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Lo strano linguaggio dell’analisi tecnica

Ogni disciplina ha il suo linguaggio, a volte comprensibile solo agli adepti. Tutto ciò serve a dare un’identità comune a coloro che lo utilizzano e, in una certa misura, a far sì che essi si riconoscano

di Giancarlo Marcotti

Non fa eccezione l’analisi tecnica: il linguaggio usato dai graficisti è fortemente caratterizzato da anglicismi e dall’uso di una terminologia del tutto particolare.

Un esempio? Beh a parte gli ormai celebri supporti e resistenze, abbiamo anche ipercomprati e ipervenduti, l’oscillatore, il momentum… per non parlare della forza relativa e della gamba rialzista. Si potrebbe sorridere di tutto questo ma… non sarebbe forse bene domandarsi se l’utilizzo di questo linguaggio non sia funzionale ad una certa strategia?

In buona sostanza non dovremmo dimenticare che in ambito finanziario trattiamo prevalentemente di azioni, quindi aziende, imprese formate da persone che operano in campo economico per il raggiungimento dei fini societari. L’utilizzo di un linguaggio in cui tutto questo viene “umanizzato” non sembrerebbe certo fuori luogo. La contraddizione è riconducibile ad un “modus operandi” che è proprio dell’analisi tecnica la quale fonda il proprio impianto teorico esclusivamente sui grafici ignorando di fatto il titolo nella sua complessità.

Che significato ha dire : “Generali ha testato quota 33 dalla quale ha dovuto ritracciare respinta dalla resistenza?” Nella realtà Generali non ha fatto assolutamente nulla in Borsa. Alcuni operatori hanno comprato il titolo, altri lo hanno venduto. Tutto qui! Eppure per gli analisti tecnici è Generali che ha cercato di fare qualcosa, senza riuscirci.

Se questa “personalizzazione” dei titoli azionari risulta perlomeno singolare, diventa quasi esilarante quando applicata, ad esempio, ai cambi. Che significato ha dire: “l’Eur/Usd si poggia sul supporto a 1,31 per sferrare l’attacco ai massimi di periodo?” Stiamo parlando di rapporti di cambio fra monete, non di guerrieri bellicosi.

A volte lo stesso linguaggio risulta quasi criptico: “Il supporto in area 30 euro ha fatto sentire la sua valenza e l’uscita dalla trend line ribassista con pista ciclica in divergenza rialzista sono segnali positivi”. Se questa frase significa che il titolo, avvalorato a 30 euro, è sottostimato e se ne consiglia l’acquisto, perché utilizzare una terminologia così poco comprensibile?

Dove occorre soffermarsi maggiormente, però, è sulle conclusioni classiche che gli analisti tecnici traggono dai loro “complicatissimi” studi. La frase tipo è: “Il titolo XY si è portato nelle vicinanze di un livello di supporto significativo, area 2,50. La cui tenuta permetterebbe rimbalzi prima a 2,60/2,63 ed in seguito verso 2,70. Viceversa sotto i 2,50 assisteremmo ad un ulteriore segnale di vendita verso i 2,35/2,34”.

Ma che informazione mi è stata data? Devo comprare o vendere questo titolo?!? Sarebbe come dire che un’automobile che si trova a Verona disponendo di un certo quantitativo di benzina potrebbe:

Dirigendosi verso est, una volta superata Padova, arrivare fino a Venezia.
Dirigendosi  verso ovest, una volta superata Brescia, arrivare fino a Milano.
L’informazione che mi è stata fornita è scontata, banale, priva di un qualsiasi valore. E qui sta proprio il punto. Se è priva di valore non potrà essere venduta… a meno che?… A meno che non venga ammantata di un’aura di mistero, alla maniera di un oracolo, facendo intendere chissà quali verità si possano nascondere in essa, dispensando poi, magari a pagamento, “ gli strumenti necessari” per la sua comprensione.

Si riesce così a vendere qualcosa di nessun valore. E’ chiaro a questo punto a cosa serve lo “strano” linguaggio dell’analisi tecnica?


Giancarlo Marcotti
giancarlo.marcotti@finanzainchiaro.it

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