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Argentina: quale ristrutturazione?

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di Redazione GirlPower 28 ott 2005 ore 09:10

La situazione in Argentina resta drammatica. Le obbligazioni in usd ed in euro sono ai minimi storici di tutti i tempi.
I bond in dollari hanno tutti un prezzo compreso tra 49 e 68 e rendono tra il 20 ed il 30% annuo. Quelli in euro se la passano solo leggermente meglio, almeno sulle scadenze più brevi.


Codice isindivisacedolascadenzaPrezzo del 18 ottobre 2001Variazione di prezzo da 1 meseVariazione del prezzo da inizio anno
XS0043120236usdVariabile-FRB31 marzo 2005 (rimborso a rate annuali)68-6-22
DE0002466208euro9%20-Jun-0375-12-24
DE0005450258euro10%7-Sep-0764-13-35.5


Il debito complessivo del paese ammonta a circa 130 miliardi di usd, di cui 93 sono costituiti da titoli obbligazionari. Agli attuali prezzi di mercato costerebbe solo tra 70 e 80 mld di usd ricomprarlo totalmente (di cui 50 per le obbligazioni). Con un PIL pari a 280 mld di usd, il debito è pari, a prezzi di mercato, a solo il 30% del suddetto PIL: non è poi molto (meno della metà della Spagna, il migliore tra i grandi paesi europei e meno di un terzo del parametro italiano). L'economia, in compenso, continua a mostrare segni di grandi difficoltà.
La quasi totalità degli analisti e degli investitori sconta una ristrutturazione dei debiti del paese sudamericano entro 6 mesi. Sono state accolte male anche misure che favoriscono gli investitori esteri, come lo scambio obbligatorio, rivolto a fondi pensione e banche argentine, di titoli del debito pubblico in usd ad alto rendimento con nuove obbligazioni a cedola 'patriottica' (all'8%, pertanto molto inferiore ai tassi di rendimento di mercato, attualmente compresi tra il 20 ed il 30%). Questo provvedimento, ancora in fase di studio, dovrebbe consentire una minore spesa per interessi, ma viene valutato come un pericoloso precedente, dal momento che in esso manca il carattere di volontarietà che aveva contraddistinto simili operazioni nel passato e che si concretizza in una perdita secca per chi è costretto a scambiare i titoli in portafoglio.
Le agenzie di rating stanno addirittura valutando se considerare la cosa un vero e proprio 'default' (di tipo 'selettivo', ossia limitato a singole categorie di obbligazionisti o di titoli, proprio come aveva fatto la Russia nel 1998, rifiutando di rimborsare le obbligazioni in rubli ed i crediti bancari, ma continuando ad onorare le euro-obbligazioni in usd). Il termine inglese 'default' sta ad identificare il non rispetto degli obblighi contrattuali assunti al momento dell'emissione delle obbligazioni e coincide spesso con il non pagamento di cedola o capitale. Meno spesso può essere qualcosa di meno 'visibile' come il venir meno a certi obblighi (diversi dal pagamento) o l'obbligare i creditori a ristrutturare (ad esempio allungando le scadenze o diminuendo la remunerazione), qualora tale cambiamento provochi una perdita secca per l'investitore e non venga compensato altrimenti. Fitch, una delle tre principali agenzie di rating a livello mondiale ha chiarito in un suo report del 17 ottobre che considererebbe insolvente l'Argentina se dovesse varare uno scambio/ristrutturazione con il quale, contemporaneamente, i creditori dovessero subire una perdita netta e non potessero esimersi dall'aderire. Le altre agenzie di rating hanno assunto posizioni simili.
Una proposta che sta guadagnando consensi a livello internazionale, ma che resta ancora minoritaria, sarebbe quella di chiedere a FMI e ad altre istituzioni internazionali di fornire garanzie sul capitale per nuovi titoli a lungo termine emessi dal paese latino-americano ad un tasso più basso di quello di mercato, grazie alla garanzia a scadenza. Restano da convincere gli USA che restano piuttosto cauti su nuovi aiuti da portare all'Argentina.
Gli Stati Uniti potrebbero cambiare idea se un'altra proposta minoritaria dovesse essere adottata dal governo di Buenos Aires: rinunciare alla propria divisa nazionale ed adottare il dollaro usa come unica divisa avente pieno corso legale. Tale idea è preconizzata da influenti esponenti repubblicani (che fanno riferimento, tra gli altri, al Cato Institute), dirigenti della Banca di Sviluppo Inter-Americano (una banca multilaterale, simile alla Bers o alla Bei) e molti economisti americani, come Milton Friedman, George Selgin di Georgia Tech, Steve Hanke della Johns Hopkins e Jeffrey Sachs di Harvard. Se non altro, la dollarizzazione dell'economia permetterebbe all'Argentina di mettersi al riparo da una fuga dal peso, qualora le cose prendessero una piega disperata. Sarebbe meglio, piuttosto che aspettare l'ultimo momento, procedere subito. Altre opzioni, come lo sganciamento del peso dal dollaro sembrano ormai improponibili per le conseguenze che avrebbero sulla fiducia degli stessi Argentini.

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