorata decisamente a seguito del piano di austerità è stato il costo di finanziamento dell’Irlanda. Da metà luglio, il titolo di stato irlandese a scadenza più lunga ha diminuito il suo rendimento passando dal 12.5% all’8.5%, rendendo l’Irlanda una delle piazze obbligazionarie meglio performanti del mondo, in netto contrasto con BTP e Bonos con la stessa scadenza.

Sarà interessante vedere quale sarà nel lungo termine l’approccio all’indebitamento pubblico migliore. Sono sempre stato convinto che un default in una fase iniziale contro gli obbligazionisti fosse l’opzione migliore per i cittadini dei Paesi periferici dell’Eurozona. Questa è sicuramente la soluzione che i cittadini avrebbero votato, se gli si fosse stata offerta l’opportunità come è avvenuto per gli islandesi: scegliere tra rating del credito e un futuro lavorativo per i propri figli? Non c’è gara…
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