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Eddie Kwong: introduzione alla volatilità

E’ uno dei concetti più affascinanti della finanza. Se maneggiata con cura, permette buone performance soprattutto nell’intraday. Ciclica e persistente, più prevedibile dei prezzi

di Marco Delugan 9 feb 2009 ore 11:01

Prendere confidenza con la volatilità significa fare migliori scelte sulla durata dell’investimento. 

La volatilità è uno dei concetti più affascinanti della finanza: un trader del calibro di Eddie Kwong, dalla lunga e brillante carriera di investitore e divulgatore della materia finanziaria, non poteva certo trascurarla.

Nell’operatività quotidiana, Eddie sa bene che la volatilità può essere un’amica o una rivale. A saperla gestire, dà grandi soddisfazioni nell’intraday trading, ma nel lungo periodo può seriamente attentare alle coronarie degli investitori.

Difficile da definire matematicamente (William Sharpe ottenne il Nobel per l’economia nel 1990 per averne messo a punto l’indice di misurazione, che tuttora porta il suo nome), è invece abbastanza intuibile nella pratica: se i mercati si muovono poco, la volatilità è bassa. Al contrario, se presentano ampie escursioni, i listini sono definiti “molto volatili”.

Secondo Kwong, la volatilità è ciclica e, forse, i suoi cicli sono più prevedibili dei prezzi stessi: concentrando l’attenzione su queste ciclicità, si possono concludere buoni affari.

Oltre ad essere ciclica, essa è anche persistente, il che significa che i forti scossoni di oggi si ripresenteranno anche domani e dopodomani, come la serie dei temporali estivi.

Dopo aver toccato i suoi valori estremi, la volatilità tende a tornare nelle escursioni medie, tanto da poter essere paragonata ad un elastico che, rilasciato, riassume la sua lunghezza originaria.

Per operare concretamente, Kwong ha messo a punto un’opportuna misurazione della volatilità, valutando il range medio (prezzo massimo meno prezzo minimo) in un certo periodo di tempo. In funzione del numero di giorni (oppure ore, o settimane) su cui il calcolo si basa, riesce ad avere un’idea valida del livello di volatilità in quel periodo di tempo.

Una volta individuato il livello, si procede operativamente: se è alto, si potranno ottenere ottime performance nel brevissimo termine; se è basso, le maggiori soddisfazioni verranno dall’investimento nel periodo medio-lungo (interday).

Esiste poi la volatilità storica (HV) intesa come deviazione standard dalla differenza giornaliera fra le chiusure e espressa in percentuale annua. Kwong ne tiene particolarmente conto, perché gli permette di determinare la fluttuazione dei prezzi nel tempo: se il rame è quotato 100 ed ha una volatilità storica annualizzata del 10%, il range probabile dell’investimento starà fra 90 e 110.

Kwong fa le sue scelte di durata dell’investimento su queste basi e. A suo parere, l’HV a 50 giorni è la misurazione più proficua.

Altra importante decisione operativa, da connettersi opportunamente alla volatilità, è il posizionamento degli stop, progressivamente “più stretti” quanto maggiore sia il nervosismo dei mercati.

Kwong, a questo riguardo, utilizza il calcolo proposto da Larry Connors:

  1. dividere i 260 giorni operativi per il numero dei giorni su cui si intende tenere aperta una posizione;
  2. estrarre la radice quadrata dal risultato di questa divisione;
  3. dividere la volatilità storica per questa radice quadrata;
  4. aggiungere il numero risultante alla quotazione del titolo per una posizione in vendita, oppure sottrarlo per una posizione in acquisto.

Il nostro amico Eddie vi sembra leggermente complicato? Ricordiamo che vanno sempre apprezzati i tentativi di razionalizzare l’irrazionalità dei mercati.


Mario Elia
elia.mario@libero.it

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