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Tassi di cambio e politica nazionale ed internazionale

La valuta non è, come nel caso di azioni ed obbligazioni, soltanto uno strumento finanziario: è anche uno strumento di misurazione della forza di un paese, ed in quanto tale si traduce in un indicatore di status

di Valter Buffo 14 ott 2019 ore 09:39

tassi-di-cambio-politicaIn precedenti guide di questo corso che abbiamo dedicato ai tassi di cambio, abbiamo elencato in modo sintetico la molteplicità di fattori che influenzano il cambio di una valuta con tutte le altre (Valute, perché i cambi oscillano?). In chiusura di questa parte dedicata ai tassi di cambio, tratteremo sinteticamente di un fattore che, a nostri giudizio, è il più influente e quindi il più forte di tutti. Questo fattore è la politica.

Come abbiamo gia detto (Cos'è il forex, il mercato dei cambi), ogni valuta è l’espressione di un paese, oppure di un gruppo di nazioni (come nel caso dell’euro): e come abbiamo specificato, la valuta è si uno strumento finanziario, da valutare nell’ambito di un portafoglio, ma è pure uno strumento di pagamento, essenziale per gli scambi commerciali tra paesi.

Non si tratta quindi, come nel caso di azioni ed obbligazioni, soltanto di uno strumento finanziario: è anche uno strumento di misurazione della forza di un paese, ed in quanto tale si traduce in un indicatore di status. Da qui deriva una delle contraddizioni più conosciute, per ciò che riguarda il rapporto tra politica e tasso di cambio: un cambio forte è come detto una misura di status, un segnale di forza economica ma pure politica, e dall’altro lato un tasso di cambio più debole è una leva che alla politica può essere utile in quanto facilita l’attività di esportazione delle aziende nazionali. Insomma: un cambio forte produce una immagine di sicurezza e forza, ma allo stesso tempo frena le esportazioni, mentre un cambio debole agevola sia gli esportatori sia altri settori merceologici (pensiamo al turismo), ma ha un costo in termini di maggiore costo delle importazioni ed anche un costo politico in quanto segnale di debolezza dell’economia.

Ecco spiegata, in sintesi, la difficile relazione tra cambio della valuta e politica, che ogni giorno tutti potete ritrovare leggendo le informazioni sulla stampa quotidiana oppure ascoltando i telegiornali. La nostra illustrazione del problema è, ovviamente, sintetica: sarebbe necessario aggiungere alcune considerazioni in materia di inflazione (un cambio forte la deprime mentre un cambio debole la fa salire) e di tassi di interesse (e i diversi effetti di una politica monetaria restrittiva/espansiva all’interno sul tasso di cambio).

Siamo costretti, a questo punto ad affrontare anche il tema “guerra”, perché spesso il tema guerra è associato al tema dei cambi tra le valute:

  • si parla di guerra valutaria (e si ricordano con questo termine un certo numero di episodi, lontani ma anche vicini, nella storia economica del mondo) quando due o più paesi utilizzano lo strumento del cambio in modo esplicito per avvantaggiarsi nei confronti di un paese concorrente, o peggio ancora per aggravare le condizioni economiche di quel paese rivale,
  • ed anche la vera e propria guerra, quella combattuta con le armi, si è spesso intrecciata con la storia economica, e prima di tutto con la storia delle valute: la valuta è stata e viene utilizzata anche come strumento per definire una certa area di influenza, militare, politica ed economica, e proprio il conflitto tra queste “aree economiche” a volte ha portato a vere e proprie guerre tra eserciti

Nel mondo dei primi decenni del terzo millennio il dollaro USA è la valuta più spesso scambiata, più diffusa nel regolamento degli scambi internazionali di merci e servizi, e più diffusa come valuta di riserva nelle riserve delle banche centrali: nel secondo decennio del nuovo millennio, però, il suo ruolo sembra essersi ridimensionato rispetto a quello di altre valute, come osservato dal Fondo Monetario Internazionale alla metà del 2019.

Global reserves are assets at central banks that are held in different currencies, primarily used to support their liabilities. Central banks also use their reserves to help sustain their respective currencies. The US dollar remains the world's dominant reserve currency but central banks around the globe are continuing to diversify their reserves away from the greenback. The United States dollar's share of currency reserves reported to the International Monetary Fund fell in the second quarter to its lowest level since the end of 2013, while the yen's share of reserves grew to the largest in nearly two decades. Reserves held in US dollars totalled $6.79 trillion, or 61.63 percent of allocated reserves, in the second quarter. The figure compared with $6.74 trillion in the first quarter, which then amounted to 61.86 percent of global reserves. This was the greenback's smallest share of overall reserves since the fourth quarter of 2013, when it was 61.27 percent. Total allocated reserves increased to $11.02 trillion in the second quarter, from $10.90 trillion in the previous quarter. The share of foreign exchange reserves in the European Union's euro, Japan's yen and China's yuan all increased from the previous quarter - extending a recent trend where the dollar's share of currency reserves has declined at the expense of these currencies. The yen's share of global allocated currency reserves rose to 5.41 percent in the second quarter of 2019 to the largest share since the first quarter of 2001. The share of allocated currency reserves held in yuan, also known as renminbi, rose to 1.97 percent - the highest since the IMF began reporting the Chinese currency's share of central bank holdings in the fourth quarter of 2016.

 

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A cura di recce-d.com

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