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L’Italia tra l’incudine di Maastricht ed il martello degli sgravi fiscali

Una riflessione di Paolo Sassetti sull'intricato nodo della riduzione delle aliquote. Misura necessaria in sè, che però deve andare di pari passo con una vera razionalizzazione della spesa pubblica, che non implica necessariamente una compressione dello stato sociale

di La redazione di Soldionline 5 ott 2005 ore 08:51
Il Capo del Governo ha dichiarato che o si realizzano i tagli fiscali promessi o si va alle urne.

"Forza Italia può correre da sola" ha dichiarato senza mezzi termini.

Il monito è chiaramente indirizzato ai suoi alleati di governo. A chi altri potrebbe essere rivolto? L'opposizione - a torto o a ragione - si è ritirata sull'Aventino, lasciando carta bianca al Governo sulla legge finanziaria.

Ma perché gli alleati di Berlusconi dovrebbero far resistenza ai tagli fiscali promessi ed accollarsi la relativa impopolarità?

Vi possono essere due sole ragioni:

1) non esiste accordo dentro la Casa delle Libertà su come distribuire gli sgravi tra famiglie ed imprese e tra famiglie di diverso reddito;
2) non esiste la copertura finanziaria per gli sgravi fiscali ed alcuni alleati di Berlusconi temono di sfondare il tetto del 3% del deficit sul PIL.

"Non sfonderemo il tetto ma daremo battaglia in Europa" ha aggiunto Presidente del Consiglio ma la bellicosità di questa dichiarazione tradisce un'incertezza sull'effettivo mantenimento del tetto del 3% nel 2005.

Abbiamo ormai raggiunto un'ampia consapevolezza che il Trattato di Maastricht richieda maggiore flessibilità applicativa in relazione alle diverse fasi della congiuntura internazionale. Ad esempio, escludendo gli investimenti infrastrutturali dal computo del tetto. La 'ratio' di questa possibile eccezione risiede nella consapevolezza che gli investimenti infrastrutturali aumentano la produttività del sistema Paese e la possibilità di crescita nel lungo termine. L'aumento della produttività si sostanzia anche in minori costi per le imprese: è sufficiente riflettere sulle diseconomie indotte da una rete di autostrade e tangenziali insufficiente per rendersene conto.

Tuttavia, è chiaro che tale flessibilità di bilancio vada adottata con una preventiva revisione del Trattato di Maastricht, non assestandogli delle spallate per demolirlo senza che una preventiva alternativa sia stata concordata tra tutti i paesi aderenti. L'alternativa diventerebbe difficile da conseguire se si giungesse ad un rinegoziazione del Trattato in una condizione di 'molti contro tutti', cioè di alcuni paesi inadempienti e di altri adempienti. Francesi e Tedeschi hanno già assestato una dura spallata al Trattato (ma con economie decisamente più virtuose della nostra), se gli Italiani si accodano, gli danno la spallata finale e vedranno i Britannici gongolare.

In Italia il problema sul tappeto è che il tetto vorrebbe essere sfondato da alcuni settori del Governo non per aumentare gli investimenti infrastrutturali del Paese e le spese per la ricerca ma principalmente per aumentare il reddito delle famiglie, cioè per alimentare i consumi. In una visione congiunturale di breve termine questa manovra potrebbe anche essere utile. Ma, in una visione di più lungo termine, in mancanza di copertura finanziaria, no di certo. Non per niente, pur scontando la rigidità assunta sul tema dalla Banca Centrale Europea, gli economisti e i politici che si sono dichiarati favorevoli alla revisione del Trattato (Mario Monti, Giorgio La Malfa), lo hanno fatto limitatamente a tenere "fuori sacco" le sole spese per investimenti e non le spese correnti.

Nell'ipotesi di revisione del Trattato, questa revisione dovrebbe valere per tutti i Paesi che vi aderiscono ma dovrebbe essere osservata con particolare rigore da quelli che, come l'Italia, hanno uno stock di debito pubblico molto elevato ed una dotazione di infrastrutture pubbliche inferiore alla media europea.

Un aumento del deficit dovuto ad una minore copertura delle sole spese correnti sarebbe interpretato assai male dai mercati finanziari. I tassi di interesse potrebbero rialzarsi come manifestazione di sfiducia verso il debitore Italia. A quel punto le tasse dovrebbero tornare a salire solo per coprire i maggiori oneri del debito pubblico. Non sarebbe un risultato esaltante. Significherebbe solo che il problema dell'equilibrio corrente del bilancio è stato rinviato.

Gli sgravi alle famiglie, quindi, possono essere finanziati solo con tagli alla spesa corrente non con tagli agli investimenti. Altrimenti si torna al gatto che si morde la coda.

Nulla da fare, dunque? Possiamo solo scegliere tra due visioni estremiste della finanza pubblica? Credo che esista un'alternativa. Nelle spese correnti della Pubblica Amministrazione si annidano molti sprechi quotidiani che facciamo finta di non vedere. Smaltire un sacco di immondizia ospedaliera non può continuare a costare 150 euro con la motivazione che sono rifiuti 'speciali', un'incubatrice non può costare 60 mila euro per il semplice fatto che deve essere certificata, far tinteggiare la stanza di un edificio pubblico non può costare 10 mila euro... (succede, succede). In Lombardia esistono innumerevoli enti pubblici e parapubblici che si occupano di formazione e di riqualificazione professionale i cui risultati sono assai dubbi. Le erogazioni a pioggia di fondi del Fondo Sociale Europeo per improbabili corsi di formazione professionale sono un altro esempio di risorse pubbliche male impiegate. Quante volte negli ultimi anni è stato rifatto il selciato del Duomo di Milano? Gli sprechi si annidano nelle forniture alla Pubblica Amministrazione, non solo nei grandi appalti ma anche nelle piccole spese. Essi rendono apparentemente non comprimile la spesa corrente. Sono i residui mai eliminati della cosiddetta Prima Repubblica e della 'Milano da bere' (che più propriamente si sarebbe dovuta chiamare 'Milano da mangiare').

Ma la spesa corrente può essere ridotta senza ridurre le prestazioni erogate al pubblico se viene gestita con un'efficienza superiore. Ovviamente questo processo creerà degli scontenti (i fornitori della P.A.) ma è ormai tempo di scelte improcrastinabili per modernizzare il Paese. Il fondo del barile, ad efficienza immutata della spesa pubblica, ormai è stato raschiato. Il terrorismo e gli impegni militari dell'Italia all'estero hanno addirittura imposto dei nuovi costi, le erogazioni dell'Italia a favore dei paesi in via di sviluppo sono state decimate ben al di sotto di quanto previsto dagli impegni internazionali.

Prima di ridurre i livelli occupazionali nella scuola o nell'università dovremmo interrogarci seriamente se esistano strade che non siano state ancora esplorate.


Paolo Sassetti




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