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La buy side: fondi attivi contro passivi

Nel terzo millennio fondi comuni e fondi hedge hanno visto ridursi, ed in modo drastico, la loro importanza, a favore di una nuova categoria di strumenti di gestione gli ETF

di Valter Buffo 30 ott 2019 ore 11:27

etf_2Nel nuovo millennio, il panorama del segmento dei fondi di investimento è cambiato in modo rapido e profondo: mentre nella parte finale del secondo millennio la scena fu dominata prima dai fondi comuni di tipo aperto, e poi anche dai nuovo fondi di tipo hedge, nel terzo millennio queste due componenti hanno visto ridursi, ed in modo drastico, la loro importanza, a favore di una nuova categoria di strumenti di gestione in monte: si tratta degli ETF, ovvero degli Exchange Traded Funds. In questa sezione vedremo di spiegare la novità costituita dagli ETF rispetto alle altre due categorie.

I fondi comuni di investimento aperti, che si sono affermati dal 1970 in avanti, sono veicoli per la gestione in monte dei conferimenti dei clienti, veicoli che hanno caratterizzato la loro gestione come segue: il gestore ha come riferimento un benchmark, ovvero un indice di mercato, e lo steso gestore si popone di fare meglio di quel benchmark, di batterlo. Si tratta della cosiddetta gestione attiva: il gestore del fondo dispone di una certa discrezionalità (limitato) allo scopo di fare meglio del proprio indice di riferimento, ed è così che vengono giustificate le pesanti commissioni di gestione che vengono addebitate ai clienti.

Le statistiche dicono però che sono ben pochi i casi nei quali il gestore del fondo è riuscito a battere il proprio benchmark: ad esempio, nel caso dei fondi comuni USA, si arriva appena al 10% di successo, che poi significa che in nove casi su dieci il fondo ha fatto peggio del proprio benchmark. Da qui deriva la reazione degli investitori, che in un primo tempo si sono spostati verso i fondi cosiddetti hedge, che danno al gestore un margine di discrezionalità molto più ampio, allo scopo di permettere al gestore di inseguire un obbiettivo di rendimento che è assoluto e non legato ad un benchmark. A causa di alcuni gravi infortuni che hanno colpito i fondi di questa specie, sono stati i medesimi gestori di fondi hedge a scegliere strategie di gestione più moderate, e più legate ad un benchmark: questa scelta, conservativa, ha però ridotto (di molto) l’appeal dei (costosissimi) fondi di tipo hedge.

Ed eccoci alla seconda reazione degli investitori: che si sono spostati, in modo massiccio, verso strumenti chiamati ETF, che abbandonano ogni tentazione di gestione attiva, e si limitano a promettere la replica esatta del loro benchmark. Questa è la vera storia del nuovo millennio, quella che ha cambiato il volto di tutto il settore del risparmio gestito: la diffusione degli ETF, che hanno nei fatti assunto un ruolo centrale, avendo superato nel nuovo millennio i tradizionali fondi comuni attivi per raccolta da clienti, anche grazie al fatto che i loro costi sono (di molto) inferiori a quelli dei fondi tradizionali.

ETFs have been around for a little more than 20 years and have become extremely popular. As of October 2018, assets have grown to more than $3.48 trillion, according to the Investment Company Institute (ICI), an industry association. ETFs trade like stocks and are primarily passive investments that seek to replicate the performance of a particular index. This is the source of one of their key strengths: Passively managed funds tend to have lower costs than actively managed ones. ETFs tend to have low annual operating expenses. Some charge as little as 0.03%. That’s a sizable advantage over actively managed funds that charge an average of 0.72%, according to Morningstar.1 ETFs are also generally more tax efficient because they tend not to distribute a lot of capital gains, as tracking an index usually doesn’t require frequent trading. ETFs may involve trading commissions, but some brokerages offer commission-free ETFs.


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