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Valore e crescita e robo-advisory

Per nove settimane, il nostro contributo settimanale è stato dedicato al tema dei titoli azionari “value” e dei titoli azionari “growth”: abbiamo informato il lettore sulla crescente divergenza negli andamenti di queste due categorie di titoli azionari

di Valter Buffo 16 giu 2020 ore 14:49

Commento di recce-d.com

analisi-economiaPer nove settimane, il nostro contributo settimanale è stato dedicato al tema dei titoli azionari “value” e dei titoli azionari “growth”: abbiamo informato il lettore sulla crescente divergenza negli andamenti di queste due categorie di titoli azionari (e lo facciamo ancora oggi, con i due grafici che accompagnano il nostro contributo).

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Poi abbiamo deciso di allargare l’orizzonte della nostra indagine, e mettere all’attenzione dei lettori i collegamenti, forti, tra questa anomalia di mercato e l’evoluzione del settore del risparmio gestito, ovvero il settore dei fondi comuni, delle GPM, e delle GPF in fondi oppure in ETF. Abbiamo visto, soltanto la settimana scorsa, che il settore dei fondi comuni di investimento (e quindi delle GPM e delle GPF): i fondi comuni sono un prodotto vecchio, senza più pricing power, e per questa ragione le società di gestione sono costrette a lasciare già quasi tutto ciò che guadagnano con le commissioni al venditore di turno, che sia SIM, che sia rete di promotori, che sia rete bancaria oppure assicurativa, come illustrato di recente anche sul Corriere della Sera dalla giornalista Milena Gabanelli. Ed è qui che entrano in scena i quant, gli algoritmi, il fintech, i robo advisors. Ed è qui si ritorna al nostro punto di partenza, quello dei titoli azionari “value” e dei titoli azionari “growth”. Vediamo come. L’industria dei “prodotti finanziari” e del “risparmio gestito”, obbligata a confrontarsi con una serie lunga, ed ampia, di dati che raccontano che i fondi comuni fanno peggio del loro benchmark di riferimento in 9 casi su 10, sono state forzxate a “inventarsi qualcosa”.

La scelta è caduta sulla finanza quantitativa: si è scelto di proporre ed imporre al pubblico cosiddetto “retail” prodotti finanziari nuovi almeno nella facciata e nella confezione, e di presentarli come prodotti “quantitativi”: il che è vero, ma solo in parte, come poi vedremo. Per fare questo, ovvero per costruire “prodotti finanziari” all’apparenza nuovi l’industria di fondi, GPM e GPF è andata a pescare negli anni settanta ed ottanta: in quegli anni infatti furono testati e pubblicati una serie di modelli che applicavano la statistica all’analisi dei rendimenti dei titoli azionari. Tra questi, i più noti sono i modelli di Fama (poi premio Nobel) e French, ma allo stesso tempo è giusto riconoscere che anche un certo numero di società del settore privato sperimentarono e poi diuffusero nel settore del risparmio prodotti basatio su quel tipo di modelli statistici: e qui è BARRA il nome che corre subito alla mente.

Per fare breve una storia che fu molto lunga ed articolata: quei modelli furono venduti negli anni ottanta proprio ai gestori dei fondi comuni, che però li misero del tutto da parte, perché al momento dell’applicazione a veri portafogli in titoli se ne individuarono numerosi punti deboli. Insomma: non funzionarono. Ed eccoci al secondo decennio degli anni duemila, quando si decide (una scelta di marketing, ovviamente, e non una scelta di gestione) di ritirare fuori dall’armadio gli impolverati modelli alla Black-Litterman, rivolgendo però la proposta, in questo caso, non più ai gestori professionali, bensì al pubblico del retail, ai clienti investitori finali. Ai quali ovviamente si dice che questi modelli della tradizione Black-Litterman funzionano... da Dio, senza fare cenno al fatto che se funzionassero così bene l’industria dei fondi comuni li avrebbe utilizzati per sostituire i gestori in carne ed ossa. Così nascono i robo-advisors, che poi negli ultimi cinque anni arrivano anche in Italia, e dai quali noi ripartiremo la settimana prossima, ritornando così a “growth” e a “value”.

L’esame dei due grafici che vi proponiamo oggi, oltre a fornirvi una ulteriore testimonianza della forte divergenza nell’andamento delle due categorie di titoli azionari che fanno da spunto per la nostra serie di contributi ("growth" e "value") potrà esservi utile anche per avviare una riflessione sulla validità dei modelli statistici applicati, in modo meccanico ed anche automatico, alla gestione di un portafoglio titoli. Si chiamino essi Black-Litterman, Fama-French o altro, ci sono solide ragioni (ovvero dati di performance) che giustificano il nostro consiglio a tutti i lettori, che è quello di riflettere bene prima di affidare il proprio denaro a qualsivoglia “macchina capace di fare i soldi”. La finanza quantitativa ha certamente una sua validità per la gestione di portafoglio, ma soltanto sie veine affidata a chi la conosce e quindi la sa utilizzare nel modo migliore: affidare in modo automatico le scelte di portafoglio ad un modellino matematico, oppure ad un algoritmo, è una scelta che anziché ridurre il grado di rischio lo aumenta immediatamente. Perché il cliente sopporta poi il rischio che il modellino o l’algoritmo... faccia cilecca.

 

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