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Come essere competitivi? Al momento le idee sono confuse

Molti si chiedono come faranno a uscire dalla crisi le nazioni super indebitate d’Europa. Molti economisti indicano come possibile risposta una significativa riduzione nel costo del lavoro per unità attraverso una riduzione dei salari nominali

di Redazione Soldionline 27 feb 2012 ore 16:29

di Anthony Doyle, M&G Investments

Molti si chiedono come faranno a uscire dalla crisi le nazioni super indebitate d’Europa. Molti economisti indicano come possibile risposta una significativa riduzione nel costo del lavoro per unità attraverso una riduzione dei salari nominali. In effetti, Nicolas Sarkozy ha dichiarato che la Francia deve abbassare i costi del lavoro per migliorare la sua competitività, proprio come la Germania fece dieci anni fa. La domanda che ci mi faccio è: “questa svalutazione interna è la risposta?”

Il termine “competitività” è la parvola del momento. Ma cosa indica esattamente? Il parametro di misura più diffuo per misurare la competitività è il costo del lavoro per unità di prodotto, il rapporto di crescita del salario nominale rispetto alla produttività del lavoro. È un parametro importante per gli economisti che valutano la competitività di un’economia quanto minore sarà il costo del lavoro per unità. Questo sembra suggerire che la competitività di un’economia sarà tanto maggiore quanto minore sarà il contributo della forza lavoro al PIL. Di conseguenza, per diminuire il gap competitivo che esiste tra Paesi improduttivi (come la Grecia) e produttivi (come la Germania), i Paesi necessitano di implementare politiche che risultino in una correzione al ribasso dei salari relativi.

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In secondo luogo, se i salari nominali stanno crescendo, allora i prezzi per i beni anch’essi aumenteranno, sebbene diventeranno meno competitivi nei mercati internazionali. Questo avrebbe un effetto negativo sulla crescita.


I lavoratori di Paesi come la Spagna, dove il tasso di disoccupazione è attualmente al 22.9% e l’inflazione al 2.4%, accetterebbero una riduzione nei salari nominali per mantenere la competitività delle proprie fabbriche e quindi conservare il posto di lavoro? Il punto è che, il risultato totale sul PIL di una ridistribuzione delle entrate verso i lavoratori è ambiguo e dipende da quale dei due effetti domina.   

Diamo uno sguardo al cambiamento nella distribuzione delle entrate verso/rispetto il capitale. In una fase iniziale, il Paese vedrebbe un aumento degli investimenti e quindi una crescita del PIL. Tuttavia, prima o poi i prezzi scenderebbero a causa della capacità in eccesso causata sia dall’aumento degli investimenti sia dalla diminuzione dei consumi. La capacità di utilizzo dovrà diminuire, così come gli investimenti, e a seguire una riduzione delle entrate, e poi una caduta nella produzione e nell’occupazione.

La principale sfida per l’Europa è l’assenza di domanda. Questa è una crisi di sottoconsumi. Ridurre il CLUP non risolverà questa crisi di sottoconsumi attraverso i salari nominali o i guadagni produttivi. Se un lavoratore si svegliasse domani e potesse fare il lavoro di due persone, allora l’imprenditore potrebbe licenziare la seconda persona per mantenere i prezzi contenuti e migliorare la profittabilità. In questo esempio, il guadagno produttivo porterà ad alzare il tasso di disoccupazione e a un ulteriore deterioramento nelle finanze del governo attraverso tasse ridotte e una spesa sociale più alta.

È vero che il tasso di crescita dell’economia di un Paese dipenderà dal tasso di crescita delle esportazioni, ma il problema è che il tasso di crescita delle esportazioni dipende dalla domanda mondiale e da quanto queste esportazioni sono competitive sul mercato mondiale. Dubito che una svalutazione interna della forza lavoro sia la risposta ai problemi dell’Europa. Dire che una riduzione del CLUP risulterebbe in una maggiore crescita è sbagliato. La questione è produrre beni che la gente vuole acquistare, o avere la possibilità di svalutare la propria moneta in modo da rendere questi beni/prodotti piuttosto economici. Questo non è quanto accadrà in Europa, dove l’euro è risultato rimanere relativamente forte nonostante la crisi del debito. La risposta alla crescita sta nel realizzare che a volte la soluzione più ovvia e scontata – cioè “dobbiamo essere più competitivi” – non è sempre la corretta soluzione al problema.

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