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Diversi tipi di Welfare State

Eccoci arrivati alla seconda puntata. L'altra volta ci eravamo lasciati al New Deal e da lì ripartiamo stavolta. Dal ‘mostro sacro' Beveridge arriviamo sino al declino del breadwinner model

di La redazione di Soldionline 4 giu 2008 ore 11:24

Insomma, la Grande Depressione avrà effetti devastanti a livello mondiale, basti pensare che in Germania gli effetti della crisi diedero la batosta finale alla già precaria Repubblica di Weimar e posero le premesse per l'ascesa del nazismo al potere.

Ancora una voltaa il ‘ciclo economico' aveva colpito.

Ora naturalmente tornavano in auge le idee di Keynes, che sottolineavano già da svariati lustri le imperfezioni del capitalismo per arrivare a postulare come necessario un ruolo più incisivo dello Stato, vedendo come due lati della stessa medaglia tanto l'area economica quanto quella sociale. Questa l'essenza alla base del celeberrimo saggio del 1936, la Teoria Generale dell'inflazione, dell'interesse e della moneta: lo Stato non è più l'arbitro neutrale; i milioni di disoccupati, il fantasma della miseria, la sfiducia diffusa nei confronti del sistema finanziario imponevano - non solo invitavano a - un'azione diretta.

Restaurare l'ordine economico, ristabilire l'‘equilibrio inceppato', come lo definisce lo storico Roberto Balzani, significava dire battere moneta, creare inflazione. Ma lo Stato aveva altresì la possibilità di indicare quali investimenti prediligere e di ridistribuire il reddito, utilizzando la leva fiscale, a favore dei settori più poveri e disagiati.

Questo cambiamento si cominciò a delineare in macroeconomia: non aveva più un primauté soltanto l'andamento dei prezzi, ma l'attenzione veniva puntata sull'economia aggregata e sigle come PNL e PIL divennero familiari. Frattanto molti uomini politici ed intellettuali, anche non comunisti, cominciarono ad interessarsi in modo esponenziale al modello economico di quel paese che si era autoescluso dal mercato occidentale: l'Unione Sovietica.

La Seconda Guerra Mondiale andò ad incrementare l'intervento statale nel settore produttivo. Gli Stati Uniti offrirono imponenti aiuti ai governi occidentali per la ricostruzione dell'Europa. Era il 1947, era  l'avvento del Piano Marshall. Esso contribuì a evitare una nuova crisi di sovrapproduzione, consentendo alle imprese d'oltreoceano di vendere i propri beni e di riconvertirsi ai negozi del tempo di pace.

Il Nuovo Ordine economico aveva l'ambizione di nascere sul principio di cooperazione e di libero scambio, quanto meno nell'ambito degli Stati prendenti parte all'economia di mercato: ecco il volano del poderoso sviluppo dei trenta anni successivi. I tassi annuali di crescita, nel dopoguerra dei paesi occidentali, furono strepitosi: tra il 1950 e il 1970 l'Italia crebbe a un ritmo del 6%, la Germania quasi del 7% e il Giappone, addirittura, si attestava tra il 9 e l'11%.

Eppure, nonostante l'espansione del mercato capitalistico e il ruolo fattivo rivestito dalle imprese private, lo Stato non cessò di intervenire in economia. Esso anzi si dedicò al rafforzamento del settore pubblico, delle infrastrutture, di settori strategici come il settore chimico e il sistema delle banche. Poi, lo Stato seguì le teorie di rafforzamento dei meccanismi di protezione sociale a vantaggio dei ceti medi e inferiori. Istruzione, salute, previdenza furono parole d'ordine nei programmi di governo a partire dalla metaà degli anni Quaranta.

Fin dal 1942, il ‘mostro sacro' del Welfare State, William Beveridge propose un rapporto al governo britannico al fine ideale di ‘liberare l'uomo dal bisogno', garantendo la sicurezza dei redditi. Disse: ‘La funzione dello Stato dev'essere quella di proteggere i suoi cittadini dalla disoccupazione di massa [...], proteggerli dagli attacchi che promanano da fuori e dalle violenze che stanno all'interno'.

Col tempo, e in primis nel corso del decennio 1960-1970, le politiche sociali occidentali tesero ad uniformarsi nella costruzione di paracadute contro i rischi di congiunture economiche sfavorevoli. Sarà il pensiero di Beveridge ad essere messo in opera in tutto il mondo occidentale: per numerosi occidentali la miseria era una causa dell'avvento dei regimi totalitari e lo Stato di Welfare appariva allora come l'ostacolo migliore ad un loro potenziale ritorno.

Il sociologo danese Gosta Esping-Andersen ha proposto una tipologia riguardo la complessa questione del Welfare State. Il suo libro del 1990 The Three Worlds of Welfare Capitalism offre una distinzione c.d. ‘intuitiva' tra i) il Welfare State liberale dei paesi che intervengono in economia come estrema ratio e preferiscono un modello virtuoso di mercato del lavoro (idealtipi: il Canada, l'Australia e gli Stati Uniti); ii) il Welfare conservatore-corporativista, erede del vecchio modello di Bismarck dove lo Stato dovrebbe garantire una logica assistenziale, rispondendo fattivamente alle rivendicazioni dei partiti popolari e socialisti (idealtipi: l'Austria, la Germania, la Francia, ma anche l'Italia); iii) il Welfare socialdeomocratico, tipico dei paesi scandinavi, dove le prestazioni di protezione sociale sono universali, non si basano sulle differenze di reddito, ma sono destinate tanto ai più poveri quanto ai più ricchi.

Il modello di Esping-Anderson non è universalmente accettato e le critiche principali concernono la staticità categoriale, la non presa in considerazione dei cambiamenti avvenuti dopo gli anni Ottanta, il carattere sommario e non scientifico di ‘de-mercatizzazione' novecentesca che egli utilizza per il fondamento della sua teoria. Notevolissime anche le critiche femministe all'autore che lo accusano di non mettere nel rilievo dovuto il ruolo della donna nelle società occidentale. Queste stesse critiche hanno condotto ad una riconsiderazione sociologica (per esempio da parte di Jane Lewis) dello stesso modello familiare patrilineare, il c.d. breadwinner model.


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