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Potrebbe bastare un 4%?

Ci sono una valida serie di ragioni per dubitare dell’intero “tema di vendita” ed anche l’entusiasmo degli investitori retail in Europa sembra essersi molto moderato.

di Valter Buffo 15 dic 2020 ore 09:55

Commento di recce-d.com


percentuale_12Nel nostro più recente contributo a questa serie abbiamo fornito ai nostri lettori un concreto esempio di come un tema che inizialmente potrà essere sembrato ad alcuni “troppo tecnico” o magari “specialistico” è invece un tema che abbraccia un amplissimo insieme di temi di mercato: la settimana scorsa (Spoiler alert: l’Europa è “value”) abbiamo scritto di come l’intera Europa di borsa possa essere considerata (semplificando un po’) un insieme di titoli azionari di tipo “value”. Molte banche di investimento, e qualche rete di promotori, in novembre hanno utilizzato proprio questo, come tema di vendita al pubblico degli investitori retail: l’Europa “è value”, il “value” va forte quando si passa dalla recessione alla ripresa economica, e quindi... il gioco è fatto.

grafico-dax-15-dicembre-2020

Fonte: Marketwatch


Arrivati a metà dicembre, ci sono una valida serie di ragioni per dubitare dell’intero “tema di vendita” (dalla ripresa economica al fatto che le azioni europee siano azioni di tipo “value”) ed anche l’entusiasmo degli investitori retail in Europa sembra essersi molto moderato.

Torniamo quindi ad occuparci di Stati Uniti, dove la borsa “value” è presente ma il peso delle azioni “growth” è nettamente più elevato, rispetto all’Europa. 

dieci-anni-azioni-borsa-di-new-york

Fonte: Leuthold Group

 

Il primo grafico di oggi, pubblicato da Leuthold Gruop, ci racconta dieci anni di storia dei due gruppi di azioni, alla borsa di New York: il grafico aggiunge qualche cosa a tutti i grafici che abbiamo già pubblicato nei nostri precedenti contributi, come vedremo.

Partiamo dalla premessa: quando si parla di titoli di tipo “value” è corretto associare alla categoria di base anche le società a piccola capitalizzazione, e le azioni dei mercati emergenti, per almeno quattro ragioni che leggete sotto.

“(…) value, small-caps and emerging markets share similar characteristics as anti-large growth rotation plays. “a) Each is pro-cyclical, benefiting from an upswing in business activity, b) Each tend to perform better during periods of widespread earnings growth, c) Each has a lower exposure to secular growers and is less populated by companies known for strong profitability and high quality, d) Each is priced at a substantial discount to [large-company growth] today.”

Come dicevamo, il grafico ci consente di dire qualche cosa di nuovo: dal grafico, è possibile ricavare una associazione tra i movimenti delle tre categorie di azioni citate. Ovviamente, questo arricchisce sia l’analisi ex-ante, sia le opportunità operative per i nostri lettori, da oggi in avanti. Non resta che comprendere se, da oggi in avanti, questi movimenti strettamente legati fra loro saranno verso il basso, oppure verso l’alto.

 

small-caps-indice-russell-2000

Fonte: B.I.G

 

Come la gran parte dei nostri lettori avrà ascoltato in tv, oppure letto sui quotidiani, il tema oggi più ricorrente è quello della ripresa delle economie: è molto diffuso il tema che dice “siccome è certa la ripresa delle economie nel 2021, allora bisogna farsi fretta ed acquistare prima della ripresa i titoli che ne beneficeranno di più”. In questo modo, è stata venduta l’Europa in novembre, e negli Stati Uniti anche le small-cap dell’indice Russell 2000 che vedete sopra nel grafico (anche in Europa abbiamo visto qualche cosa di simile, ma in misura più ridotta).

Al tema della crescita del PIL poi viene aggiunto il tema della “sottovalutazione”: da oltre dieci anni i titoli “value” sottoperformano il settore “growth”, ed i livelli attuali dello scarto fra i due sono tra i più alti di sempre, diciamo nel “top 10%” delle differenze registrate in passato. Si tratta di basi sufficienti, per operare una scelta, ed una rotazione, nei propri portafogli azionari?  Per arrivare ad una risposta che si fondi su dati di fatto, completiamo la lettura di Leuthold Group con alcuni dati proprio su questo argomento.

