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Tassi negativi, nuove condizioni quadro per gli investitori

Parafrasando il teorico militare del 19° secolo Carl von Clausewitz, potremmo chiederci se i tassi di interesse negativi non siano che la continuazione della politica monetaria con altri mezzi.

di Redazione Soldionline 5 mar 2015 ore 11:44

A cura di Christophe Bernard, Chief Strategist di Vontobel Group

Parafrasando il teorico militare del 19° secolo Carl von Clausewitz, potremmo chiederci se i tassi di interesse negativi non siano che la continuazione della politica monetaria con altri mezzi. La mossa delle banche centrali in territorio negativo aiuterà a combattere la deflazione o creerà delle bolle finanziarie? Comunque stiano le cose, investire è diventato sempre più complesso.

trading_6I titoli di Stato biennali emessi da Svizzera, Danimarca, Germania, Svezia, Austria, Paesi Bassi, Francia e Belgio presentano attualmente un rendimento negativo alla scadenza (vedi grafico 1). La Banca centrale europea (BCE) e le autorità monetarie di Svizzera, Svezia e Danimarca hanno introdotto tassi di deposito negativi, adducendo come motivi la continua debolezza economica, i dati depressi dell’inflazione e – nel caso della Danimarca e della Svizzera – la fuga di capitali verso i “porti sicuri”. Questa manovra non ha precedenti nella storia. Per gli investitori e i risparmiatori, l’abbandono di rendimenti nominali positivi sulle liquidità e i titoli di Stato di alta qualità pone una sfida nuova e impegnativa.

Grafico 1: i rendimenti a breve termine di diversi paesi sono entrati in territorio negativo

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Esaminiamo ora i motivi di questa politica monetaria non convenzionale. Le banche centrali ricorrono ai tassi di interesse negativi per adempiere il loro mandato in termini di crescita e inflazione, quando le misure convenzionali o altre manovre non convenzionali non producono l’effetto desiderato. I tassi negativi hanno lo scopo di stimolare la concessione di prestiti e l’attività economica, incoraggiare gli investitori ad assumere maggiori rischi e contribuire a indebolire la valuta, favorendo così le esportazioni.

Non è ancora detto che le politiche dei tassi “sotto zero” riescano a decongelare l’economia; i primi segnali sono tuttavia incoraggianti. Per esempio, le valute dei paesi che hanno introdotto tassi di deposito negativi hanno perso terreno senza eccezioni. Addirittura il franco svizzero, porto sicuro per antonomasia, si è indebolito su base ponderata per gli scambi da quando, il 22 gennaio 2015, è stato introdotto un tasso negativo del -0,75 percento sui depositi liquidi svizzeri. La crescita della massa monetaria M3, indicatore di ampia liquidità, si è accelerata fino a raggiungere nell’eurozona il 4,1 percento in un anno. Questo è il massimo livello dallo scoppio della crisi finanziaria (vedi grafico 2) ed è in linea con l’obiettivo della BCE.

Grafico 2: la crescita della massa monetaria nell’eurozona si accelera e sfiora il livello di riferimento
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Cosa significa tutto questo per gli investitori? Acquistare titoli di Stato con rendimenti negativi non sembra una buona idea, a meno che non si preveda una deflazione e un’economia depressa. In tal caso detenere per esempio “Eidgenossen” svizzeri decennali a rendimento zero sarebbe del tutto ragionevole. Quali sono le alterative? Finché si esclude una recessione – come nel nostro caso – è possibile ottenere rendimenti adeguati con le obbligazioni societarie, in particolare nel segmento high-yield, e quelle dei paesi emergenti. I tassi di interesse negativi parlano anche a favore dell’oro perché, a parità di condizioni, detenere l’oro non causa più costi di opportunità. Nella situazione attuale sono interessanti anche le azioni di società con flussi di cassa robusti e sostenibili e una politica di dividendi “shareholder-friendly”. Anche i gestori di portafoglio capaci di attuare strategie che generano rendimenti assoluti in ogni contesto di mercato potranno trarre vantaggio dalla sostenuta domanda degli investitori. Ciò nonostante, l’investitore prudente terrà d’occhio il pericolo di bolle speculative causate dalle manovre delle banche centrali e sfrutterà i periodi di bassa volatilità per acquistare a basso prezzo una protezione dai ribassi attraverso le cosiddette opzioni put.

Per quanto riguarda le valute, il dollaro USA dovrebbe proseguire la sua ascesa grazie alle migliori prospettive della maggiore economia mondiale. Così come stanno le cose, nel prossimo futuro gli Stati Uniti sembrano essere l’unico grande paese industrializzato in grado di attuare una politica monetaria più restrittiva - eventualmente assieme al Regno Unito.

Per il momento nessuno spostamento su grande scala verso le azioni Il fattore chiave che determina il posizionamento del portafoglio sono le previsioni sulla crescita economica mondiale e l’inflazione. Quanto al futuro andamento del prodotto interno lordo mondiale, prevediamo che il prolungato periodo di revisioni al ribasso della crescita giunga gradualmente a termine grazie ai miglioramenti in atto nell’eurozona e in Giappone. Una tale stabilizzazione è la condicio sine qua non per un’eventuale spostamento dalle obbligazioni alle azioni. Sul fronte dell’inflazione continuano a dominare le forze disinflazionistiche mondiali, complici la manodopera ridondante, la sovraofferta di materie prime, l’abbattimento del debito e gli avversi sviluppi demografici. Prima o poi, però, il movimento ribassista dei prezzi si arresterà. A quel punto le banche centrali, analogamente alla Federale Reserve americana, inizieranno a ritirare le estreme misure di stimolo economico – una manovra che almeno temporaneamente potrà provocare perdite agli investitori obbligazionari. Siamo però ancora ben lungi da un tale scenario.

Attualmente le valutazioni azionarie non sono particolarmente allettanti, ma la politica monetaria offre generalmente un ampio sostegno. In un tale ambiente abbiamo aumentato gli investimenti ad alto rischio, portandoli in lieve sovrappeso.

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