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Sei passi per uscire dalla crisi

In prima analisi è necessario formulare una diagnosi precisa della crisi. La causa di tutti i problemi risiede nello squilibrio insostenibile delle partite correnti degli stati membri dell’Eurozona

di Redazione Soldionline 29 giu 2012 ore 16:36

Articolo a cura di ING Investment Management

ING Investment Management propone sei interventi per rispondere alla crisi dell’Eurozona. Tra questi, l’unione bancaria, così come quella fiscale e monetaria, attraverso l’implementazione di un firewall solido e convincente che abbia la capacità di fornire liquidità di breve periodo al sistema, misure che solo le banche centrali possono mettere in atto. Inoltre, è necessario un piano di crescita economica a lungo termine, uno strumento che potremmo definire Piano Marshall 2.0.
“La crisi dell’euro perdura e la situazione resta prossima al punto di ebollizione. E con l’aumentare delle tensioni, l’attenzione si sposta verso gli scenari più estremi. Il dibattito sulla definizione di un percorso per il futuro dell’Europa, la cosiddetta roadmap, evidenzia come i politici stiano valutando ulteriori interventi per prevenire la soluzione peggiore, la disgregazione dell’area euro”, ha spiegato Valentijn van Nieuwenhuijzen, Head of Strategy di ING Investment Management. “L’incentivo a prendere queste misure è abbastanza evidente, ma il problema è che abbiamo ormai superato, da tempo, il punto dove la razionalità è in grado di fornire indicazioni attendibili sull’evoluzione della crisi. Il predominio della politica sull’economia rappresenta un ostacolo estremamente complesso da superare, ma il salvataggio dell’euro è tuttora possibile.

Basta volerlo realmente” Secondo ING Investment Management qualsiasi piano che dovesse essere presentato dovrebbe includere sei elementi chiave:
In prima analisi è necessario formulare una diagnosi precisa della crisi. La causa di tutti i problemi risiede nello squilibrio insostenibile delle partite correnti degli stati membri dell’Eurozona. Questa situazione ha infettato non solo i bilanci pubblici, ma anche il settore bancario nei paesi periferici. La soluzione potrebbe essere quindi quella di curare questa infezione sia nel settore pubblico sia in quello privato, creando un meccanismo politico per prevenire questi squilibri.
In secondo luogo, bisogna accettare il prezzo degli errori compiuti nel passato. L’Euro è sempre stato un progetto politico e i politici, sia nell’Europa core sia in quella periferica, devono assumersi le proprie responsabilità per il modo in cui questo progetto è stato realizzato. E questo richiede consapevolezza del costo politico e finanziario per rimediare a questa situazione di disordine. Solo con questo passo, e dopo la riduzione dell’eccesso di debito attraverso la svalutazione dei prestiti del settore pubblico, sarà possibile rimettere in moto l’economia ripartendo da un livello credibile.

La soluzione meno dolorosa ai problemi attuali è un’ulteriore integrazione politica ed economica. Questo significa che l’unione monetaria deve necessariamente essere ampliata per includere un’unione bancaria, con una governance a livello centrale del settore bancario, un sistema di prevenzione e un fondo di garanzia per tutta l’eurozona. In seguito, sarà necessario implementare una reale unione politica, così da intraprendere il percorso verso un’unione fiscale, con una figura simile a un Ministro delle Finanze europeo. In un simile scenario, l’imposizione fiscale, la rappresentatività e, in ultima analisi, il potere di emettere debito sarebbero centralizzate.


Il quarto elemento è quello relativo a un sistema di protezione per l’Eurozona, che deve essere migliore di quello attuale. Il rischio di contagio sui mercati finanziari e da qui verso società e famiglie resta estremamente elevato. Questa situazione può essere risolta solo attraverso un intervento deciso e convincente per fornire liquidità al mercato nel breve periodo. L’unico soggetto con la capacità di implementare una tale misura è la Banca Centrale Europea e, probabilmente, la modalità più semplice è quella di intervenire dando all’Esm la possibilità di agire come una banca. Il pericolo di lungo termine di un rialzo dell’inflazione dovuto a un simile modus operandi è chiaramente meno pressante e più semplice da gestire con i mezzi a disposizione della Bce rispetto alla minaccia immediata che stiamo fronteggiando.
La questione può essere messa in altri termini:
per quanto il timore degli effetti di lungo termine (l’inflazione) potrà impedire a un genitore (UE) di somministrare al proprio figlio (l’euro) gli antibiotici contro un’infezione potenzialmente mortale?
Un ulteriore punto riguarda la crescita di lungo periodo. Nel corso dell’ultimo biennio l’attenzione rivolta esclusivamente alle misure di austerity ha dimostrato la propria debolezza. Un tale approccio dovrebbe essere sostituito da una strategia di investimenti coordinata, una sorta di Piano Marshall 2.0 che possa essere finanziato dai paesi che ne hanno la possibilità. Ricordiamo che nonostante tutti i dibattiti sulla necessità di imporre immediate misure di austerità, i paesi del Nord Europa si stanno attualmente finanziando a tassi reali negativi.
Da ultimo, devono essere perseguite riformi strutturali di lungo respiro. Un tale schema di incentivazione dovrebbe essere rivolto a tutelare in modo credibile, in tutti i paesi dell’eurozona, meccanismi relativi al mercato del lavoro e della produzione. In aggiunta, sono necessari anche interventi sui sistemi pensionistici e sanitari in caso di impossibilità a garantirne la sostenibilità. Si tratta di un processo che potrebbe durare anche un decennio e per questo motivo è impellente che vi si dia inizio quanto prima.

“E’ evidente come l’implementazione di questi sei passi sia molto più semplice sulla carta che nella pratica. E’ vero che in campo abbiamo qualsiasi tipo di ostacolo politico, morale e intellettuale, ma a un certo punto non può non essere chiaro a tutti gli attori coinvolti che è necessario risolvere i problemi e gestire la transizione verso un progetto europeo sostenibile”, ha aggiunto Valentijn van Nieuwenhuijzen. “Il poter sperare di tornare a una situazione antecedente la nascita dell’euro nel corso di una notte è solo un bel soggetto per un film di fantascienza e non prende in considerazione i reali costi di una simile eventualità. Qualsiasi valutazione seria dei possibili impatti suggerisce che sopravvivenza dell’euro e maggiore integrazione sono sicuramente più auspicabili della disgregazione dell’eurozona. Speriamo che anche i nostri governanti se ne rendano conto e che adottino quanto prima le misure necessarie. Questo aumenterebbe certamente le probabilità di sopravvivenza dell’euro. La missione non è ancora impossibile, ma il tempo sta per scadere e un intervento è necessario ora più che mai”.

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