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Il Warren Buffet di oggi? Non guarda agli Anni Sessanta

Il mercato è cambiato. Siamo entrati in una fase nuova, anzi in un’epoca nuova per i mercati, e non staremo qui a dilungarci su considerazioni già fatte in passato

di Valter Buffo 20 ott 2020 ore 15:37

Commento di recce-d.com

 

warren-buffett_9Scegliamo questa settimana di ripartire da un titolo di Bloomberg della settimana scorsa, che dice che i discepoli di Warren Buffett dovrebbero sperare che esploda la bolla del comparto obbligazionario (una delle tante bolle che noi investitori oggi siamo costretti a cavalcare, costretti da politiche sia monetarie sia fiscali senza freni, senza limiti e soprattutto senza controllo).

 

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Nei precedenti 28 interventi di questa serie, noi di Recced’ vi abbiamo presentato una serie di informazioni, considerazioni, e analisi a proposito dei “value stocks” che cita sopra il titolo di Bloomberg, ma questo stesso titolo a noi serve sia confermare che il tema resta della massima attualità, sia a ribadire che, almeno secondo noi, partendo proprio da questo tema si può, ed anzi si deve, arrivare a constatare la crisi di un certo modo di avvicinarsi ai mercati e ad investire.

Ma ripartiamo proprio da Warren Buffett, investitore dalle straordinarie capacità, che ha costruito un sostanziale (probabilmente non colmabile) vantaggio sui propri concorrenti, e anche su molti imitatori, negli anni tra il 1970 ed il 2000, impostando il proprio portafoglio su concetti come il “valore aziendale” e il “lungo termine”. In buona sostanza, Buffett ha dimostrato in quei decenni di sapere individuare con grande anticipo le aziende di successo (contribuendo alla diffusione del concetto di “moat” che tra gli altri anche noi di Recce’d abbiamo adottato, e adattato al nostro sito).

Ognuno di voi lettori può constatare senza difficoltà che, negli anni successivi al Duemila, il vantaggio di Buffett sui concorrenti si è ridotto a qualcosa di molto vicino a zero, confrontando il valore del suo Fondo Berkshire Hataway e l’indice della Borsa di New York. Ma è andata ancora peggio ai suoi imitatori, come potete vedere sotto nel grafico che segue: è andata male in particolare a chi, utilizzando modellini matematici e algoritmi, ha preteso di rendere “automatici” i criteri alla base di acquisti e vendite in Borsa, adottando come criterio-guida la distinzione tra azioni di tipo “value” e azioni di tipo “growth”.

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Il mondo intero (il mondo dei gestori professionisti, quanto meno, è alla ricerca di una spiegazione, ormai da anni, senza arrivare ad un risultato: citeremo qui un breve estratto dell’articolo di Bloomberg, nel quale si accenna a una delle spiegazioni proposte di recente, quella degli “intangibili”.

One of the first and most reliable ways to beat the market is value investing, promulgated brilliantly by Benjamin Graham in the 1930s, adapted by luminaries such as his pupil Warren Buffett in the years since, and identified as a quantitative factor that will predictably outperform  in the long run by Eugene Fama and Kenneth French. At its simplest, it holds that stocks which are cheap compared to their book value (or some other sensible measure) will do better over time. It even has common sense on its side: “Buy stuff for less than it’s worth and you’ll make money.”

The only problem is that value has underperformed by so much and for so long now, that the whole concept is coming in for re-evaluation. Two recent studies tackle the issue neatly.

The first complaint, from Brent Leadbetter, Feifei Li and Juhani Linnainmaa, a group of academics sponsored by Research Affiliates, is that book value has become an incomplete and limited measure of a firm’s size. Meanwhile, Campbell Harvey of Research Affiliates suggests that the critical issue can be solved, and the value style can to an extent be resuscitated, if we include intangibles.

Non prendiamo oggi posizione sul tema degli “intangibili (ci ritorneremo in futuro, parlando anche della seconda delle due possibili spiegazioni che l’articolo di Bloomberg prende in esame). Oggi intendiamo richiamare la vostra attenzione sull’argomento “rivalutazione” che viene toccato sopra nel brano. Oggi, nel mondo della gestione professionale, sono in molti quelli che, utilizzando anche modelli matematici e relativi algoritmi, si affidano ai cosiddetti “patterns”, ovvero comportamenti ricorrenti: ed è molto diffusa la pratica di fare riferimento ai comportamenti di due categorie di azioni (Value e Growth): Che succede quando il comportamento, quelli veri (non quelli degli algoritmi) non si adattano più a quel modello? Si perdono soldi, è ovvio.

Chi ci si è affidato, negli ultimi anni, oggi si ritrova ad avere in mano una patata che scotta. Anzi, una serie di patate bollenti. Questa esperienza, ampiamente documenta anche dai media (quale è Bloomberg)  a noi suggerisce due indicazioni operative che a noi sembrano  di grande utilità:

  1. Ci pare che ogni investitore, professionale o non professionale, debba come minimo essere avvertito dei cambiamento che interessano i mercati finanziari e il loro funzionamento: ovviamente i mercati finanziari del 2020 non sono quelli del 1960, ma neppure quelli del 1980, e tanto meno quelli del 2000; adottare regole meccaniche, strumenti antiquati, analisi orientate al passato, applicandole al futuro a nostro giudizio è un metodo per generare risultati insoddisfacenti per i propri investimenti di portafoglio
  2. Metodi automatici di selezione dei titoli e dei fondi, comunque siano determinati, sono sempre un prodotto della mente umana: immaginare una macchina che “faccia meglio dell’uomo” solo perché è in grado di elaborare milioni di dati ogni secondo è un errore, perché trascura il fatto che quella macchina, quel robot, lavora sulla base di regole e modelli prodotti dall’uomo; peggio che mai, operare sulla base di modelli degli Anni Settanta ed Ottanta è un errore prima ancora di cominciare; la finanza quantitativa, e i modelli di valutazione (inclusi i modelli per “value vs. growth” devono essere aggiornati e adattati ai tempi nuovo, e questa è una pratica che è preferibile avvisare a quei pochi che oggi conoscono nel profondo la finanza quantitativa.

Ritorniamo quindi a ciò che dice il titolo di Bloomberg, e spieghiamo in che modo Recce’d vede questa cosa: da parte nostra, c’è poca fiducia che un eventuale scoppio della bolla obbligazionaria (scoppio che, peraltro, a nostro parere è tutt’altro che improbabile) riporti le cose “come stavano una volta”: al contrario, a noi il grafico che avete visto più sopra a noi dice che è cambiato il mercato, che siamo entrati in una fase nuova, ed anzi in un’epoca nuova per i mercati, e non staremo qui a dilungarci su considerazioni già fatte in merito alle spinte ed agli interventi che hanno prodotto questo epocale cambiamento.

In conclusione, noi riteniamo che si possa dire che “investire come Buffett” oggi ha un significato molto diverso dal “fare ciò che Buffett fece negli Anni Settanta ed Ottanta”: oggi, fare come Buffett significa scegliere oggi, tra i tanti metodi di investimento che oggi sono disponibili, quel metodo, quei criteri, quei modelli e quegli strumenti di investimento più adatti per fare meglio dei concorrenti e per produrre risultati positivi. Questa è la competizione che determinerà vincitori e vinti nel prossimo decennio.

 

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