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Valore: una fuga di massa?

La storia dei titoli “value” ci insegna che non esiste la “macchinetta che fa i soldi”, che non esistono soluzioni “semplici a portata di tutti”, non si può ricreare l’IKEA nel mondo degli investimenti

di Valter Buffo 25 nov 2020 ore 09:40

Commento di recce-d.com

investimento_9Nelle due precedenti settimane, i nostri contributi si sono concentrati sulla reazione delle borse, ed in modo particolare dei due comparti di titoli azionari che tutti chiamano "valore" e "crescita", alle notizie diffuse dai media prima sulle elezioni, e poi sul vaccino. Di questo vi racconta anche il primo grafico di oggi, di fonte Goldman Sachs.

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Per noi elezioni e vaccino sono state notizie molto utili, come supporto alle tesi che il nostro lavoro propone (lavoro che prosegue da 34 settimane): si è trattato di un test eccellente, per verificare se le due categorie di titoli hanno ancora una loro validità, ed un loro significato concreto, per i mercati finanziari di oggi, e quindi per noi investitori.

Proseguiremo nel nostro lavoro, e torneremo quindi ad informarvi al proposito, nelle prossime settimane: ora lasciamo passare un po’ di tempo, così da fare “posare la polvere”, e così da permettere agli operatori specializzati (in grande difficoltà, oggi) di chiarirsi un po’ le idee.

Con il contributo di oggi, Recce’d si ricollega a ciò di cui vi aveva informati prima delle elezioni USA: ovvero di conseguenze materia, molto partiche ed anche molto ampie, che colpiscono gli operatori di mercato, ed in modo particolare quegli operatori che avevano scelto di affidare il loro destino (ma soprattutto, il destino dei soldi dei loro clienti investitori) alle due categorie di azioni che si chiamano “valore” e “crescita”, magari tirando dentro (a volte a proposito, a volte meno) persino Warren Buffet ed i suoi successi degli ultimi decenni del millennio che si è appena concluso. Partiremo oggi prendendo spunto da un recentissimo articolo della prestigiosa rivista Institutional Investor, articolo del quale qui sotto pubblichiamo un’immagine del titolo.

 

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Il titolo dell’articolo ci anticipa che la prestigiosa società di gestione AQR è in difficoltà. La società AQR merita la vostra attenzione di lettori perché è l’autentico campione mondiale per ciò che riguarda da un lato lo stile di investimento che premia le azioni “value” (lo stile che dovrebbe essere quello di Warren Buffett) e dall’altro le metodologie cosiddette quanti, quelle che fanno uso di modellini matematici ed algoritmi. Il titolo ci informa che AQR chiuderà una parte dei suoi fondi comuni di investimento, e ne fonderà altri fra loro, a causa di “persistenti deflussi di denaro”. Questo significa che gli investitori stanno lasciano AQR: disinvestono, e forse scappano. Ma da che cosa? Leggiamo un passaggio di questo articolo.

It’s no secret that AQR has been struggling with performance and investor redemptions. The firm, like many of its quantitative peers that use systematic value factors in its funds, has been hurt as value has underperformed for a record number of years. Value did bounce back beginning in October, but it’s too early to say whether there will be long-term relief for the style. “It’s really been very problematic for them, starting in 2018,” said Erol Alitovski, a senior manager and research analyst at Morningstar. “Their strategies use various risk premia, and value’s underperformance has had a severe impact on many strategies. They’ve had serious drawdowns across the board in liquid alternatives.”Retail investors, in particular, arequick to leave the strategies at the first signs of underperformance, Alitovski said. AQR performed well in 2015, 2016, and 2017, raising significant assets. But those investors started fleeing after underperformance in 2018 and 2019 and into this year. “They’ve had persistent outflows for quite a while,” Alitovski said. “It’s a prudent decision on AQR’s part to consolidate.” AQR is not the only firm to suffer from fickle retail investors with liquid alternatives, which have been touted as a way for individuals to get access to strategies once available only to bigger institutions. When Marketfield Asset Management, a liquid alts firm, was generating top returns, it climbed to a peak of $28 billion in assets. “Then performance turned and assets left,” Alitovski said.

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Il brano di oggi è piuttosto lungo, ma il piccolo sforzo che chiediamo può esservi utile per recuperare il tono originale non solo dell’articolo ma dell’intero dibattito. Trovate infatti riferimento ai temi che chi ha seguito le nostre 34 puntate ha già incontrato:

  1. La difficoltà delle strategie sistematiche, ovvero di tutte quelle che eseguono in automatico gli ordini di acquisto e vendita utilizzando gli algoritmi
  2. Le difficoltà dei criteri di valutazione elaborato negli anni ottanta del secondo scorso: oggi in difficoltà ci sono le strategie “value” ma in questione c’è l’intero impianto teorico che le giustifica
  3. Le difficoltà hanno un nome molto preciso: i risultati. Gli investitori escono da queste strategie perché sono stanchi di perdere denaro, e per conseguenza i fondi comuni oppure le case di fondi comuni poi chiudono. Lo racconta anche l’immagine del Financial Times qui sopra

C’è però, nel brano qui sopra, anche dell’altro, e molto significativo: si racconta di investitori al dettaglio, piccolo investitori, che puntano a fare attività “entra-ed-esci” proprio su questi fondi comuni di investimento. Questo dato ci permette di accennare a un tema che noi riteniamo significativo, e collegato a tutti quelli elencati in precedenza. L’intera industria globale dei fondi comuni di investimento da sempre basa il suo marketing sulla necessità di “investire per il lungo termine”, perché poi nel lungo termine “tutto si aggiusta”. Tanto poi, nel lungo termine, non ci saremo più, né noi a controllare, né loro, i venditori, a rispondere dei suggerimenti. Comprensibilissimo il fastidio di una ampia fetta degli investitori retail, che hanno scelto di non cadere più in questa trappola commerciale. Cadendo però dalla padella alla classica brace, perché manca una disciplina alternativa. Le politiche senza freni delle banche centrali hanno generato nell’investitore al dettaglio un senso di onnipotenza (“non sbaglio mai”, “potevo guadagnare più soldi”) che è pericoloso, e produce danni. Anche a questo, può servire la nostra serie di contributi: a ricordare al lettore che investe di non inseguire mai la moda del momento, che sia quella dei titoli “value” e dell’ìincolpevole Warren Buffet (fino a qualche anno fa), che sia oggi quella degli algoritmi, dei robot e delle “macchine che non sbagliano mai”.

La storia dei titoli “value” ci insegna che non esiste la “macchinetta che fa i soldi”, che non esistono soluzioni “semplici a portata di tutti”, non si può ricreare l’IKEA nel mondo degli investimenti. In estrema sintesi,non è vero, che “ci vuole un attimo”, per investire bene. Ci vuole competenza, e attenzione, e lavoro, ed anche innovazione nei metodi, lasciandosi alle spalle quelli di quaranta anni fa.

 

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