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Ragionando su Benjamin Graham

Teorie confermate dall’esperienza pratica

di Mario Elia
Benjamin Graham, nato a fine Ottocento e morto nel 1976, ebbe una vita così lunga da vedere più volte le sue teorie confortate dall’esperienza pratica.

Il suo celebre value investing (teoria messa a punto con David Dodd ai tempi in cui insegnavano Security Analysis nella Columbia University), già chiaramente enucleato in un libro appena successivo alla Grande Depressione statunitense, è a tutt’oggi una guida sicura per chi voglia scientemente trascurare i capricci del mercato e orientare i propri investimenti sulle aziende che racchiudono in sé grandi caratteristiche di solidità associate a non meno promettenti prospettive di crescita.

E già entriamo nel vivo di una disputa mai conclusa, il cui epilogo pare ancora ben lontano dal risolversi a favore dell’una o dell’altra contrapposta corrente di pensiero: come ben sapete, i cultori dell’analisi tecnica sono convinti che il mercato abbia sempre ragione e che, pur con alcuni distinguo, il prezzo contenga in sé tutti gli elementi portanti di un titolo, scontando ogni informazione e ogni possibile sviluppo al momento noti.

All’opposto, l’analisi fondamentale procede dal postulato che le borse, soprattutto nel periodo medio-breve, sono eccessivamente mutevoli e inaffidabili e che a lungo andare, una buona e attenta valutazione di un bilancio la spunta sempre sulle contingenze e sui capricci momentanei degli investitori.

Graham, ovviamente, appartiene a quest’ultima agguerrita pattuglia di segugi del Roe (Return On Equity) e del rapporto P/E (Price/Earning), avendo fra l’altro teorizzato una nota distinzione fra investitori e speculatori.

I primi, infatti, apparterrebbero alla categoria degli analisti, che si assicurano un rendimento adeguato in base a un’attenta acquisizione dei titoli. I secondi, a quella di coloro che studiano più il timing d’intervento che non la sostanza delle aziende indagate.

Parrebbe semplice decidere quale approccio sia il migliore: non basta forse confrontare i risultati? Diremmo proprio di no, perché se da una parte i risultati dello stesso Graham sono stati più che rispettabili, con investimenti che per un lungo periodo sono cresciuti alla velocità del 17% l’anno (e il suo allievo Buffett ha fatto ancor meglio, per non parlare di Gabelli, Lynch e Robertson), dall’altro le cronache hanno registrato i talora eccezionali risultati speculativi di George Soros.

Tutto ciò senza tener conto delle migliaia di preparati e accorti investitori che, pur avendo valutato le pieghe dei bilanci aziendali nei minimi dettagli, sono poi incappati in crack inattesi o in periodi recessivi, se non nell’esplosione di qualche bolla speculativa. Queste ultime, lo sappiamo bene, per un perverso effetto psicologico a catena, sono in grado di trascinare a fondo, per mesi e anni, anche le quotazioni dei titoli migliori.

E che dire di William D. Gann, da molti indicato come il più grande wizard finanziario di tutti i tempi, che solo nell’ottobre 1909 portò a termine 264 operazioni positive su 286? Gann non basava certo le sue decisioni sull’analisi dei bilanci.

Senza poi dire che un accademico del calibro di Eugene Fama, di cui abbiamo lungamente parlato, esclude tout court la possibilità di fare buoni affari, perché, in sostanza, il mercato è troppo efficiente per concedere spazi a chicchessia.

Le due grandi scuole finanziarie proseguono comunque il loro cammino, affinandosi e, ne siamo convinti, tenendosi reciprocamente d’occhio.

Bruce Greenwald, sempre della Columbia University, dà conto di una metodologia utilizzabile nella valutazione delle aziende, grazie a un diverso esame del cash flow (flusso di cassa), utile a determinare con miglior precisione la vera consistenza di un titolo azionario rispetto alla quotazione momentanea. La tecnica, battezzata Discounted Cash Flow (DCF), è sostenuta dalla convinzione che al valore aziendale intrinseco si pervenga sommando i flussi di cassa disponibili nel futuro e attualizzati al costo del “capitale medio ponderato”.

Questo, mentre il classico Value Investing si basa essenzialmente su tre parametri: il valore degli asset (Assets Value), quello dei margini (Earnings Power) e anche le prospettive di crescita (Growth Value), il tutto per arrivare al sospirato valore intrinseco.

Come si vede, non siamo al cospetto di investitori a breve termine, ma a professionisti che se ne infischiano allegramente delle fluttuazioni dei prezzi e delle serie storiche, che non badano mai alle esternazioni dei guru di turno, che non si curano né si preoccupano delle decisioni della Federal Reserve, né del rapporto euro/dollaro/yen, né del ricorrente indice dell’Università del Michigan sulla fiducia dei consumatori.

Cari lettori di Soldionline, avete voi un simile carattere? Siete psicologicamente solidi come la Rocca di Gibilterra? Ve la sentite di applicare le teorie di Benjamin Graham e di attendere i risultati anche per anni? 

Mario Elia



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