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Il mio approccio all’analisi tecnica

Le origini dell’analisi tecnica vengono normalmente ricondotte a Charles Dow, ma solo una ventina di anni fa questa disciplina ebbe un grande sviluppo, in concomitanza con la diffusione del personal computer

di Giancarlo Marcotti

Proprio nella seconda metà degli anni ottanta io iniziavo la mia attività lavorativa, affacciandomi per la prima volta ai mercati borsistici. Come tutti i giovani, pieno di entusiasmo, abbracciai la nuova disciplina con la speranza che mi avrebbe potuto indicare una strada verso facili guadagni.

In effetti un approccio “tecnico” alle scelte di investimento lo ritenevo possibile, dopotutto i valori di borsa di un titolo altro non sono che una serie storica e queste si studiavano alla facoltà di Statistica. Avevo quindi fiducia che quegli studi mi avrebbero portato ad un risultato positivo.

Lo studio delle serie storiche viene effettuato principalmente con uno strumento: la media mobile, era quindi da qui che occorreva partire. Arrivai a comprendere solo molti anni dopo e parecchie notti insonni che questo era anche il punto di arrivo.

Andiamo con ordine. I valori di borsa di un titolo, riportati su un piano cartesiano, rappresentano una linea decisamente frastagliata che chiamiamo grafico, il nostro problema principale è, appunto, che questa linea è estremamente irregolare, quindi difficile da prevedere. Caratteristica delle medie mobili, proprio in quanto valori medi, è quella di andare a smussare gli  “spigoli” del grafico descrivendo una nuova linea più regolare e quindi sulla quale è più semplice fare previsioni.

Infatti, se per assurdo il grafico di un titolo fosse riconducibile ad una funzione periodica e regolare noi ovviamente non potremmo mai sbagliare previsione.

Facciamo un esempio limite. Se il prezzo di un titolo avesse l’andamento della funzione trigonometrica seno (vedi figura), fare previsioni sarebbe elementare visto che nell’intervallo che va da un punto di minimo ad un punto di massimo ogni valore ha la caratteristica di essere superiore a quello precedente. Non appena questa relazione non si rivelasse più vera, per logica dovremmo giungere alla conclusione di aver raggiunto un punto di massimo e da quel momento la relazione si inverte (cioè ogni punto è inferiore a quello precedente) e questo sarà vero fino al raggiungimento di un minimo.

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E così via… Che bello non sbagliare mai! Ovviamente questo è solo un esempio limite, nella realtà è un’assurdità visto che in alcuni momenti ci sarebbero solo compratori (e chi vende?) ed in altri solo venditori (e chi compra?).

Torniamo alle nostre medie mobili, aver ottenuto un grafico più regolare è un grande risultato, ma non dobbiamo dimenticare che questo grafico è “virtuale” nel senso che nella realtà il nostro titolo sottostante ha riscontrato valori diversi, ma quanto si discosta dalla realtà? Ed, altra faccia della stessa moneta, quale media mobile utilizzare?

Le medie mobili sono praticamente infinite nel senso che ogni valore che le compone può essere la media di due valori reali, oppure tre, quattro e così via. Sembrerebbe logico utilizzare quella il cui andamento grafico è più regolare per essere così più facile da prevedere, ma, per la stessa definizione di valore medio, ciò si ottiene allungando il più possibile la media mobile, con il risultato di ottenere un grafico sempre più difforme rispetto a quello reale.

E’ facile allora evidenziare il punto critico del sistema previsivo: l’eventuale segnale di acquisto/vendita ci verrebbe fornito con enorme ritardo, facendo così svanire le opportunità di guadagno che i nostri studi andavano ricercando.

Ne deriva così un problema di efficienza della procedura, in altri termini occorre accettare un grado di rischio superiore al fine di ottenere il  rendimento sperato.

Da qua non se ne esce.

Cosa hanno fatto allora i nostri analisti tecnici? Visto che non se ne esce, hanno cominciato a tirare da una parte, spingere dall’altra, facendo entrare cose che nulla hanno a che vedere con la statistica seria, cercando di andare al di là delle medie mobili, creando così le basi di questa stramberia che oggi chiamiamo analisi tecnica.

Attenzione, posso anche ipotizzare che ciò sia avvenuto non per disonestà intellettuale, ma come intestardimento, per non rassegnarsi alla sconfitta, sarebbe uno stato d’animo umano. Il risultato, in ogni caso, è una tecnica priva di qualsiasi valore scientifico.

Non sarebbe corretto, da parte mia, non sottolineare che l’introduzione  di alcuni parametri può risultare produttiva, utilizzare, ad esempio, un dato come quello dei volumi, è, non solo sensato, ma anche adeguato, visto che le quantità scambiate di un titolo hanno senz’altro una rilevanza, rimane però il fatto che le figure di inversione sono una pura invenzione.

Ciò che dovremmo salvare e quello che dobbiamo buttare dell’analisi tecnica, sarà l’argomento del prossimo articolo.


Giancarlo Marcotti
giancarlo.marcotti@finanzainchiaro.it

 

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