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Crisi Ucraina: le prospettive per i mercati

La crisi in Ucraina non può non essere motivo di legittima preoccupazione. Potrebbero farne le spese i paesi maggiormente legati all’importazione di materie prime

di Redazione Soldionline 4 mar 2014 ore 13:46
La crisi in Ucraina "ha troppi negativi precedenti storici per non essere motivo di legittima preoccupazione". Per la sua risoluzione "la carta diplomatica sarà probabilmente quella prediletta". Non mancano i rischi per la Russia ma neanche per le altre economie internazionali. Sul fronte dei mercati finanziari a farne le spese potrebbero essere "i paesi maggiormente legati all’importazione di materie prime". Lo sostiene Donatella Principe, Responsabile Institutional Business di Schroders Italia. L'esperta spiega quali sono le principali evidenze della situazione Ucraina e le ripercussioni della crisi in atto sugli altri mercati.

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D: Cosa si può dire sull’attuale scenario geo-politico in Ucraina?
donatella-principe-schroders-italiaR: L’attuale situazione in Ucraina ha troppi negativi precedenti storici per non essere motivo di legittima preoccupazione: dalla Germania-Cecoslovacchia del 1938 alla situazione di Sarajevo negli anni ’90 fino alla recente disputa della Russia sulla Georgia del 2008. Le previsioni di natura geopolitica, specie in una fase così fluida e con tanti opposti portatori d’interessi, sono estremamente complesse. Certamente la Russia non ha mai fatto segreto della sua volontà di creare un’Eurasian Customs Union e d’altra parte le mosse fin qui giocate appaiono troppo ben orchestrate per non essere frutto di un disegno ben pianificato. La posizione di forza fin qui tenuta dalla Russia, oltre a mandare un messaggio interno, potrebbe essere però indirizzata a conseguire un maggior potere negoziale nella fase di trattative in un contesto nel quale pochi avrebbero vantaggio da un’ulteriore escalation. Non l’Ucraina, che non ha la forza militare per contrastare la Russia; sebbene in vista delle elezioni di Maggio non possa mostrarsi debole davanti al proprio elettorato. Non certo l’Europa, che dipende per il 40% dalle importazioni di petrolio e per il 35% di gas dalla Russia. Ma neanche la Russia stessa, che è legata a doppio filo con l’Europa, che assorbe il 65% delle sue esportazioni di petrolio e il 50% di quelle di gas; con i proventi del petrolio che pesano per il 50% delle sue entrate deferali. La carta diplomatica sarà probabilmente quella prediletta per esercitare pressione su Mosca: l’isolamento potrebbe seguire le strade dei giochi para-olimpici di Sochi o, come già ventilato, del prossimo G8 in Russia; ma difficilmente si vedrà la replica di una situazione come quella dell’Iran, a meno che non sia l’Occidente stesso a voler fomentare un’escalation. Tuttavia è altrettanto vero che di fronte a questa prova l’Occidente, e più in particolare l’Europa, non si possono far trovare impreparati e divisi. Il fatto che Putin abbia ricevuto mandato di dispiegare le forse in Ucraina e non solo in Crimea produce ovvi timori nelle economie dell’Est Europa. Non è un caso che Latvia e Lituania si siano già appellate all’articolo 4 della NATO, chiedendo un intervento nella regione per “timori sulla propria integrità territoriale”.

D: Quali sono i rischi per la Russia e la sua economia?

R: Più gravi delle armi della diplomazia sarebbero però per Mosca le ripercussioni economiche di un’azione dell’Occidente, che potrebbero mettere a rischio anche l’accesso alla WTO. Sul fronte finanziario è già possibile misurare il costo di questa operazione politico-militare. La fuga di capitali dalla Russia, già sperimentata in modo drammatico negli scorsi anni, è ripartita; e potrebbe subire ulteriori accelerazioni. In un tentativo di frenare la caduta del Rublo la Banca Centrale dovrebbe continuare a dar fondo alle proprie riserve monetarie, tanto più intensamente quanto forte sarà la scommessa del mercato nel testare la sua risoluzione; ma dovrà agire simultaneamente sul fronte dei tassi d’interesse; come ha già iniziato a fare. Ovviamente le ripercussioni sulla crescita economica russa saranno negative e ulteriormente aggravate da una progressiva riduzione dei già bassi investimenti diretti esteri.

