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Donne in pensione a 65 anni nella pubblica amministrazione, governo al lavoro con il pressing della Ue

Roma - (Adnkronos) - Esecutivo all'opera per l'accordo sull'aumento dell'età pensionabile: martedì 23 l'incontro tra Sacconi, Brunetta e Ronchi. Va trovata un'intesa sugli eventuali risparmi che deriverebbero dal protrarsi dell'attività lavorativa. Ma l'Europa spinge: il 25 potrebbe partire la procedura d'infrazione

Roma, 18 giu. (Adnkronos) - Intervenire tempestivamente per rassicurare la Commissione Ue oppure attendere che parta la procedura d'infrazione. Sono questi i due scenari che si prospettano al governo sull'aumento della eta' pensionabile delle donne nel pubblico impiego, in vista della riunione del 23 giugno, martedi' prossimo, tra i ministri competenti, Maurizio Sacconi, Renato Brunetta e Andrea Ronchi dietro la regia del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta. Il nodo e' sostanzialmente politico, va trovato un accordo su come destinare gli eventuali risparmi che deriverebbero dal protrarsi dell'attivita' lavorativa e stabilire come elevare gradualmente l'eta' fino ai 65 anni, in modo da renderla paritetica a quella degli uomini.Il ministro Brunetta lo aveva annunciato piu' volte: il governo dovra' occuparsi della pensione di vecchiaia per le dipendenti pubbliche prima dell'estate. Lo impone la sentenza di condanna della Corte di giustizia Ue del 13 novembre 2008. I tempi stringono e i dicasteri sono al lavoro per trovare un accordo prima del possibile avvio di una procedura d'infrazione da parte della Ue, entro il 25 giugno. Qualora la Commissione europea dovesse procedere l'Italia avra' 90 giorni per rispondere.Il governo italiano aveva risposto all'Unione europea a gennaio alla richiesta di chiarimenti spiegando che saranno rispettati criteri di ''gradualita' e flessibilita''' nella soluzione che verra' presentata. Ad oggi, la proposta piu' probabile e piu' strutturata resta quella formulata dalla commissione di studio istituita presso il ministero di Brunetta, coordinata dal consigliere economico del ministro Leonello Tronti e composta da un team di esperti e politici. Una ipotesi quella elaborata dagli esperti di Brunetta, che ha gia' ricevuto un placet tecnico dalla Commissione europea, quando venne inviata, in via informale, a Bruxelles.La simulazione ipotizza che l'aumento avvenga a partire dal secondo semestre del 2009, al ritmo di un anno in piu' ogni 18 mesi, fino a raggiungere i 65 anni nel mese di luglio del 2015. In sostanza le donne del pubblico impiego andrebbero in pensione a 65 anni solo a partire dal 2015, con vari scalini diluiti negli anni, ma si potrebbero decidere anche tempi piu' lunghi, un anno ogni 24 mesi, a quel punto si arriverebbe a quell'eta' nel 2018.Al target, spiega lo studio della commissione, sarebbe utile arrivare gradualmente, seguendo una velocita' di avvicinamento simile a quella individuata dalle forze sindacali e dal passato Governo, quando lo scalone Maroni e' stato sostituito da numerosi, piccoli scalini. Nel sistema retributivo (il cui esaurimento e' previsto intorno al 2017) si puo' dunque prevedere un incremento graduale del limite anagrafico delle donne. Tale limite arriverebbe al valore di 62 anni nel 2013, quando andra' a regime il nuovo requisito anagrafico per il trattamento di anzianita'.Si potrebbe poi prevedere nel sistema contributivo, a regime o se necessario anche prima, il ripristino di una modalita' di pensionamento flessibile, unificato per vecchiaia e anzianita' e uguale per uomini e donne, in un arco compreso tra i 62 e i 67 anni di eta' (o piu'). Il provvedimento avrebbe un impatto molto graduale sull'insieme della spesa pensionistica, data la lenta affermazione di questo regime che potra' diventare la modalita' di pensionamento prevalente solo intorno al 2030. Questa misura dovrebbe contribuire alla sostenibilita' sociale del sistema di welfare in quanto assicurerebbe livelli pensionistici piu' adeguati per le donne (in ragione dell'aumento dell'eta' minima di pensionamento), come pure per gli uomini che decidessero di prolungare la loro vita lavorativa.Nell'attuale quadro normativo del regime contributivo, questo vantaggio avverrebbe senza particolari aggravi di costo, dati i meccanismi di equilibrio finanziario che caratterizzano il regime contributivo. Se, tuttavia, si desidera che questa misura ottenga anche risparmi di spesa sara' necessario intervenire sulle stesse regole o parametri di questo regime pensionistico e i vantaggi di carattere sociale ne risulteranno conseguentemente attenuati.Quanto ai risparmi che ne deriverebbero, la commissione di Brunetta ha calcolato che ammontano a circa 2,3 miliardi di euro in otto anni comprendendo anche gli effetti dei pagamenti delle retribuzioni e gli effetti fiscali e contributivi. Si tratta di cifre che, in un'ottica di spesa pubblica, vanno conteggiati, dal momento che se e' vero che non vengono pagate le pensioni, e' pur vero che vengono pagati lo stipendio e gli oneri contributivi dovuti al prolungamento del periodo di permanenza sul lavoro.Proprio sulla questione risparmi, in merito alla loro destinazione, e' aperta la discussione in seno al governo. La posizione del ministro Brunetta e' notoriamente a favore di una destinazione che sostenga le donne mamme lavoratrici con il finanziamento, ad esempio, degli asili nido. Ma le diverse anime della maggioranza si sono divise al riguardo. Nel documento si legge come sia "preferibile che la normativa sia improntata al principio 'meno protezioni e piu' opportunita'' e dunque preveda piuttosto che gli eventuali risparmi ottenuti dalla finanza pubblica con l'aumento dell'eta' pensionabile femminile siano devoluti al miglioramento delle opportunita' e del trattamento delle donne nell'occupazione".
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