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E' finita l’età dell’oro dell’obbligazionario

Per avere rendimenti interessanti occorrerebbe estendere la duration, anche se una duration elevata su BTP o emergenti non incrementa il rendimento in misura sufficiente per giustificare il rischio

di Edoardo Fagnani 11 lug 2013 ore 13:33
A cura di Francesco Castelli, gestore del Lemanik Selected Bond

L’età dell’oro dell’obbligazionario è finita: la pressione ribassista è però al momento un problema del dollaro USA, anche se l’investitore europeo deve cominciare a preparare la migrazione, almeno parziale, dall’obbligazionario all’azionario.
Tuttavia, restano comunque valide alcune opportunità di indubbio interesse come le valute ad alto rendimento di alcuni paesi emergenti ed alcuni settori del credito Europeo (finanziari, high yield periferici).

Guardando alle performance dei primi sei mesi dell’anno, spiccano i segni negativi su tutti gli indici obbligazionari in dollari (si salvano solo gli High Yield, fermi a zero), mentre notiamo che i governativi arretrano di 2,5%, ma ancora peggio fanno i corporate (-3,2%), gli emergenti in dollari (-7%) e gli emergenti in valuta locale (-5,3%). Di solito, tuttavia, il credito sovraperforma grazie alla riduzione degli spread, ma quest’anno la sottoperformance dei corporate e degli emergenti è frutto dell’eccessiva esposizione degli investitori e della scarsa liquidità di mercato.

Aallo stato attuale, per avere rendimenti interessanti occorrerebbe estendere pesantemente la duration, anche se una duration elevata su BTP o emergenti non incrementa il rendimento in misura sufficiente per giustificare il rischio.
Per la bassa duration, invece, vi sono diverse alternative. L’assunzione del rischio di credito al di sotto dell’investment grade negli USA, scelta ormai troppo cara con uno spread che mal protegge dal possibile rialzo del tasso di fallimento, oppure l’assunzione del rischio di credito in Europa, (come finanziari e high yield): qui i rendimenti vengono da un premio al rischio di cui tutti conoscono l’origine e che, oggi, è probabilmente più gestibile. Questa soluzione, nell’era Draghi, è relativamente appetibile: l’Europa è in recessione ma il rischio sistemico è oggi molto meno reale di un anno fa. Infine, si può rimanere investiti sui paesi emergenti, limitando la duration con prodotti dedicati alla parte a breve in valuta locale, dove il grosso degli utili sono stati ottenuti per effetto dell’apprezzamento delle obbligazioni, non dell’apprezzamento delle valute. Pertanto, l’attrattività di questi mercati è oggi sulla valutazione delle monete locali, non delle obbligazioni.

Il mercato degli emergenti è esposto a ulteriori deflussi anche se restiamo convinti del valore di medio periodo e, in base a un’analisi storica, la correzione di maggio/giugno potrebbe già presentare le caratteristiche di un buon punto d’entrata.
Le strategie di carry sugli emergenti presentano rischi di ribasso importanti e ricorrenti. Un ribasso del 5,8% (equivalente a quello di maggio giugno), ha sempre offerto, in passato, un buon punto d’entrata, in grado di offrire soddisfazioni all’investitore anche nel breve periodo.
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