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Il business del trading down

La classe media occidentale si sta impoverendo, ciò oltre a problemi crea anche discrete opportunità sui mercati, nella forma di azioni di aziende il cui valore aggiunto, e quindi i prezzi, rispetto alle materie prime sono quanto minori possibile.

di La redazione di Soldionline 13 mar 2008 ore 09:43

A cura di Boris Secciani - www.toptrader-mag.com/

 

Trading down, ovvero in un senso figurato scalare, scendere di livello, mentre ovviamente il trading up significa il suo contrario, salire di livello. Trading down è proprio quello che sta succedendo ai consumatori europei e americani da qualche anno in maniera forse impercettibile. Impercettibile fino alla crisi attuale: stiamo parlando del fatto che uno degli aspetti economicamente più dirompenti della crisi creditizia/crisi del dollaro/ascesa dei mercati emergenti/inflazione da Repubblica di Weimar (speriamo con un esito differente) è quello di avere di fatto impoverito in maniera notevole il ceto medio occidentale. Questo impoverimento sta cominciando a farsi vedere nel paniere di consumi.

portafoglio_5Chi scrive è convinto, a torto o a ragione non so, che i meccanismi di base della globalizzazione siano in realtà piuttosto semplici e simili al principio dei vasi comunicanti: un trasferimento enorme di asset, tecnologie, investimenti etc. da paesi che ne hanno a bizzeffe a paesi che ne hanno (avevano pardon) molto pochi, con conseguente competizione sfrenata per risorse energetiche, agricole, terre, asset finanziari etc. Mentre i consumatori occidentali diventano sempre più poveri via inflazione a manetta, quelli dei paesi emergenti, i cui redditi sembrano per il momento crescere più della (potente) inflazione che hanno, si arricchiscono. In futuro, quando e come sfido chiunque a prevederlo con un minimo di credibilità, forse si arriverà a un punto di equilibrio, nel frattempo il passaggio non sarà indolore né ricco di interessanti opportunità.

Prendiamo il caso di McDonalds: che in questi giorni ha riportato un fatturato in crescita del 15,4%, contro attese che quantomeno per il team di ricerca di Citigroup non superavano il 7%. Il colosso della ristorazione, possiamo affermare tranquillamente non famoso per la raffinatezza dell'offerta, ha avuto siffatti risultati grazie all'introduzione di una nuova linea di caffè a basso costo (e pare qualità decente) che sta facendo seria concorrenza a Starbucks, nonché ai buoni risultati in Uk, Francia, Germania e Russia.

Ecco qua forse un caso da manuale di come dovrebbe funzionare un'azienda (americana) nella nuova era: prodotti super-scontati in casa, esposizione alla debolezza del dollaro e dei mercati emergenti. Ancora più interessanti sono stati i dati delle vendite delle catene della distribuzione al dettaglio che stanno uscendo per febbraio (calcolate sui punti vendita aperti da almeno un anno): qui sempre il team di ricerca di Citigroup indica alcuni interessanti risultati: la quota di mercato di prodotti di marca propria siano in forte crescita in tutti i supermercati/grandi magazzini d'America.

Ad esempio Target ha dichiarato che i propri prodotti nel corso del 2007 hanno aumentato la propria quota di mercato dal 15% al 18%. Difficile pensare che con l'esplosione della crisi il 2008 possa invertire il trend. Non solo, sempre gli analisti della banca americana stanno identificando altri trend di "trading down" in essere: una minore qualità dei cibi acquistati (fenomeno soprannominato "steak to chicken") e una diminuzione, sempre per quanto riguarda la spesa alimentare della quota dei ristoranti. Nel 2007 per la prima volta dal 2001 vi è stata una diminuzione nella percentuale della spesa alimentare  dedicata al mangiare fuori, con i pasti casalinghi che assorbivano a fine anno il 53,2% del tutto (sì gli americani mangiano spesso fuori, costa poco e spesso c'è poco tempo per fare la spesa, per non parlare delle distanze siderali che rendono il tutto piuttosto scomodo), in crescita dal 51,1% di fine 2006. A gennaio 2008 questa percentuale è già salita al 54,5%!

 

Non solo a vincere nel panorama, in verità piuttosto devastato della grande distribuzione, sono le catene che offrono i prezzi più bassi come Costo e ovviamente Wal-Mart. Quest'ultima, viene fatto notare dagli analisti di Citi, ha avuto risultati nelle vendite migliori dal maggio 2000 al luglio 2003 ininterrottamente mese dopo mese rispetto a Target (grandi magazzini un poco, e ribadisco appena un poco, più costosi), mentre Target è andata meglio fino al novembre 2007 in cui si è di nuovo invertito il trend.

Vi ricordate abbiamo più volte parlato della difficoltà pratica nell'investire nei trend secolari della globalizzazione, fra cui l'ascesa delle materie prime, il fenomeno del tardino down potrebbe portare un po' di luce: puntare su aziende che hanno la maggiore e più diretta esposizione alle commodities e che inseriscono il minore valore aggiunto possibile, in termini di design, spese di marketing, qualità dei propri punti vendita etc. puntando su un forte incremento delle quote di mercato. A prima vista può sembrare un controsenso comprare ad esempio Wal-Mart o Carrefour, i cui clienti subiscono in maniera più pesante il rincaro di cibarie, bollette e benzina, vero però è altrettanto vero che molto probabilmente arriveranno orde di nuovi clienti, ex-ceto medio, con necessità di scalare i propri gusti di consumo. Non solo: l'investimento in azioni, anche quelle delle risorse di base, è difficile è rischioso per la forte correlazione che presentano con l'andamento degli indici aizonari: se l'S&P tracolla è difficile pensare che Wal-Mart faccia dei gran ritorni, andrà magari un po' meno peggio.

Quello che si può fare è costruire un portafoglio market neutral di long e short, in cui venderemmo allo scoperto azioni di aziende che hanno da perdere dall'impoverimento del ceto medio. In pratica buy McDonalds sell Starbucks (è solo un esempio non un suggerimento), buy Tata Motors sell BMW (anche questo è un esempio)...ci siamo capiti. Come identificare simili azioni ? Identificando per ogni comparto titoli dai bassi margini e dalla forte crescita della quota di mercato, lasciando perdere quelli che hanno magari buoni margini, ma scarse possibilità di incrementare la propria quota di mercato. Fra i magigori short, nonostante i cali già avvenuti, secondo me potrebbero dare buone soddisfazioni aziende "finto-hitech-in-realtà-di-lifestyle" quali Google, Apple e Intel, in Europa produttori di auto di medio livello come Fiat e Volkswagen, mentre dall'altra parte varrebbe la pena comprare raffinatori di benzina e petroliferi integrati.

Le utilities restano sempre un buon long, anche in un portafoglio market neutral come questo (visto che sono in gran parte in grado di determinare la quota di spesa allocata a loro da parte dei clienti) etc. ci siamo capiti, il concetto fondamentale è shortate gli ampi margini di profitti e i ricchi cash flow, perché non dureranno, concentratevi sui volumi. Questo approccio potrebbe essere una delle maniere migliori per vincere nel bull secolare delle commodities.


 

 

 

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