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D: Quali sarebbero le ripercussioni sull’economia globale dell’attuale tensione in Ucraina?

R: Le ricadute negative non sarebbero certo limitate solo alla Russia, né come economia né come mercato. Il canale principale di trasmissione globale della crisi sul fronte economico per l’occidente sarebbe attraverso il costo delle materie prime; mentre sul fronte delle borse è misurabile in una crescita della volatilità, dell’avversione al rischio e del premio per il rischio geo-politico. Il prezzo del petrolio ha già chiuso 9 mesi in rialzo, un risultato che non si verificava da 6 anni; e le tensioni rischiano di farne ancora lievitare le quotazioni. Bisogna inoltre tenere conto del contesto nel quale s’inserisce la tensione sui prezzi energetici indotta dalla crisi ucraina. Nelle ultime 6 settimane l’America è stata vittima di avverse condizioni meteo a causa del vortice polare, che hanno fatto impennare la domanda di gas e portato le scorte del 20% al di sotto del livello dello stesso periodo dello scorso anno. Inoltre già prima di questi eventi la domanda di greggio su base globale era in crescita: dell’1,6% nei paesi non-OCSE, dell’1% in quelli OCSE con un picco del +3,6% negli Usa.  Se si verificasse lo scenario peggiore e venissero meno anche temporaneamente le forniture russe, le ripercussioni sui prezzi delle materie prime energetiche sarebbero elevate. Infatti, solo l’Aria Saudita si trova oggi nella condizione di poter attingere a capacità produttiva inutilizzata. Le posizioni speculative si sono già allineate a questo scenario, con l’indicazione che i flussi d’investimento in entrata nelle commodities sono elevati: le posizioni nette lunghe aggregate non commerciali sono su livelli massimi e l’open-interest è in rialzo su tutti i mercati. In un momento in cui la crescita economica globale resta ancora fragile una salita del costo delle materie prime si tradurrebbe in “cattiva” inflazione. La connessa riduzione del potere d’acquisto colpirebbe in modo particolarmente duro le economie più fragili, come quelle periferiche europee, che stavano sperimentando i primi deboli segnali di ripresa. Se fino a ieri i timori nel Vecchio Continente erano di deflazione, il rischio reale diventerebbe invece quello di una stagflazione.

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D: Quali potrebbero essere le reazioni dei mercati finanziari?

R: Sul fronte dei mercati finanziari a fare le spese della situazione attuale sarebbero i paesi maggiormente legati all’importazione di materie prime: ecco perché non è da escludere una pressione diplomatica forte da parte della Cina se la situazione non dovesse stabilizzarsi a breve. Inoltre sarebbero penalizzati i paesi dell’Est Europa, a partire dalle loro valute. Il ruolo dell’Ucraina come esportatore di grano rischia d’impattare anche il segmento alimentare e di penalizzare ulteriormente un’economia come l’India, già sotto stress sul fonte dell’importazione energetica. Se però la crisi ucraina dovesse risolversi in tempi brevi e in modi ragionevoli, allora questa tensione, con la connessa ricerca di safe haven, si rivelerebbe una valida occasione d’acquisto sui risky assets, azionario in testa. Paradossalmente, con la sola esclusione del Rublo, le stesse obbligazioni e la borsa russa potrebbero tornare a essere prese in considerazione: il primo perché sostenuto da alcuni tra i più solidi fondamentali del debito, con l’allargamento dello spread che tornerebbe a pagare il rischio; e la seconda perché fortemente soggetta a spinte al rialzo quando la valuta è in fase di deprezzamento.

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