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La strada tortuosa dell'innovazione finanziaria (terza parte)

Un Paolo Sassetti "autobiografico" ci racconta la storia e l'importanza dell'approccio quantitativo alla gestione di portafoglio, delle sue relazioni con i grandi gestori statunitensi che ne furono i pionieri. E inquadra questa sua impostazione nell'attuale scenario della finanza italiana, incapace di vera innovazione e animata da una concorrenza solo apparente. Spunti interessanti i suoi, come sempre...

di La redazione di Soldionline 6 dic 2005 ore 09:33
Riflessioni sulla concorrenza bloccata

All'idea della deindustrializzazione siamo, in parte, rassegnati per via della concorrenza inarrestabile dei paesi emergenti. Uno slogan diffuso e semplicistico della politica sostiene che la soluzione a questo problema sta nell'elevare il valore aggiunto delle produzioni industriali tramite un più elevato contenuto di tecnologia. Assomiglia molto alla barzelletta di quell'ammiraglio americano che, durante la seconda guerra mondiale, voleva far bollire l'oceano per costringere i sottomarini giapponesi ad emergere, senza interrogarsi su come fosse possibile far bollire l'oceano. È uno slogan semplicistico perché ignora le pre-condizioni economiche, normative ed istituzionali che si dovrebbero creare perché l'industria italiana possa evolversi: un distretto come la Silicon Valley non si improvvisa, specie se la tassazione dei profitti è abnorme, il capitale di rischio è scarso, la protezione degli investitori è resa complicata da un sistema giudiziario lento e da un sistema giuridico ancora inadeguato, la normativa antitrust è poco incisiva, la cultura del brevetto industriale è scarsa, ecc..

Ma le condizioni economiche, normative ed istituzionali non sono neppure favorevoli all'innovazione finanziaria.

Con l'eccezione (chissà perché?) per gli investimenti in valute, la normativa corrente non consente di gestire nulla se non tramite una sgr od una sim, un milione di capitale sociale minimo, una struttura di risorse umane e di costi incompatibile con l'approccio e la filosofia essenziale (ed esistenziale) di Ed Seykota, un processo autorizzativo lungo almeno 8-9 mesi durante il quale la società deve avere già assunto l'organico che resta sostanzialmente inattivo, ma non senza costi, fino ad autorizzazione concessa.

Se le regole fossero state diverse, avrei rilevato un banchetto delle caldarroste in piazza del Duomo e lo avrei trasformato in un negozio finanziario ambulante. È una metafora, ovviamente, ma con un riferimento esplicito alle barriere dimensionali e normative imposte contro il pieno esercizio della concorrenza, col risultato che il settore dell'intermediazione finanziaria, lungi dall'essere aiutato nel processo d'innovazione, perde pezzi che finiscono in mani straniere (cfr. Sassetti, Perché liberalizzare la gestione del risparmio, 2003, reperibile al link http://urlin.it/395 ).

Non ne faccio una questione nazionalistica, in Italia abbiamo personaggi che, molto meglio di me, possono svolgere questo ruolo di campioni dell'italianità del sistema finanziario. Ma il 'perdere pezzi' nell'intermediazione finanziaria è semplicemente un aspetto sottovalutato della deindustrializzazione del Paese, che colpisce anche taluni servizi ad alto valore aggiunto, compresi quelli che appartengono al terziario avanzato, che dovrebbero crescere in una società post-industriale (la city di Londra) e che, invece, malinconicamente, si contraggono in Italia. Come le imprese manifatturiere perdono competitività perché non fanno evolvere i loro prodotti o non ne creano di nuovi, così le imprese finanziarie perdono competitività se non innovano in maniera autentica i loro servizi. Ne sono testimonianza gli uffici studi che chiudono, le sgr che passano di mano, ecc..

Grazie al potere di mercato delle imprese finanziarie, il processo di consunzione è più lento e meno drammatico di quello industriale ma può condurre al declino ed alla marginalizzazione del settore quasi senza accorgersene. Un po' come in quel crudele esperimento che - si racconta - una volta si teneva in alcune scuole statunitensi: se si buttava una rana viva nell'acqua bollente questa si contorceva negli spasmi, se la si metteva in acqua fredda e si portava progressivamente l'acqua al punto di ebollizione, la rana non si accorgeva del trattamento subìto e si lasciva bollire quasi come se nulla fosse.

La Banca d'Italia, di fatto, da decenni sta conducendo il secondo esperimento, utilizzando le banche italiane al posto delle rane. Ha si favorito il processo di concentrazione bancaria, ma non ha compreso come solo un più elevato livello di concorrenza avrebbe alimentato l'innovazione di prodotto e, indirettamente, la stessa competitività internazionale delle banche italiane. Ad esempio, c'è voluta una banca olandese per introdurre in Italia il Conto Arancio. Il prodotto era già diffuso in altri paesi europei, ma nessuna banca italiana si era sognata di introdurlo spontaneamente sul nostro territorio. Il risultato è che oggi, sul territorio italiano, su questo tipo di prodotto si confrontano essenzialmente due banche straniere, l'olandese Ing Bank e lo spagnolo Banco di Santander, che fanno da lepri e qualche banca on line italiana che fa da inseguitrice. I risparmiatori hanno una possibilità di scelta in più, ma prevalentemente grazie alla concorrenza di banche estere.

Sono queste, a mio avviso, la principale carenza e la principale responsabilità 'politica' evidenziate dalla Banca d'Italia nella guida strategica del settore dell'intermediazione finanziaria. Che sono state sottovalutate dal dibattito politico sul ruolo svolto negli anni dalla Banca d'Italia, ravvivato solo dal gossip delle intercettazioni telefoniche.


