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Open innovation è ormai una realtà nel 73% delle grandi imprese

Le principali fonti di innovazione aziendale, negli ultimi tre anni, sono ancora abbastanza tradizionali: top manager (43%), funzioni aziendali (39%), fornitori di soluzioni ict (39%) e società di consulenza (30%)

di Redazione Soldionline 3 dic 2019 ore 14:54

A cura di Labitalia/Adnkronos

 

innovazione-tecnologicaL'open innovation è ormai una realtà nel 73% delle grandi imprese e nel 28% delle pmi. Le principali fonti di innovazione degli ultimi tre anni sono ancora abbastanza tradizionali: i top manager (43%), le funzioni aziendali (39%), i fornitori di soluzioni ict (39%) e le società di consulenza (30%), mentre è ancora limitato l’utilizzo di unità di ricerca e sviluppo (20%), startup (14%), centri di ricerca (19%) e aziende non concorrenti (4%). Sono alcuni risultati della ricerca degli Osservatori Digital transformation academy e Startup intelligence della School of Management del Politecnico di Milano, in collaborazione con PoliHub, presentata oggi al convegno 'Innovazione Digitale 2020: imprese e startup verso l’open company'.

Se si analizza però la tendenza del prossimo triennio, alcune fonti tradizionali si ridurranno (top management, società di consulenza, fornitori di soluzioni ict), mentre ci si rivolgerà di più ai nuovi interlocutori, come le unità ricerca e sviluppo (+15%), università e centri di ricerca (+32%), startup (+83%) e aziende non concorrenti (+106%).

Oltre il 70% delle grandi imprese adotta iniziative di open innovation incorporando stimoli esterni di innovazione all’interno dei processi aziendali (la cosiddetta inbound open innovation), in particolare la collaborazione con università e centri di ricerca (64%), startup intelligence (49%) e ricerca di collaborazioni con aziende consolidate (39%).

Un’impresa su tre poi organizza Call4Ideas, Call4Startup e contest (32%), il 27% promuove Hackathon, Datathon, Appathon, il 25% si concentra su fusioni e acquisizioni, mentre sono meno diffusi i corporate incubator e accelerator (18%), i corporate venture capital (11%) e il crowdsourcing (9%). Meno diffuse, ma in crescita rispetto allo scorso anno le iniziative per esportare stimoli di innovazione interna (Outbound Open Innovation), adottate dal 25% del campione, soprattutto sviluppo di modelli di business a piattaforma, joint venture con altre realtà, licensing di prodotti.

"Aumenta anche quest’anno - commenta Stefano Mainetti, responsabile scientifico dell’Osservatorio Startup Intelligence e ceo di PoliHub - il ricorso all’open innovation da parte delle aziende italiane. Le imprese vogliono avviare formule nuove di collaborazione per migliorare la propria velocità, aumentare le opportunità di innovazione, accrescere le proprie competenze, sperimentare correndo dei rischi per verificare nuovi modelli di business".

"In questo scenario - avverte - assumono un ruolo sempre più significativo attori quali le università, i centri di ricerca e le startup. Nonostante la distanza che ancora separa l’ecosistema italiano da quelli esteri più evoluti, ad esempio in termini di fondi di corporate venture e acquisizioni di startup, possiamo affermare senza dubbio che esso si è oggi attivato e non possono essere assolutamente vanificate le nuove opportunità offerte da azioni quali, il voucher per gli innovation manager e la nuova disponibilità di fondi determinata dalla effettiva attivazione del Fondo nazionale innovazione". Oltre sei grandi aziende su dieci vedono nelle startup un interlocutore per lo sviluppo di innovazione digitale. In particolare, il 35% già collabora con nuove imprese innovative, il 27% ha intenzione di farlo in futuro, mentre il 34% non manifesta interesse per il tema e il 4% ha collaborato in passato. Sono alcuni risultati della ricerca degli Osservatori Digital transformation academy e Startup intelligence della School of Management del Politecnico di Milano, in collaborazione con PoliHub, presentata oggi al convegno 'Innovazione Digitale 2020: imprese e startup verso l’open company'.

Nella maggior parte dei casi le grandi imprese si servono di startup come fornitori spot (51%), ma una buona parte le usa come unità di ricerca e sviluppo (37%) e come fornitore di lungo periodo (30%). La startup può essere anche un partner commerciale, parte di un programma di incubazione, partner per la co-creazione di modelli di business, acquisita o partecipata in equity.

I principali benefici sono la possibilità di accedere a nuove tecnologie e conoscenze di frontiera, la possibilità di testare l’innovazione con un iniziale progetto pilota, con tempi e budget definiti e quindi rischi ridotti e l’opportunità di arricchire il proprio sistema di offerta e aprirsi a nuovi mercati. Le pmi sembrano meno pronte a collaborare con le nuove imprese innovative: l’85% non è interessato, l’11% sta programmando di farlo in futuro, solo il 4% ha già avviato collaborazioni. Per le pmi la startup è soprattutto un partner commerciale (20%) e un fornitore spot (14%) o di lungo periodo (12%).

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