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I conflitti di interesse nel rapporto gestore-investitore

Come tutti i contratti la gestione del risparmio si basa sulla fiducia: il rapporto che si crea tra chi offre consulenza e gestione e chi affida a quest'ultimo i propri risparmi è di delega

di Redazione Soldionline 22 lug 2020 ore 10:38

consulente-risparmiatore-conflitti-interesse-gettyCome tutti i contratti, la gestione del risparmio per conto di un investitore si basa sulla fiducia. In particolare, il rapporto che si crea tra chi offre consulenza e gestione in materia di investimenti e chi affida i propri risparmi configura un rapporto di delega, nel quale il consulente/gestore (rappresentante) agisce nell’interesse del cliente, l’investitore (rappresentato).

 

Quando si verifica il conflitto di interessi

Al netto delle commissioni per il lavoro svolto, chi gestisce risparmi per conto dell’investitore deve essere una sorta di alter ego dell’investitore stesso, deve cioè agire solo nell’interesse di quest’ultimo e, in un certo senso, mettendosi nei suoi panni, rispettando il suo punto di vista.

Le cronache attestano però che questo non è sempre successo: in casi come quello relativo a Parmalat, ormai molti anni fa, agli intermediari finanziari è stato contestato di aver scaricato sui risparmiatori il rischio di titoli di dubbia o scarsa affidabilità, in anni più recenti l’intermediazione finanziaria realizzata da alcune banche è stata accusata di nascondere ai risparmiatori le minori garanzie che accompagnavano il maggior rendimento di una certa categoria di titoli (le azioni subordinate).

In sostanza, si può avere conflitto di interessi tra gestore e investitore quando il primo si trova in una di queste situazioni:

  • tratta investimenti in proprio,
  • possiede partecipazioni in società che emettono titoli scambiati sui mercati finanziari,
  • è coinvolto (come advisor, consulente, ecc…) nel collocamento sul mercato di titoli emessi da società.

 

Come si evita il conflitto di interessi

Per evitare simili casi, l’Unione europea ha adottato la direttiva Mifid, un insieme di norme recepite e valide anche in Italia, che stabilisce precisi obblighi di correttezza a carico dell’intermediario finanziario. Quest’ultimo deve anzitutto valutare il grado di conoscenza del mondo della finanza di cui è in possesso chi vuole investire i propri risparmi, così da poter formulare proposte di investimento di cui il risparmiatore sia pienamente in grado di capire i rendimenti e i rischi (la regola aurea è sempre la stessa: maggior redditività significa maggiore esposizione al rischio di perdere il capitale investito).

L’intermediario deve poi trovarsi in posizione tale da non aver alcun interesse nel veicolare i risparmi dell’investitore verso una soluzione piuttosto che un’altra. L’intermediario non può quindi mai subordinare l’interesse e il vantaggio del risparmiatore all’interesse e al vantaggio di nessun altro, né di se stesso né di altri soggetti (chi emette titoli, ad esempio).

In seguito alla normativa europea, tutti gli intermediari finanziari si sono dotati di codici di autodisciplina per evitare di trovarsi in conflitto di interessi con investitori che si rivolgano a loro (ne va, in effetti, della loro reputazione e quindi della possibilità di attrarre clientela). Nel panorama della gestione del risparmio, Moneyfarm ha scelto di dedicarsi esclusivamente alla consulenza agli investitori, retribuito esclusivamente da questi ultimi per i serviti forniti loro, e questo consente di presentarsi, in base alle normativa Mifid, come intermediario finanziario indipendente.


Credits: Foto stock - Getty Images

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