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A comprare sono capaci tutti!

Stabilite le modalità di acquisto, diventa consequenziale approfondire le caratteristiche dell’operazione di vendita e quindi analizzare la chiusura dell’investimento

di Giancarlo Marcotti

E’ bene precisare che le operazioni d’investimento possono essere eseguite sia al rialzo che al ribasso. Appare quindi più corretto parlare di apertura di un’operazione di trading, che si esplica con un acquisto o con una vendita, e chiusura della stessa mediante l’operazione contraria.

Per rendere chiara l’esposizione esamineremo in questa sede solo operazioni al rialzo, intendendo di conseguenza con il termine “acquisto” l’inizio dell’investimento e con quello “vendita” la conclusione dello stesso. Chiunque abbia eseguito operazioni di trading in Borsa percepisce immediatamente le difficoltà insite nella decisione che accompagna il disinvestimento.

Come diceva il mio primo Maestro, con il suo inconfondibile accento milanese, in questo campo “ …a comprare sono capaci tutti, è a vendere che si vedono quelli bravi”. Questo è vero in assoluto come ben sanno tutti coloro che svolgono un’attività di carattere commerciale.

Il disinvestimento risulta una decisione difficile da prendere per due motivi:

  1. se il titolo che abbiamo acquistato sale siamo portati a mantenerlo in portafoglio con la speranza di un maggior guadagno;
  2. se, al contrario, scende, non vorremmo chiudere l’operazione perché avendo stabilito fosse conveniente acquistare il titolo ad un certo prezzo, sembra logico dedurne che lo sia ancor più ad un prezzo inferiore, di conseguenza saremmo portati ad acquistarne ancora, anziché vendere.
Dove sta allora la soluzione del rebus?

Molti hanno proposto, e potrebbe anche apparire corretto, di stabilire a priori livelli di minimo e massimo oltrepassati i quali dovrebbe automaticamente scattare la vendita. Ci riferiamo ai famosi “stop loss” e “take profit”. 

Personalmente ho già più volte manifestato la mia contrarietà all’uso di questi livelli predeterminati che hanno sì il grande merito di toglierci dall’imbarazzo della scelta decisionale, ma contemporaneamente risultano inefficienti. Preferisco il “rischio” della scelta errata, più efficiente e quindi, mediamente, più remunerativa.

Brutalmente, non vendo se il titolo che ho acquistato sta salendo, anche se è cresciuto oltre le mie aspettative, perché in quel momento il mercato “mi sta dando ragione” e non posso voltargli le spalle. Solo in presenza di una inversione di rotta considero la possibilità di uscire dall’investimento.

Qualora, dopo l’acquisto, il titolo cominciasse a scendere, verificherei che non siano intervenuti degli aspetti nuovi o che non abbia io sottovalutato alcune criticità. Ne seguirei la discesa senza intervenire, ma ai primi segnali di ripresa riproporrei l’acquisto del titolo mediando il prezzo di carico.

In conclusione, compro solo con trend rialzista in atto e vendo solo in presenza di trend ribassista, assecondando così il mercato.

Certo valutare se si è in presenza di un trend rialzista o ribassista non è cosa scontata, né agevole. Qui ovviamente l’esperienza è di grande aiuto.

A volte, però, non è sufficiente: dobbiamo mettere in conto un certo numero di operazioni in perdita ed accettarle. E’ questa una medicina amara che però può  aiutarci in futuro. Come nella vita impareremo di più dagli insuccessi, che ci obbligheranno a riflettere, che dai successi dei quali, stupidamente ma umanamente, ci beeremo.


Giancarlo Marcotti
giancarlo.marcotti@finanzainchiaro.it

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