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Una nota sul Social Dumping

Alla scoperta di una questione annosa e spinosa. Dai tempi della Rivoluzione Americana ad oggi, passando per il Karl Marx pensatore politico. Quali prospettive per il Social Dumping?

di La redazione di Soldionline 19 mag 2008 ore 17:27

Con l'espressione Social Dumping si indica un fenomeno emerso con particolare evidenza negli ultimi anni. Esso, dal punto di vista tecnico, non rientra nelle fattispecie riconducibili al dumping, eppure comporta effetti distorsivi del commercio internazionale non dissimili da quelli prodotti dalle vere e proprie importazioni in dumping.

Il fenomeno in questione si riferisce alle merci provenienti dai paesi in via di sviluppo, con costi di produzione notevolmente ridotti rispetto a quelli del mercato occidentale, dovuti essenzialmente al costo sensibilmente inferiore del lavoro nel paese d'origine. Ciò viene imputato, a seconda dei casi, allo sfruttamento del lavoro minorile o del lavoro forzato o, più genericamente, alla carenza, se non totale assenza, di forme assistenziali e previdenziale a favore del lavoratore.

La competizione internazionale si svolge oggi secondo caratteristiche ereditate dalla sottovalutazione politica del ruolo che avrebbero potuto svolgere in essa i paesi arretrati, una volta liberalizzata l'economia in una quadro ampio di scambi reali e monetari. L'economista Paolo Savona ha sottolineato nei suoi studi come "la ridistribuzione internazionale indotta dal social dumping sia un gioco a somma negativa".

Ma se rivolgiamo uno sguardo al passato, vediamo che i problemi che stiamo trattando sono di lungo corso. Compiuta la Rivoluzione Americana, emanata la Dichiarazione d'Indipendenza e costituita la Confederazione degli Stati Uniti (siamo, quindi, nel lasso tra 1776 e 1787), il governo della Confederazione impone uno strumento innovativo sulla scena internazionale. I primi Stati Uniti impongono, infatti, una tariffa compensativa sui beni prodotti da quegli stati che rifiutavano di introdurre una legislazione protettiva del lavoro minorile, al fine di indurre i paesi renitenti ad accettare regole nuove (ma sempre self evidents...) di convivenza civile, non tanto e non solo per proteggere le proprie merci dalla concorrenza internazionale.

Già il Karl Marx del Capitale (Capitolo XXXI) critica il laissez-faire di Montesquieu e di altri pensatori liberisti, secondo cui il capitalismo è in quanto tale foriero di pace. Siamo nel 1867 e Marx si contrappone a questa visione utopistica del mondo e delle relazioni economiche: analizza la presenza di monopoli affatto lontani da qualsivoglia modello di concorrenza, espone la situazione delle colonie dei più importanti imperi dell'epoca, mostra le condizioni in cui versano i lavoratori britannici ed i bambini costretti al lavoro forzato. Conclude con stizza: "Voilà le doux commerce!".

Tornando all'oggi, i paesi nei quali il welfare costituisce la base irrinunciabile del sistema politico e sociale, la cui onerosità è particolarmente gravosa (le tasse dovrebbero essere utopisticamente "bellissime" proprio per questo!), allarmati dalla consistenza con cui perdura il social dumping, cercano da anni di ottenere sul piano internazionale il riconoscimento di care labor standard minimi, al di sotto dei quali scatti la possibilità di comminare sanzioni commerciali, vuoi con contingentamenti vuoi con ritorsioni economiche rispetto a benefici precedentemente acquisiti dai paesi in via di sviluppo colpevoli.

Fino ad ora, tuttavia, la rigidità delle procedure del diritto internazionale dell'economia (soprattutto nell'ambito dei round del WTO) ha previsto in sostanza un'interpretazione sostanzialmente "premiale". Siamo davanti, perciò, soltanto ad attribuzioni di vantaggi commerciali a quei paesi che si propongono di avviarsi sulla retta via degli standard minimi prescritti in materia giuslavoristica. E, intanto, anche su questo annoso problema qualcuno auspica un ritorno "moderno" all'indomani della Rivoluzione Americana.

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