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Una poltrona per la minoranza

Consiglio di amministrazione delle società quotate eletto sulla base di liste, con almeno uno dei posti coperto dalla minoranza. Lo prescrive il disegno di legge per la tutela del risparmio. Ma per gli azionisti potrebbe rivelarsi un danno, se rendesse le decisioni più difficili. Il risultato più probabile sarebbe la perdita di trasparenza del processo di nomina e potrebbe risultarne alla lunga compromesso il modello degli amministratori indipendenti...

di La redazione di Soldionline 12 apr 2005 ore 15:00
di Stefano Micossi e Massimo Belcredi

L'articolo 1 del disegno di legge per la tutela del risparmio, approvato alla Camera e ora all'esame del Senato (n. 3328), impone alle società quotate di prevedere per statuto che i membri del consiglio di amministrazione siano eletti sulla base di liste e, inoltre, che almeno uno dei posti in consiglio sia coperto dalla lista di minoranza che ha ottenuto il maggior numero di voti.

Un'idea malintesa di democrazia

Questa norma ha trovato ampio consenso in Parlamento e nel paese sulla base di una malintesa equiparazione tra democrazia parlamentare e democrazia societaria. Però, non si sono forse valutate appieno le conseguenze avverse di tale impostazione, che può produrre danni rilevanti al nostro sistema di governo societario. Non a caso, una simile norma non è prevista nei paesi con mercati finanziari più sviluppati, né viene inclusa tra le modifiche raccomandate per il miglioramento della governance societaria dalle principali istituzioni internazionali - Ocse, Banca mondiale, Commissione europea - le quali pure negli ultimi anni non sono state parche di suggerimenti.
L'opportunità di simili norme è discutibile. Anzitutto, il disegno di legge offre già, all'articolo 2, un significativo rafforzamento del collegio sindacale, attribuendo alla Consob un ruolo attivo nella definizione delle modalità di nomina e dei limiti al cumulo degli incarichi, assegnando la presidenza del collegio sindacale al membro di minoranza, accrescendo i poteri dei sindaci. Tali modifiche, che rispondono a richieste degli investitori istituzionali, accrescono il ruolo di garanzia del collegio senza improprie interferenze sulla gestione.

Costa poco un posto in consiglio

L'articolo 1 fissa al 2,5 per cento del capitale la quota massima per la presentazione delle liste. Vale la pena di ricordare, al riguardo, che circa due terzi delle società quotate a Piazza Affari capitalizzano meno di 500 milioni di euro e circa un quarto meno di 80 milioni di euro. Nel primo caso, sarebbe dunque possibile acquistare un posto in consiglio con meno di 12,5 milioni di euro, nel secondo con non più di 2 milioni di euro. Il rischio che di tale opportunità (nota come greenmail) si avvalgano concorrenti o disturbatori della normale dialettica societaria è significativo. Invece che un vantaggio, gli azionisti ne potrebbero soffrire danni rilevanti, se ciò rendesse le decisioni più difficili o, peggio, obbligasse l'azionista di controllo a pagare impropri compensi per poter decidere. Ma, si argomenta, il sistema degli amministratori di minoranza in Italia esiste già, essendo stato introdotto nelle società privatizzate - tra le quali, Enel, Eni e Telecom - dalla legge sulla dismissione delle partecipazioni statali (legge n. 474 del 1994, articolo 4). E sembra aver ben funzionato, avendo condotto alla nomina di consiglieri di grandi capacità ed esperienza e a un miglioramento della governance delle società coinvolte.
Tuttavia, questo risultato è il frutto dell'attivismo di Assogestioni, che ha coordinato gli sforzi delle società di gestione del risparmio per la scelta dei candidati e la presentazione delle liste. Le persone prescelte hanno caratteristiche tali da poter essere qualificati come amministratori indipendenti più che come amministratori di minoranza.

Gli effetti avversi sul funzionamento dei consigli di amministrazione

La generalizzazione del modello a tutte le società quotate, però, non funzionerebbe in questo modo. Infatti, come già oggi accade, nella maggioranza dei casi gli investitori istituzionali non sarebbero presenti a garantire candidature di qualità e indipendenza. L'amministratore di minoranza sarebbe sovente espressione degli interessi di una piccola parte dell'azionariato, non necessariamente coincidenti con la creazione di valore per tutti gli azionisti.
Il risultato più probabile sarebbe la perdita di trasparenza del processo di nomina degli amministratori, con la promozione di liste "amiche" da parte degli azionisti di controllo e, in prospettiva, l'evoluzione verso un sistema opaco di reti di partecipazioni e cross-directorship. Rischierebbe così di interrompersi la tendenza all'apertura dei consigli ad amministratori di qualità e indipendenza, sotto lo scrutinio del mercato. Il modello degli amministratori indipendenti, che anche nel nostro paese ha iniziato ad affermarsi sulla spinta del Codice di autodisciplina, potrebbe risultarne alla lunga compromesso.

Indipendenza e mercato

Ma, si obietta, l'istituto degli amministratori indipendenti nasce sui mercati anglosassoni, in un contesto di proprietà azionaria diffusa. Dove è concentrata, la nomina da parte dell'azionista di controllo già può compromettere l'indipendenza del nominato.
Questa obiezione è superficiale e, nella sostanza, infondata. Se nel nostro sistema i consiglieri indipendenti sono influenzabili da parte dell'azionista di controllo, in quello anglosassone sono soggetti alla forte influenza del management, come è emerso chiaramente negli scandali Enron e Worldcom. In entrambi i casi, gli antidoti esistono e risiedono in altri aspetti dei sistemi di governance: nella trasparenza del processo di nomina, con la piena pubblicità delle caratteristiche personali e professionali dei candidati; nel buon funzionamento dei consigli di amministrazione nei loro compiti di controllo della gestione, cosa che è anche nell'interesse dell'azionista di maggioranza; soprattutto, nello scrutinio severo del mercato, che deve saper riconoscere i candidati senza qualità e le nomine accomodanti. Questo è forse l'aspetto che più è mancato nel nostro mercato: intermediari, investitori, stampa specializzata, la stessa società di gestione del mercato non hanno denunciato tempestivamente evidenti violazioni dei principi di indipendenza in società quotate poi andate in dissesto. Invece di introdurre l'innovazione potenzialmente distruttiva degli amministratori di minoranza, si dovrebbe far funzionare meglio il modello degli amministratori indipendenti, che incomincia ad affermarsi e già funziona bene in molte società quotate. Muovendo in controtendenza rispetto ai mercati più avanzati, l'Italia rischia di cadere all'indietro, scoraggiando ancor più la quotazione e generando un modello di governo societario opaco e arretrato.

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