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Uomini contro macchine: è questa la sfida?

Vi abbiamo raccontato, sette giorni fa, che nel secondo decennio degli anni duemila, gli uffici marketing delle reti di promotori finanziari e delle società di fondi comuni decisero, insieme, di ritirare fuori dall’armadio gli impolverati modelli di asset allocation alla black-Litterman

di Valter Buffo 23 giu 2020 ore 09:37

Commento di recce-d.com


mercato-azionario_2Vi abbiamo raccontato, sette giorni fa, che nel secondo decennio degli anni duemila, gli uffici marketing delle reti di promotori finanziari e delle società di fondi comuni decisero, insieme, di ritirare fuori dall’armadio gli impolverati modelli di asset allocation alla black-Litterman, per portare una “nuova” proposta, al pubblico del retail, ai clienti investitori finali, presentando questa proposta come una “soluzione contro l’emotività”, come una “gestione oggettiva” che funziona sempre. La proposta, purtroppo per chi ci è cascato, non è nuova, e soprattutto non funziona (chiedere a quelli di BARRA in merito). Così nascono i robo-advisors, che poi negli ultimi cinque anni arrivano anche in Italia, e che ci riportano al nostro tema iniziale, ovvero i titoli  “growth” e i titoli “value”.

titoli-azionari-a-crescita-titoli-azionari-di-valore

Nel grafico sopra, ed in numerosi altri grafici che avete visto nei nostri precedenti contributi dal febbraio 2020 in avanti, abbiamo documento il fallimento della teoria che sta alla base della distinzione tra titoli azionari “a crescita” e titoli azionari “di valore”: il gap tra le due categorie di azioni non soltanto ha raggiunto dimensioni mai raggiunte in precedenza, ma pure non ha reagito alla recessione globale nel modo che si era visto nel passato. In buona sostanza, ci sono le prove per sostenere la tesi che la teoria “value vs. growth” non funziona più. Un dato di fatto, dal quale noi investitori possiamo ricavare utili insegnamenti per le nostre attività dii investimento. In primo luogo, se ne ricava che l’analisi statistica dei rendimenti nel passato non garantisce che i prezzi dei titoli si comportino nella stessa maniera in futuro: se ha fallito il più celebre di questi strumenti, ovvero il modello di base della famiglia Fama-French, allo stesso modo può fallire il modello black-Litterman dei robo advisors, comunque sia modificato e ritoccato (anzi... modificandolo ed aggiustandolo si peggiorano le cose). In secondo luogo, la vicenda ci lascia un insegnamento relativo ai robo advisors: la promessa di “risolvere tutto con un modello matematico” si basa su premesse che non reggono alla prova dei fatti: e ripetiamo anche oggi che lo si era sperimentato già trenta e quaranta anni fa. Dobbiamo riconoscere che gli stessi robo advisors, in Italia e nel mondo, lo hanno già capito, ed hanno già stravolto la loro stessa natura:  infatti adesso lo slogan commerciale prevalente dice che “sarete affiancati da un consulente in carne ed ossa”. Ovvio che a questo punto si è svoltato verso il caos: chi decide, alla fine, l’uomo, la macchina? Forse un po’ tutti e due? E quanto sarebbe “un po’”? La pretesa della macchina, dell’algoritmo, del modello matematico che risolve ogni problema è stata già messa da parte, e oggi si dice negli slogan commerciali che si è passati ad un modello “ibrido” (la parola funziona anche per i motori delle automobili) che però nessuno ci spiega e che dall’esterno sembra più che altro una “mossa della disperazione”: dopo avere speso milioni di euro in hardware, programmi software, banche dati, e sedi dal sapore finthech, si ritorna a far fare al solito promotore finanziario il suo abituale mestiere, che è quello di convincere il cliente a comperare “il prodotto della casa”, sia che funzioni sia che non funzioni.

E qui noi ritorniamo, per chiudere il contributo di oggi, alla domanda del nostro titolo: è una guerra tra uomo e macchina? Ed ha vinto l’uomo? Non a nostro parere: noi non la vediamo così. La finanza quantitativa è una cosa seria, e rimane una cosa seria, ma deve essere utilizzata da persone che la conoscono, che la sanno utilizzare. E non dagli uomini del marketing. Quando si prende uno strumento sofisticato, e lo si mette nelle mani di persone impreparate se non ignoranti della materia, si finisce (come in questo caso) per fare soltanto dei danni. Non si tratta di una guerra tra uomo e macchina: si tratta di una guerra tra vero e falso, tra slogan commerciali e competenza professionale. Noi di Recce’d giudichiamo utile la finanza quantitativa, la conosciamo e la utilizziamo nella gestione del portafoglio: ma non facciamo l’errore di utilizzare uno strumento di precisione di alto valore come se fosse un badile per scavare la terra. La nostra analisi del tema “growth vs. value” e dei temi ad esso collegati proseguirà nelle prossime settimane, ripartendo dalle considerazioni che leggete qui di seguito.

I have always thought I am a better discretionary investor than I am. I think I can predict where the market is headed. I think I know which investing styles will work best going forward. When I look back at the current crisis, I am pretty convinced that I saw it coming and that I could have sold at the top and then bought back at the bottom. Of course, none of that is actually true. And that is why I ultimately became a quant. The most important thing that happened to me in my investment career was my recognition that I am not able to control my emotions and biases, so my only solution is to run an investment strategy that limits their impact. But despite the fact that I am a big believer in quant investing, I think all of us who are quants can sometimes fall into the trap of thinking that the way we do things is the only way. The possibility that an emotional human being who is negatively impacted by a myriad of biases could possibly do better than our computerized, emotion-free strategies is just not something we can fathom. But I think that oversimplifies the problem. Although I am just as strong a believer in quantitative strategies today as I was when I first started running them, the argument for quant is not as cut and dry as I think it is. Like most things in investing, this is a coin that has two sides. The recent market decline related to COVID-19 showed off some of the great strengths of quant strategies, but also highlighted some of their weaknesses, so I thought now might be an interesting time to look at both sides of the argument.

 

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