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Valore vs crescita e i robo-advisors

Con il nostro lavoro, ora ci proponiamo di illustrare ai lettori che la crisi di “value” e di “growth” può essere interpretata come una crisi che investe l’industria dei fondi comuni

di Valter Buffo 9 giu 2020 ore 09:53

Commento di recce-d.com

azioni-che-cosa-sonoAbbiamo scritto sette giorni fa, nel nostro contributo, che dopo i primi dieci contributi dedicati al tema “value vs growth” orientato il nostro lavoro in una direzione più ampia, mantenendo il tema “value vs growth” come spunto iniziale e pivot del nostro lavoro di analisi.

Con il nostro lavoro, ora ci proponiamo di illustrare ai lettori che la crisi di “value” e di “growth” può essere interpretata, con giustificato motivo, come una crisi che investe l’intera industria dei fondi comuni. La crescente divaricazione tra le due categorie di titoli azionari secondo molti segnala il fallimento (almeno temporaneo) dei modelli cosiddetti Quant sulla base dei quali si era arrivati alla definizione proprio di queste due categorie di azioni. Nell’immagine tratta da Bloomberg che trovate qui sotto vi forniamo la testimonianza di una crisi che era già conosciuta da molti ben tre anni fa.

 

crisi-bloomberg

 

Ripartiremo oggi dalle parole di uno dei protagonisti della finanza globale, e in particolare della gestione dei fondi ccomuni, che fa da sempre, ed in modo esplicito, affidamento e riferimento ai modelli Quant e quindi alla teoria sottostante le due categorie di azioni “value” e “growth”. Si tratta di Cliff Asness, numero uno della società di gestione americana di fondi  comuni AQR. Vi proponiamo di rileggerle anche oggi:

The number crunchers at the Greenwich, Conn., global investment management firm AQR aren’t so sure. They suspect value remains a viable investment strategy, although they think investors need to calculate “value” in more sophisticated ways in the way. “We think the medium-term odds are now, rather dramatically, on the side of value,” writes AQR honcho Cliff Asness in a blog post. “It has certainly been excruciating getting here, but here we are, and it’s never looked cheaper looking forward.” Value’s recent woes are nothing new, writes David Blitz, the head of Quantitative Research at money manager Robeco. For value investors the decade just past looks much like the 1990s—another “lost decade” when they were desperately out of fashion. That was followed by a period when the market swung away from growth and back to value.

 

asness-titoli-azionari-value

Nel brano che avete appena letto, Asness e il suo omologo in Robeco, che si chiama David Blitz, affermano che i titoli azionari che appartengono alla categoria “value” hanno davanti eccellenti prospettive di rialzo, sia in assoluto sia e soprattutto in termini relativi (rispetto alle azioni che stanno nella categoria “growth”). Ma qui il discorso si fa molto più complicato: perché i due pareri arrivano da persone che certamente sono autorevoli, ma che allo stesso tempo parlano in “conflitto di interessi”. Il loro interesse, diretto, nel difendere la validità dei modelli che loro stesso utilizzano risiede nel fatto che le loro società di gestione dei fondi comuni vendono al pubblico “prodotti finanziari” che sono basati proprio su quei modelli. Anche ai meno informati risulta quindi facile per capire che i due notissimi gestori NON POSSONO affermare che i modelli quantitativi che cono basati sui fattori “growth” e “value” non funzionano più, come si potrebbe ipotizzare guardando l’immagine che segue (tratta dal New York Post). Dovrebbero poi chiudere le loro attività, o quanto meno inventarsi una nuova formula commerciale. Ed è proprio qui che noi introduciamo i lettori ad un tema molto più ampio, per mettere in luce la rilevanza di ciò che accade oggi con “value and growth”. Iniziamo facendo però un passo indietro. Come molti tra i lettori già sanno, l’industria dei fondi comuni si trascina da anni in una situazione di crisi profonda, e documentata anche dalla stampa specializzata. I due aspetti che rendono la crisi dei fondi comuni molto evidente a tutti sono:

  1. I risultati: è noto che i fondi comuni di investimento tradizionali in nove casi su dieci fanno peggio del loro benchmark: ovvero, in nove casi su dieci, l’investitore che investe attraverso il veicolo che si chiama fondo comune fa peggio del mercato, e quindi in termini relativi perde soldi (spesso, anche in termini assoluti: vi forniamo alcuni dati in proposito con la tabella che chiude il Post);
  2. Il deflusso di denaro dai fondi: i clienti investitori da dieci anni portano via i loro soldi dal settore dei fondi comuni, in tutti i paesi sviluppati; e perciò determinano un saldo negativo nel flusso dei fondi nei Ffondi comuni; in altre parole, sono più i soldi che vengono riscattati dal fondo di quelli che vengono investiti in quegli strumenti finanziari

Si può affermare, sulla base di questi dati, che il settore dei fondi comuni di investimento è un settore in fase di obsolescenza, come è confermato ormai da un terzo dato clamoroso: nove euro su dieci guadagnati dai fondi comuni attraverso le commissioni di gestione viene girato al venditore. I fondi comuni sono un prodotto vecchio, senza più pricing power, e per questa ragione sono costretti a lasciare già quasi tutto ciò che guadagnano con le commissioni al venditore di turno, che sia SIM, che sia rete di promotori, che sia rete bancaria oppure assicurativa. Voi pagate i fondi comuni, i fondi comuni danno tutto o quasi al venditore. Tanto, come dicono loro, “tutti i fondi comuni sono uguali”. Ed è qui che entrano in scena i Quant, gli algoritmi, il Fintech, i robo advisors. Dei quali scriveremo tra sette giorni spiegando come e perché si ritorna al nostro punto di partenza, quello dei titoli azionari “value” e dei titoli azionari “growth”.

 

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