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Le analisi del trend

Acquistare ai minimi e vendere ai massimi. Sarebbe bello, eh?

di Lucio Sgarabotto 11 mag 2010 ore 11:52
Tutti vorremmo investire ai minimi e liquidare ai massimi, questo purtroppo è impossibile (tranne in qualche caso fortunato paragonabile alla vincita al Superenalotto).

Molti studi sono stati fatti per individuare, se non il punto di minimo, almeno le fasi migliori per modificare l’asset allocation del proprio portafoglio per trarne profitti prima che il trend positivo sia esaurito. Naturalmente tutte queste metodologie hanno difetti e pregi, così non fosse o non se ne parlerebbe affatto o verrebbero universalmente utilizzati.

Per capire come funzionano vediamo qui, molto brevemente e in maniera critica, due di questi metodi. Credo che quasi tutti coloro che si occupano un po’ di finanza abbiano visto questo grafico:

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Esso rappresenta, in base alla fase del ciclo economico, il momento in cui dovrebbe essere più conveniente investire in un’asset class fra obbligazioni, azioni e materie prime (freccia in su) o, al contrario, liquidarla (freccia in giù). Si combina in pratica il ciclo economico con l’analisi intermarket divulgata soprattutto da Martin Pring e John Murphy.
Sicuramente meno noto e più complesso è il seguente grafico elaborato dalla rivista “Investimenti finanziari”:

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Anche secondo questo modello l’investimento è in funzione del ciclo economico rappresentato dall’orologio finanziario. L’indicazione qui fornita è l’ipotetico valore massimo di ciascuna asset class. Ad esempio, nel punto 12 (fra espansione e boom) immobili e obbligazionario high yield, in base alle evidenze passate, raggiungono i valori più elevati e, perciò, è conveniente la loro vendita.

Anche qualora le indicazioni fornite da tali modelli fossero corrette, rimane il problema fondamentale di individuare la fase economica.

Di tutt’altro tenore sono i modelli utilizzati dall’analisi tecnica per individuare trend e punti di inversione. Nell’analisi tecnica si guarda più ai grafici, alle linee di tendenza (con canali, supporti, resistenze), alle figure di continuazione e di inversione (il famoso ‘testa e spalle’) e a una vasta gamma di indicatori (RSI, stocastico, ROC, ecc.) oltre, naturalmente, a tutte le varie combinazioni possibili.

L’analisi tecnica ha fornito una quantità impressionante di utili strumenti, purtroppo, nessuno universalmente valido.
Al di fuori di quanto, molto sommariamente, visto esistono da più di 50 anni altre metodologie il cui principale scopo è quello di segnalare i futuri punti di svolta dell’economia prima che questi si verifichino e, secondariamente, di fornire indicazioni sulla grandezza di questi movimenti.

Di tali indicatori, denominati Leading Indicator, cioè indicatori anticipatori, esistono parecchie versioni, la più famosa senza dubbio il Leading Economic Indicator (LEI) di ‘The Conference Board’. Tutti questi indicatori si basano sull’opinione che le economie orientate al mercato sperimentano fluttuazioni ripetitive ma non periodiche. Non ne conosco la ragione ma, pur offrendo molto spesso avvertimenti corretti delle future modifiche dello sviluppo economico (si veda a questo proposito l’articolo di Paul L. Kasriel), tali indicatori sono frequentemente derisi se non denigrati (molti economisti definiscono il LEI come ‘the index of Misleading Indicators’, l’indice degli indicatori ingannevoli).
Meno noti del LEI sono gli indicatori economici ‘€-coin’ prodotto dalla Banca d’Italia e il ‘superindice OCSE’ stilato appunto dall’OCSE – Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. Noi ci occuperemo proprio di quest’ultimo.

Il L.I. dell’OCSE misura la deviazione dell’economia, rappresentata dalla produzione industriale, dal trend di lungo termine (il trend di lungo termine è stimato mediante l’uso di una complessa procedura scientifica denominata PAT); cerca, in pratica, di rilevare in anticipo i punti di svolta, rappresentati nel grafico sottostante dalle freccette, e il sentiero di crescita economico rispetto al trend calcolato per ciascuna economia.

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Una fase di contrazione segnala un declino del tasso di crescita in riferimento al trend sebbene non necessariamente un declino in valore assoluto dell’attività economica.
Come serie di riferimento per l’attività economica viene utilizzato l’indice della produzione industriale; poiché vi è comunque una stretta relazione tra produzione industriale e prodotto interno lordo (PIL) tale L.I. è usato pure come indicatore anticipatore per il PIL.

A questo punto le domande a cui interessa dare una risposta sono:
  1. Il L.I. è veramente capace di anticipare i movimenti dell’attività economica?
  2. C’è una qualche relazione tra i movimenti dell’economia e quelli dei mercati finanziari? Cioè, dalle informazioni fornite dal L.I. che utilità se ne possono trarre dal punto di vista finanziario?
La prima domanda ha una risposta molto semplice; è sufficiente dare un’occhiata al grafico seguente costruito per l’intera area dei trentuno Paesi componenti l’OCSE per il periodo 01/1990 – 12/2008

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  1. Area chiara: attività economica superiore al trend di lungo termine
  2. Area scura: attività economica inferiore al trend di lungo termine
  3. Linea: indicatore anticipatore 

E’ evidente la forte correlazione tra il L.I., rappresentato dalla linea, e la produzione industriale, con i punti di svolta dell’indicatore che precedono (mediamente di circa sei mesi) il ciclo economico
La risposta alla seconda domanda assieme ai risultati finanziari che si sarebbero potuti raggiungere assecondando le indicazioni del Leading Indicator sarà il tema della parte 3.Leading Indicator e risultati finanziari.

Lucio Sgarabotto
lucio.sgarabotto@gmail.com
www.lsadvisor.it
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