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Uomini contro macchine: ma stavolta è diverso?

Nel corso del tempo le convinzioni sui mercati cambiano, e cambiano a causa del fatto che regolarità che sono state osservate per anni, e forse per decenni, da un momento all’altro possono scomparire

di Valter Buffo 1 set 2020 ore 14:21

Commento di recce-d.com


analisi-tecnica-ftsemibNei nostri contributi di questa serie per Recce’d si è affrontato un problema imponente, sia per ampiezza sia per durata. Il problema è che i “modelli” a cui si affidano i gestori quantitativi, i robo advisors, e chi utilizza gli algoritmi, dovrebbero basarsi su una superiorità del calcolo matematico rispetto all’intuizione umana, ma spesso non risultano superiori. Abbiamo presentato, nel corso delle prime 21 settimane, una serie di evidenze, e di dati, che lo dimostrano.

Da ultimo, la settimana scorsa, ci siamo concessi qualche momento di umorismo, perché negli ultimi mesi fioccavano le battute e gli scherzi che riguardano la tradizionale relazione, simbolo della cosiddetta “finanza quantitativa”, tra i titoli azionari di tipo “value” ed i titoli azionari di tipo “growth”.

Il tema resta attualissimo, come ci conferma oggi la prima immagine: una ricerca della banca globale di investimento BofA, che si domanda già nel titolo se “questa volta è diverso”.

bofa-ricerca

 

Non si tratta, come già abbiamo chiarito, di un argomento accademico: si tratta invece di un argomento con profonde radici nell’operatività, nella pratica finanziaria, nelle strategie di gestione dei portafogli. Nel XX secolo, negli anni che vanno dal Dopoguerra alla crisi dei “dot.com” all’inizio del nuovo millennio, le strategie basate sui titoli “value” hanno premiato gli investitori, hanno dominato tra i gestori professionali, ed hanno fatto da base alla costruzione, da parte dei media, di figure mitiche tra i gestori di Fondi, primo fra tutti Warren Buffett e poi anche il Joel Greenblatt già citato da noi sette giorni.

When Joel Greenblatt went to Wharton Business School in the late 1970s, the theory of “efficient markets” was in full bloom, approaching the point of becoming dogma among the financial cognoscenti. To the young student, it all felt bogus. Mr Greenblatt had already developed a taste for calculated gambles at the dog racing tracks. Reading the wildly fluctuating stock prices listed in newspapers also made him deeply sceptical of the supposed rationality of markets. One day he stumbled over a Fortune article on stockpicking, and everything suddenly fell into place. “A lightbulb went off. It just made sense to me that prices aren’t necessarily correct,” recalls Mr Greenblatt, whose hedge fund Gotham Capital clocked up one of the industry’s greatest ever winning streaks until it was closed to outside investors in 1994. “Buying cheap stocks is great, but buying good companies cheaply is even better. That’s a potent combination.” The article became his gateway drug into a school of money management known as “value investing”, which consists of trying to identify good, solid businesses that are trading below their fair value. The piece was written by Benjamin Graham, a financier who in the 1930s first articulated the core principles of value investing and turned it into a phenomenon. One of Graham’s protégés was a young money manager called Warren Buffett, who brought the value investing gospel to the masses.

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Grafico dal Financial Times

 

Persino Warren Buffet, assunto nel corso dei decenni al ruolo di “massimo guru” dell’investimento azionario, negli ultimi dieci anni è andato in difficoltà a causa dei titoli azionari cosiddetti “value”: si tratta di difficoltà che si manifestano attraversoi i risultati del suo principale (e più noto) veicolo di investimento, che vedete rappresentate sopra nell’immagine (elaborata dall'autorevole Financial Times), e altre difficoltà che riguardano l’immagine di Buffet che viene diffusa dai media.

Nell’immagine che segue, potete leggere sui titoli dell’autorevole periodico Institutional Investments, che si domanda se nei mercati del post-COVID le strategie di investimento di tipo “value” hanno ancora un senso.

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Questa immagine, e questo titolo, a noi sono utili per mettere in chiaro il fatto che nel corso del tempo le convinzioni sui mercati cambiano, e cambiano a causa del fatto che regolarità che sono state osservate per anni, e forse per decenni, da un momento all’altro possono scomparire, non verificarsi più, ed in qualche caso addirittura invertirsi di segno.

La rilevanza di questa osservazione, per ognuno dei nostri lettori, è la seguente: quando leggete che c’è un modellino matematico che si occupa di fare la asset allocation dei vostri portafogli in titoli, quando leggete che c’è un algoritmo che decide quando comperare e quando vendere, e quando leggete che c’è un altro algoritmo che fa la selezione dei titoli, oppure la selezione dei Fondi Comuni di Investimento, dovete ricordare ciò che avete letto in questi nostri primi 22 contributi a SoldiOnline.it, e chiedervi su quali basi l’algoritmo è stato scritto, su quali parametri è stato settato, su quali (presunte) regolarità dei mercati l’algoritmo fa la sua selezione e il modellino fa la vostra asset allocation. Se, a puro titolo di esempio, algoritmo e modellino seguono i dettami della teoria “value vs growth” allora avete un serio problema.

Ma sono molte altre, le regolarità che sono scomparse nel nuovo millennio, ed i modelli che per conseguenza non funzionano più. Recce’d ve ne parlerà qui su SoldiOnline.it nelle prossime settimane.

 

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