NAVIGA IL SITO

Ma l’Europa resta miope

Oggi parliamo diDelocalizzazione produttivaperchè è importante dire che non comporta necessariamente una perdita netta di posti di lavoro, come molti credono:. nel caso dell’Italia, le imprese che hanno trasferito all’estero attività e produzioni hanno registrato un significativo aumento di produttività e continuano a crescere in termini sia di fatturato sia di occupazione...I colleghi de La Voce ci danno alcuni contributi importanti

di La redazione di Soldionline 22 mar 2005 ore 12:15
di Giorgio Barba Navaretti

I policy maker europei iniziano a interessarsi seriamente del problema della delocalizzazione: il trasferimento della produzione di beni e servizi in altri paesi, in genere in via di sviluppo o in transizione.

La loro preoccupazione, con in testa il ministro dell'Economia francese, Nicolas Sarkozy (ma la stessa ansia è al centro del dibattito delle presidenziali in America), è che questi processi impoveriscano le economie nazionali, con perdita di posti di lavoro e valore aggiunto. Questa visione domina su quella alternativa, che la delocalizzazione sia un processo virtuoso di rafforzamento della competitività delle imprese europee e porta all'adozione di misure cha la contrastano invece di incoraggiarla. Penso che questa sia una grave miopia su cui è utile riflettere.

Fondi di coesione 'vincolati'

Partiamo dalle proposte di politica economica. Queste si innestano nel dibattito sull'utilizzo dei fondi di coesione della Commissione europea dopo l'allargamento dell'Unione a 25 paesi.

In luglio la Commissione europea ha presentato le linee guida della nuova politica di coesione per il periodo 2007-2013. Un'impresa che ottenga fondi di aiuto europei (immaginate un'impresa italiana in Sicilia) non potrà per i sette anni successivi spostare totalmente o parzialmente la propria attività in un'altra regione dell' Unione europea, compresi ovviamente i paesi di nuova accessione, dove il costo del lavoro è più basso e il regime fiscale meno esoso. In settembre Sarkozy ha alzato il tiro, proponendo che i fondi strutturali non vengano concessi ai nuovi membri, se questi non armonizzano la bassa tassazione delle imprese alla media europea.

Per capire perché queste misure siano miopi bisogna partire dalla questione centrale: la delocalizzazione impoverisce le economie che la praticano o è un importante strumento competitivo?

Gli studi che si pongono questa domanda in genere si concentrano sugli effetti sull'occupazione. Sia per quanto riguarda i servizi che il manifatturiero trovano che la perdita di posti di lavoro direttamente imputabili alla delocalizzazione è limitata, come emerge anche dagli articoli di Mary Amiti e Shang-Jin Wei e di Jane Little, pubblicati insieme a questo.

Questo risultato, però, non basta a rispondere alla nostra domanda, in quanto non identifica un controfattuale appropriato. Pensate a un'impresa tessile nel Nord Italia. Immaginate che quest'impresa trasferisca parte delle proprie attività in Polonia e, di conseguenza, elimini cento posti di lavoro in Italia. Possiamo dire che i cento posti si sono persi a causa della delocalizzazione? No, perché la perdita dei cento posti deve essere confrontata con quanto sarebbe successo all'impresa se non avesse investo in Polonia e avesse continuato a produrre in Italia. Forse, sotto la concorrenza di altre imprese europee che producono in Polonia o in Cina avrebbe dovuto chiudere del tutto e perdere ben più di cento posti di lavoro. Non solo, ma essendo diventata più competitiva nell'insieme delle proprie attività, la nostra impresa potrà crescere e aumentare anche la dimensione delle attività italiane.

