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Zibaldone finanziario - Memorandum di equità fiscale per riformatori prodi (e non codardi)

Come era previsto nel programma elettorale dell’Ulivo, il Governo sembra intenzionato a portare la tassazione dei redditi finanziari al 20%, determinando un aumento medio della pressione fiscale su tali redditi. Tale aumento colpirà...

di La redazione di Soldionline 22 ago 2007 ore 15:46

Come era previsto nel programma elettorale dell'Ulivo, il Governo sembra intenzionato a portare la tassazione dei redditi finanziari al 20%, determinando un aumento medio della pressione fiscale su tali redditi. Tale aumento colpirà le persone fisiche (le famiglie), lasciando invariata la posizione delle società e degli investitori esteri.

L'aumento della tassazione non sarebbe un dramma se il Governo volesse, contestualmente, mettere mano ad alcune riforme e, in particolare, rivedere il metodo di calcolo della base imponibile dei redditi finanziari ed improntarlo a riconoscibili criteri di basilare equità.

Per prima cosa il Governo dovrebbe introdurre anche per i fondi comuni d'investimento la tassazione per cassa anziché per competenza, equiparandoli fiscalmente alle sicav. Ciò non sarà sufficiente per ridare competitività all'industria del risparmio gestito, ma rappresenta un intervento equo che avrebbe anche il merito di togliere l'ultimo alibi ai banchieri nazionali sulle lamentate ragioni esclusivamente normative del declino di tale settore in Italia.

Poiché si prevede che venga introdotta un'aliquota unica del 20% per interessi, dividendi e capital gain, un principio ottimale di giustizia vorrebbe che potesse prevedersi una piena compensazione tra queste poste. In altri termini, i sostituti d'imposta dovrebbero poter compensare i guadagni da interessi e dividendi con le perdite in conto capitale.

Come soluzione di 'second best' dovrebbe potersi prevedere almeno la piena compensazione delle perdite maturate su sicav ed altri prodotti del risparmio gestito non solo con guadagni in conto capitale su azioni/obbligazioni, ma anche con guadagni in conto capitale maturati su altre sicav di comparti diversi.

Infine, il riporto delle perdite per il risparmio amministrato non dovrebbe limitarsi a quattro anni com'è attualmente, ma dovrebbe essere indefinito nel tempo, come per il risparmio gestito. A dire il vero, vera equità vorrebbe che le perdite fossero persino indicizzate: una perdita di 1.000 euro nel 1990 (anche se, allora, ancora non c'era l'euro) ha un valore reale superiore a 1.000 euro di oggi e dovrebbe essere riportata per valori nominali più elevati. Ma, dando per impossibile questa riforma, sarebbe già una conquista del buon senso che le perdite riportabili non avessero una data di scadenza come i prodotti alimentari.

Questa considerazione, però, induce ad una riflessione più generale sul fatto che la tassazione dei rendimenti delle attività finanziarie non è equa se colpisce i rendimenti nominali (comprensivi di inflazione) e non quelli reali.

Tassare un'attività finanziaria con un rendimento nominale positivo, ma reale pari a zero o persino negativo (tipicamente i conti correnti) significa impoverire patrimonialmente i risparmiatori, tassarli sull'inflazione e non su un vero reddito.

Nonostante che la Costituzione della Repubblica dichiari il contrario.

Per cui, non prestate ascolto a coloro che sostengono che l'aumento della imposizione sulle rendite è necessario per un principio di equità. Anche se per ignoranza non se ne rendono conto, tassando i guadagni inflazionistici (fittizi, illusori), in realtà violano la Costituzione.


Paolo Sassetti


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