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Valore e crescita: implicazioni molto concrete

E' proprio in quel preciso momento, quando si decide di uscire da un investimento per andare su un altro investimento, che diventa essenziale essere consapevoli

di Valter Buffo 28 ott 2020 ore 09:42

Commento di recce-d.com

 

analisi-mercato_1Recce’d ha avviato in marzo 2020 questa serie di contributi, che oggi arriva all’episodio numero 30, e che facilmente potete rileggere qui sul sito di Soldionline.it fini dall’inizio: dopo avere preso spunto dalla storica divergenza tra il comportamento delle azioni di tipo “value” e quello delle azioni di tipo “growth” Recce’d vi ha documentato non soltanto il fenomeno nei suoi aspetti più evidenti, ma pure il dibattito, molto ampio e a volte dai toni forti che si è accesso tra operatori di mercato, analisti, commentatori e persino politici.

Da qui, abbiamo proseguito: illustrando ai lettori come si può  ricavare da questa vicenda insegnamenti che sono molto utili per tutti gli investitori: insegnamenti che riguardano le tecniche quantitative di gestione del portafoglio (asset allocation) ed anche gli algoritmi per il trading come gli algoritmi per la selezione dei fondi comuni di investimento.

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Ovviamente nei prossimi mesi Recce’d ritornerà a trattare i medesimi temi, visto che la situazione è tutt’altro che definita, ed al contrario è in piena evoluzione: oggi però e per qualche settimana, ci concentreremo sulle conseguenze pratiche, sulle ricadute concrete dei fatti che vi abbiamo documentato. Con questa scelta ci proponiamo di spazzare via da ogni nostro lettore la sensazione che si stia scrivendo di problemi più che altro teorici, e quindi lontani dalla vita quotidiana degli investitori. Tutto al contrario: ciò di cui si scrive nella nostra serie ha già avuto implicazioni pratiche molto forti, e ne avrà altre, anche più forti, nel prossimo futuro. Non ci credete?

Un (noto) gestore di fondi comuni ha... semplicemente deciso di chiudere, visto che i suoi fondi, che seguivano in modo stretto e fedele una strategia di tipo “value”, hanno generato risultati che (lo dice lui) “fanno schifo”. Abbiamo scelto questa vicenda, e un titolo dai toni magari un po’ forti, per testimoniare ai lettori che momenti di ampia divergenza tra i prezzi di mercato, e di rottura col passato per i mercati finanziari, non sono importanti solo dal punto di vista statistico, o per chi disegna grafici a colori. Questi momenti di distorsione hanno implicazioni che toccano le strutture, gli operatori, i prodotti. Momenti di questo tipo producono ampi spostamenti del denaro dei clienti, da una parte all’altra, e questo modifica i ricavi e i prodotti delle società del settore, e dei venditori che collocano i “prodotti finanziari”. Nell’immagine che trovate in apertura di questo contributo, i dati che testimoniano un deflusso di fondi, dai fondi comuni di tipo “value” che iniziò a prendere dimensioni significative già cinque anni fa. In questo contributo, come sempre, Recce’d guarda alle cose dal punto di vista del cliente investitore finale, che è il solo punto di vista che ci riguarda: e al cliente investitore ricordiamo che è proprio in quel preciso momento, quando si decide di uscire da un investimento per andare su un altro investimento, che diventa essenziale essere consapevoli. Questo è ciò che noi andiamo ripetendo da anni: l’investitore finale deve prima di tutto essere consapevole di ciò che fa. Deve evitare di andare dietro agli slogan di vendita e agli spot televisivi (magari girati da famosi registi e celebrità assortite): deve invece approfondire e capire, e nello specifico di questo caso capire perché il vecchio investimento non ha funzionato: questo è il solo modo per evitare di ripetere esattamente il medesimo errore anche con il nuovo investimento. Ritornando al caso delle strategie di investimento di tipo “value” che si appoggiano sulle teorie di ben Graham di cento anni fa, vediamo di comprendere che cosa non ha funzionato, per i clienti di questo gestore che noi abbiamo scelto come esempio (ce ne sarebbero parecchi di simili) e per i clienti di altri gestori che seguono la medesima impostazione. Quello che non ha funzionato è il criterio di valutazione, il criterio cosiddetto “value”, come spiega nel dettaglio il Wall Street Journal.

You can complain about the death of value investing, or you can do something about it. The discipline of buying cheap stocks, and holding them until they deliver superior returns, has lagged behind the market for so long that most of its practitioners seem to do little but talk about how bad it is and speculate about when it will get better. Then there’s Ted Aronson. He is giving back $10 billion to his investors and shutting down his Philadelphia-based value-investing firm, AJO. That is after more than 30 years in which AJO’s returns were often among the best in the business of managing money for pension funds, university endowments and other institutions. They aren’t among the best anymore.

Sono parole molto chiare, quelle del WSJ che avete appena letto. Ma non esauriscono l’argomento: che noi riprenderemo tra sette giorni, ripartendo dalla frase che potete leggere sotto nell’immagine.

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