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Brasile, tra potenzialità e disuguaglianze

Negli ultimi dieci anni il Brasile ha progressivamente stabilizzato la sua economia e ha creato multinazionali di alto profilo, ma non è riuscito ad abbattere le disuguaglianze sociali. L’avvicinamento dei due Paesi rappresenta la sfida del prossimo decennio

di Rocki Gialanella 20 gen 2006 ore 17:37
Gli economisti che seguono da vicino le dinamiche economiche brasiliane sono concordi nel sostenere che il Paese sta meglio rispetto a dieci anni fa. L'inflazione è sotto controllo, il Pil continua ad espandersi, gli investimenti stranieri sono raddoppiati nel primo trimestre dell'anno, il rischio paese si trova sui livelli più bassi di sempre, le imprese domestiche hanno scoperto il mercato estero, e le esportazioni dovrebbero ripetere il boom del 2004. Ma come sarà il Brasile del futuro?

Non c'è una risposta univoca, semplicemente perché, nel caso brasiliano, è possibile trovare più paesi in un solo paese. Le due facce più marcate sono quella del Brasile delle grandi multinazionali (come la Embraer, un'azienda che occupa una delle prime quattro posizioni al mondo tra i fabbricanti di aerei commerciali), e quella del Brasile delle disuguaglianze sociali (l'Onu ha recentemente confermato l'ottavo peggior indice di sviluppo umano al mondo per il paese sudamericano). Il Brasile delle multinazionali continuerà a crescere e a creare ricchezza per pochi, mentre quello delle disuguaglianze (il 10% dei ricchi può contare su redditi 32 volte più elevati rispetto a quelli incassati dal 40% più povero) continuerà a lanciare SOS alla comunità internazionale. La sfida del prossimo decennio consiste nell'avvicinamento dei due Brasile o, al contrario, nel continuare a parlare in eterno di paese del futuro.

Dal punto di vista macro- economico ci sono ragioni per credere che il Brasile potrebbe stare meglio. Gli esperti del Fondo Monetario Internazionale credono che il paese sia in grado di mantenere un tasso di crescita medio annuo del 3-4% per il prossimo decennio. Niente male per un'economia che è cresciuta in media del 2% tra il 1981 e il 2000. Le argomentazioni del FMI si basano sull'austerità della politica economica brasiliana degli ultimi dieci anni, e sulla concreta possibilità che non si verifichino inversioni di tendenza. Secondo le aspettative del Fondo, il paese dovrebbe essere in grado di migliorare la competitività, la qualità della vita della popolazione e la struttura istituzionale.

Nell'altro Brasile la realtà è completamente differente. Il paese continua ad essere citato in tutti gli studi come il principale esempio di disuguaglianza sociale. Secondo lo studio 'Eguaglianza e sviluppo ', curato dagli economisti della Banca Mondiale, la disuguaglianza sociale riduce la produttività e le potenzialità di crescita delle economie dei paesi Emergenti. Lo studio calcola che nei paesi in cui il reddito è ben distribuito, la crescita di un punto percentuale del Pil si traduce in una riduzione del 4% della povertà. Nei paesi dove si registra un'elevata concentrazione della ricchezza - come il Brasile - la crescita del Pil non si traduce in una significativa riduzione della povertà.

Il programma 'Fame Zero' è la principale iniziativa del governo federale per ridurre la povertà. Dal lancio del programma, avvenuto nel 2003, il governo del presidente Luis Ignacio Lula da Silva ha corretto una serie di imperfezioni ( ha distribuito alimenti ai più poveri e ha dato vita alla 'Bolsa Familia' , un progetto per unificare tutti i benefici sociali federali). I programmi basati sul trasferimento del reddito si sono sempre dimostrati inefficaci per ridurre la disuguaglianza. La Banca Mondiale sostiene che il miglioramento reale passi attraverso una razionalizzazione della spesa destinata all'educazione. Il Brasile impiega il 4,2% del Pil nel settore, una percentuale superiore a quella destinata dalla Corea del Sud, esempio di nazione virtuosa. La maggior spesa ha permesso il completamento della scuola superiore al 32% della popolazione brasiliana di età compresa tra i 25 e i 34 anni, contro il 95% dei coreani.


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