La delocalizzazione virtuosa

Questo scenario positivo in genere prevale, come dimostra un recente studio condotto da chi scrive con Davide Castellani su un campione rappresentativo di imprese italiane tratto dalla banca dati Reprint del Politecnico di Milano e dell'ICE. Usando tecniche econometriche appropriate è possibile confrontare quanto è accaduto alle nostre imprese con quanto sarebbe accaduto se non avessero investito all'estero. Emerge che l'investimento all'estero ha permesso di aumentare il fatturato degli impianti italiani dell'8,8 per cento e la produttività (e dunque la creazione di valore aggiunto) del 4,9 per cento senza una perdita di posti di lavoro.
Questo risultato è particolarmente significativo, in quanto in Italia gli ostacoli a una delocalizzazione 'virtuosa' sono particolarmente elevati. Le nostre imprese sono piccole e spesso non hanno le risorse e le capacità organizzative per riorganizzare le proprie attività su scala internazionale. Inoltre, la nostra forte specializzazione nel manifatturiero maturo rende spesso più difficili i processi di riorganizzazione e riconversione delle attività che rimangono in Italia.
Se la delocalizzazione è dunque un processo di rafforzamento competitivo anche in settori manifatturieri maturi come quelli in cui è specializzata l'Italia, aumentarne i costi è miope.
Invece di vincolare all'immobilità la concessione dei fondi strutturali, bisognerebbe utilizzarli per favorire una delocalizzazione virtuosa: rafforzando le attività ad alto valore aggiunto che è efficiente mantenere a casa e favorendo la loro integrazione con quelle che vengono trasferite.

Da questo punto di vista, mi sembra corretto quanto propone il nostro viceministro per il Commercio estero Adolfo Urso (si veda il Sole-24 Ore del 28 settembre 2004), tra l'altro in linea con una proposta di legge del 2003 dei deputati Ds: fondi di supporto alla delocalizzazione virtuosa, ad esempio per la creazione di consorzi di piccole imprese che forniscano servizi a chi vuole internazionalizzare le proprie attività.

Penso che debba anche essere presa con estrema cautela la proposta di armonizzazione fiscale tra paesi europei. Le imprese italiane che investono in Slovacchia pagano globalmente meno tasse e ne traggono un beneficio. Immaginate di aumentare le tasse della Slovacchia al livello italiano o della media europea. Le nostre imprese dovrebbero allora spostarsi al di fuori dell'Unione, forse in Cina, con gravi problemi e costi logistici e organizzativi. Insomma, l'armonizzazione fiscale impoverirebbe l'Italia e l' Unione europea invece di rafforzarne la competitività. Avrebbe senso solo se adottata a livello globale e non regionale (così da non dare alla Cina un altro vantaggio competitivo), il che non è realizzabile. Oppure introducendo un'armonizzazione soft, che mantenga comunque un buon grado di differenziazione tra paesi dell'Unione. Del resto, Sarkozy dovrebbe essere d'accordo, visto che ha introdotto nella Finanziaria 2005 della Francia forti incentivi fiscali per chi crei posti di lavoro nelle zone a più forte disoccupazione del paese.

Infine, comunque per la delocalizzazione virtuosa gli incentivi finanziari e fiscali non bastano e possono essere distorsivi. Le rigidità del mercato del lavoro, le rigidità istituzionali, i costi della burocrazia sono tutti fattori che inducono le imprese ad andarsene, scoraggiano nuovi investimenti e rallentano i processi di ristrutturazione.

E questo lo sanno bene le imprese e i sindacati tedeschi e francesi - e anche Sarkozy - quando barattano l'aumento dei tempi di lavoro (e l'abolizione delle 35 ore) con l'impegno a non delocalizzare.

Per saperne di più

Giorgio Barba Navaretti e Davide Castellani 'Does investing abroad affect performance at home? Comparing Italian multinational and national enterprises', Cepr Discussion Paper 4284, 2004.

Giorgio Barba Navaretti e Davide Castellani, 'Investimenti diretti all'estero ed effetti nel paese di origine. Il caso dell'Italia', in Rapporto Ice 2004





Leggi tutti gli Articoli

Questo scritto è redatto a solo scopo informativo, può essere modificato in qualsiasi momento e NON può essere considerato sollecitazione al pubblico risparmio. Il sito web non garantisce la correttezza e non si assume la responsabilità in merito all’uso delle informazioni ivi riportate.