One notable finding is that, since 2003, large-cap growth stocks outperform when the economy is struggling. He looked at nominal gross domestic product growth, which is real GDP plus inflation. Growth’s trailing 12-month returns outpace each style by 4% to 5% during periods when nominal GDP growth is under 4%, but there is no advantage at all when growth is above that level, and in fact emerging markets outperform by nearly 6% when nominal growth is above 4%.

 

Average 12-month return spread since 2003 

Nominal GDP growth <4% 

Nominal GDP growth >4% 

Growth minus value 

4.9%

0.0%

Growth minus small cap 

3.9%

-1.0%

Growth minus emerging markets 

4.3%

-5.9%

Source: Leuthold Group

 

Recce’d ha esaminato questo lavoro di Leuthold, e lo ha scelto tra decine di altre cosiddette ricerche che sono molto simili a questa nei modi e nelle conclusioni, proprio perché questa ci è sembrata fatta con maggiore cura e competenza. Questa lettura dei mercati, come detto molto diffusa nel dicembre 2020, ci sembra utile riproporla in lettura per (almeno) due buone ragioni:

  1. La prima ragione è fare vedere a tutti quei lettori che si erano sentiti dire che “i fondamentali non contano più” che gira che ti rigira è poi sempre lì che si torna: il movimento di borsa più commentato del secondo semestre 2020 si basa per intero sulle previsioni per i dati del PIL; se avete a portata di mano previsioni solide, se il vostro consulente produce previsioni solide, allora siete a cavallo, e non sarà un problema decidere le prossime mosse; avete in mano previsioni fatte con competenza ed affidabili?
  2. La seconda ragione sta nella soglia scelta per la tabella qui sopra (il 4% di crescita nominale del PIL, che significa 2% di PIL e 2% di inflazione) offre un eccellente esempio, tra i molti possibili, di una ricerca di regolarità, nei comportamenti dei mercati finanziari, che poi trovano un loro estremo dei robot-advisors, nell’applicazione di algoritmi alla gestione dei portafogli, oppure di algoritmi per la selezione dei fondi comuni di investimento; per questo, deve essere utilizzato come spunto di riflessione: la soglia qui indicata è molto sottile, di carta velina, che negli ultimi dieci anni è stata attraversata, in su e poi all’ingiù, una decina di volte (se guardiamo all’economia USA, non a quella UE).

 

Eccoci quindi alle due riflessioni che oggi Recce’d vi propone:

  1. Come già detto in numerosi precedenti interventi, questa vicenda che abbiamo visto nel 2020, e che tutti chiamano “growth vs value”, mette in seria difficoltà gestori-robot ed algoritmi di selezione: la realtà dei fatti a noi dice che non esistono regolarità che l’uomo può insegnare agli algoritmi, tali da generare credibilmente un risultato positivo degli investimenti in titoli.
  2. In aggiunta, Recce’d molti mesi fa ha espresso proprio in questa serie i propri forti dubbi sul fatto che, come hanno scritto a decine i presunti analisti delle banche globali di investimento, questo sia “il momento di tornare sui titoli value”. Tra tutti, scegliamo di citare Kolanovic di Morgan Stanley, esattamente 12 mesi fa); ciò non significa che noi siamo favorevoli in alternativa alle azioni “growth”; in Recce’d riteniamo invece che tutte e due le categorie sono state, nei fatti, superate e di scarsissima utilità pratica, così come sono poco utili per chi investe tutti i fondi comuni e gli altri prodotti finanziari che seguono questa impostazione: noi dubitiamo del fatto che questa soglia possa effettivamente fare scattare le nostre decisioni operative, in materia non solo di “value” ma pure di emergenti e di small-caps. Ai lettori di decidere in merito alle loro scelte.

 

Aggiungiamo in conclusione una domanda: se poi nel 2021 il PIL crescesse del 5%, ma soltanto dopo avere perso nel 2020 il 6%, allora la regoletta funzionerebbe ugualmente? Oppure in quel caso … non vale?

 

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