Chi è disposto a giocare duro nell'arena competitiva?

L'innovazione di prodotto, anche in finanza, è il presupposto necessario per ogni innovazione di marketing che sia duratura. Deve offrire vantaggi concreti (e non solo dichiarati) ai risparmiatori rispetto alla situazione pre-esistente. Da lì si deve partire. Senza reale innovazione di prodotto tutta la costruzione che viene realizzata attorno ad un prodotto dichiarato innovativo è fittizia, pura cosmesi di marketing dagli effetti transitori. Ed è proprio perché i suoi effetti sono transitori che l'innovazione cosmetica in finanza, con la continua produzione di 'finti nuovi prodotti', è incessante e tumultuosa.

La flessione dei mercati azionari del triennio 2000-2002 ha imposto all'attenzione dei gestori la necessità di offrire prodotti a rischio controllato che non ledessero il rapporto di fiducia con i risparmiatori. La storia dei cicli di borsa insegna che ogni 7-10 anni i mercati fronteggiano una correzione profonda. È una condizione con la quale dobbiamo convivere. Meglio conviverci con giudizio, dunque.

Le soluzioni proposte per fronteggiare la natura erratica dei mercati sono state diverse e di diversa efficienza ma quasi tutte improntate alla gestione algoritmica. Credo, prescindendo dalle singole soluzioni adottate, che la risposta corretta sia proprio questa.

Al tempo stesso, però, un'innovazione di prodotto non è perseguibile in un ambiente professionale che non presenti le condizioni organizzative e culturali idonee. È un discorso lungo e complesso che voglio evitare in questa sede ma che, in sostanza, giunge a concludere che l'organizzazione deve essere coerente coi prodotti ed i mercati su cui questi si affacciano. È un concetto consolidato, insegnato nei corsi di organizzazione aziendale. Calato nel nostro contesto significa che, normalmente, il prodotto può essere gestito solo da chi lo progetta perché solo chi lo progetta ha la necessaria fiducia per implementarlo. Pertanto, i gestori debbono iniziare a progettare i prodotti a gestione attiva che gestiranno.

Il collocamento di prodotti finanziari a rischio controllato, a sua volta, apre la strada ad un'innovazione di marketing e di comunicazione che è rimasta finora inesplorata nel campo della gestione di prodotti destinati al mercato retail.

Si immagini una linea di prodotti a rischio controllato nella quali i rispettivi gestori investano una parte non irrilevante della loro liquidità personale. Ovviamente solo se i prodotti fossero a rischio controllato ed i gestori li conoscessero a fondo e ne avessero piena fiducia, sarebbero disponibili ad investirvi. Ma quest'innovazione, semplicemente ispirata ad una prassi corrente nel private equity e nei fondi hedge, aprirebbe anche la strada ad una politica di comunicazione incentrata sul messaggio 'I nostri gestori investono nei loro prodotti. I tuoi investono nei loro?'. Sarebbe una forma di pubblicità comparativa semplicemente incentrata sulla fiducia nutrita nel prodotto che si colloca. Una leva di comunicazione interessante anche per il mondo della promozione finanziaria.

Nel contesto di concorrenza bloccata nel quale si trova il nostro sistema finanziario, se ben si riflette, questa è una delle poche residue leve di comunicazione che non è stata ancora, e per nulla, utilizzata (e nessuna società di consulenza strategica se ne è mai accorta :-). Non è stata utilizzata perché l'organizzazione del sistema finanziario non lo consente, per lo meno non in maniera generalizzata: se la maggioranza dei fondi comuni è sostanzialmente indicizzata, com'è pensabile di investirvi senza riguardo per il ciclo di borsa? Se i gestori sono dei dipendenti, com'è possibile pretendere da loro quest'obbligo?

La comunicazione sul prodotto è solo l'ultimo tassello di un modello di business in cui il sistema organizzativo deve essere coerente con i prodotti offerti. Solo prodotti total return gestiti da gestori-imprenditori che accettassero di adottare nel mercato dei fondi armonizzati le logiche di 'allineamento' dei loro interessi con quelli dei loro clienti, tipiche dei fondi hedge, consentirebbero la 'giocata' di questo tipo di comunicazione. Probabilmente l'evento sarebbe di tale rilevanza che i media dovrebbero occuparsene per forza. Un evento paragonabile alla notizia del postino che morde il cane da guardia.

Credo che, vigilando la Consob sulla veridicità di questa comunicazione, sarebbe un'innovazione che non potrebbe diffondersi nel settore con elevata velocità (magari potesse, vorrebbe dire che il sistema si è trasformato rapidamente). Alcuni operatori minori per dimensione potrebbero essere i primi ad adottarla perché sarebbe una leva, difficilmente imitabile nel breve termine, per differenziare nella comunicazione i loro prodotti, dopo averli, però, differenziati nella strategia d'investimento (la sostanza). Poiché il settore del risparmio gestito sonnecchia in gran parte d'Europa (con parziale eccezione per il Regno Unito), quest'innovazione consentirebbe la più agevole esportazione dei prodotti italiani sul continente europeo. Provate ad immaginare gli effetti di questa comunicazione in mano ad un uomo di comunicazione come Ennio Doris e, se cito Doris, è solo perché è l'unico che, bene o male, vada all'assalto dei mercati europei.

Vedremo se, in futuro, si affaccerà qualcuno disposto a raccogliere la sfida per scompaginare le regole competitive nel settore del risparmio gestito!


Paolo Sassetti
Analista finanziario indipendente, socio Aiaf


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