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Perché cala il prezzo del petrolio? E quali sono gli effetti sulla crescita?

Il crollo del prezzo del petrolio potrebbe essere interpretato come un segnale della debolezza dell’economia mondiale, oppure come un’indicazione di eccesso di offerta, o come la prova di una cospirazione politica di alto livello

di Redazione Soldionline 12 dic 2014 ore 11:53

A cura di Chris IGGO, CIO Global Fixed Income di AXA Investment Managers (AXA IM)

Il crollo del prezzo del petrolio potrebbe essere interpretato come un segnale della debolezza dell’economia mondiale, oppure come un’indicazione di eccesso di offerta, o come la prova di una cospirazione politica di alto livello. In ogni caso, l’attuale convenienza del petrolio è un fattore positivo per la crescita economica globale, in un mondo che consuma grandi quantità di energia. Negli Stati Uniti, l’aumento di oltre 300.000 posti di lavoro (escluso il settore agricolo) nel mese di novembre rafforza i segnali di un aumento dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve l’anno prossimo.

E, se i bassi prezzi dei combustibili stimoleranno ulteriormente la crescita, la stretta della FED potrebbe avvenire prima del previsto. I corsi obbligazionari a medio-lungo termine hanno finora resistito bene alla crescita negli Stati Uniti, mantenendosi su bassi livelli ma, mentre ci avviciniamo al primo rialzo dei tassi d’interesse, occorre prestare molta attenzione alla duration. I rendimenti obbligazionari stanno infatti salendo.

petrolio3L'ORO NERO NON LUCCICA
Il cambiamento macroeconomico più rilevante nell’ultimo semestre del 2014 è il brusco calo del prezzo del petrolio. Le spiegazioni di questo fenomeno sono numerose, a partire dalla recessione economica (il calo del prezzo riflette la debolezza della domanda globale a causa di una crescita economica sotto tono), a fattori più tecnici (il recente aumento dell’offerta che dipende non solo dal gas di scisto negli Stati Uniti ma anche dall’incremento della produzione in Libia, Iraq del Sud e Russia) fino a teorie di cospirazione (il calo del prezzo del petrolio sarebbe voluto da un cartello di produttori per creare difficoltà all'industria del gas di scisto negli Stati Uniti oppure per esautorare il Presidente Putin in Russia).
Qualunque sia la vera ragione, la profonda oscillazione del prezzo del petrolio ha prodotto effetti economici importanti. Viene considerata un fattore positivo per la crescita globale (certamente deve esserlo se la reazione tipica all’aumento del prezzo del petrolio è che si tratta di una tassa sulla crescita) e implica che l'inflazione globale scenderà ancora. Nel complesso ciò favorisce la prospettiva di tassi più bassi più a lungo e da metà settembre ha prodotto una robusta performance dei mercati obbligazionari. I tassi e le implicazioni per la crescita hanno favorito i mercati azionari, l’indice S&P500 sta registrando una variazione del 12% da inizio anno. I rendimenti dell’ultimo trimestre saranno molto positivi per gli investitori.

RENDIMENTI PIù BASSI PER L'HIGH YIELD
Questo vale naturalmente per chi non ha un portafoglio esposto sui titoli che risentono maggiormente del calo del prezzo del petrolio. Si tratta chiaramente dei Paesi produttori di petrolio e delle società che operano nel settore petrolifero e dell’energia in generale. I mercati valutari sono sempre un ottimo indicatore dell’orientamento degli investitori globali su un Paese. Attraverso le oscillazioni delle valute come il rublo russo, la corona norvegese o il peso messicano, possiamo notare che le aspettative economiche per i principali Paesi produttori di petrolio sono strettamente collegate al prezzo a pronti dell’oro nero. A livello settoriale, è chiaro che gli investitori azionari e obbligazionari stanno vendendo i titoli collegati al petrolio. Nel mio universo, il settore high yield negli Stati Uniti ne ha risentito, dato che l’energia rappresenta circa il 13% del mercato high yield nel Paese. Da inizio settembre l’indice di mercato per questo settore è sceso dell’11% e ha contribuito al rendimento negativo del mercato high yield statunitense nello stesso periodo.
Complessivamente, il segmento high yield negli Stati Uniti ha riportato risultati meno brillanti dei titoli high yield in Europa e del mercato azionario statunitense a causa della concentrazione nell’indice di emittenti collegati al settore dell’energia. Mentre i settori diversi da quello dell'energia hanno riportato una buona performance, il rendimento complessivo del settore energia ha lasciato indietro il mercato high yield facendo salire lo yield-to-worst al 6,4%. Se il prezzo del petrolio resterà basso, la performance ne risentirà, considerato l’impatto sui flussi di cassa, ma il settore high yield sembra ancora più interessante a fronte di un calo del rendimento dei Treasury e delle prospettive economiche tendenzialmente ottimiste negli Stati Uniti.

NONOSTANTE IL CALO DEL PREZZO DEL PETROLIO, LA FEDERAL RESERVE POTREBBE INNALZARE PRESTO I TASSI
Si fanno sempre speculazioni sui fattori trainanti alla base del prezzo del petrolio e sulle dinamiche geopolitiche che influenzano questa commodity. Tuttavia, è chiaro che un calo significativo del prezzo del petrolio è positivo per la crescita economica e alimenta il reddito reale disponibile. Sarebbe un fattore estremamente favorevole per i consumi negli Stati Uniti, in Europa e in misura minore in Asia. Sebbene l’entusiasmo dei mezzi di informazione per l’impennata dei consumi durante il Black Friday non coincida coi dati ufficiali sulle vendite al dettaglio pubblicati in un secondo momento, è vero che i fondamentali dei consumi negli Stati Uniti sono piuttosto robusti. Gli Stati Uniti stanno crescendo a un buon ritmo. Nel 3° trimestre, il Pil reale è salito a un tasso annuo del 3,9%. L’indice ISM manifatturiero di novembre ha chiuso a 58,7 mentre l’indice non manifatturiero ha toccato quota 59,3. Sono cifre importanti. Il calo del prezzo del petrolio potrebbe alimentare ulteriormente la domanda nei prossimi mesi, considerate le solite problematiche nei mesi invernali, tanto che le stime del Pil per il prossimo anno sono già state riviste leggermente al rialzo. Quindi, anche senza consensus, la Federal Reserve potrebbe operare una stretta più rapidamente del previsto per reagire all’impennata della crescita e all’aumento dei salari, anche se l’indice dei prezzi al dettaglio è ancora al di sotto del 2%. Questa settimana il Beige Book appare ottimista sull’economia, pertanto sarà interessante vedere se l’FOMC cambierà orientamento nelle dichiarazioni del 17 dicembre. Il forte aumento dell’occupazione (escluso il settore agricolo) con 312.000 nuovi posti di lavoro nel mese di novembre è un altro segnale che la Federal Reserve ha meno ragione di tentennare. Aumentano anche i segnali di un aumento dei salari.

ALL IN!
Il petrolio è importante per l'economia globale e per i mercati, ma all'inizio del 2015 le banche centrali probabilmente continueranno a dominare la scena mondiale. Sono certo che gli interventi della Fed dipenderanno molto dai dati e che le aspettative del mercato in merito al primo rialzo dei tassi continueranno a cambiare. Dopo la pubblicazione del dato sull’occupazione, il segmento a 5 anni della curva si è indebolito molto, il rendimento è salito di oltre 10 punti base a fronte delle nuove aspettative sulle tempistiche e sulla portata del possibile aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti. In Europa, i prezzi delle obbligazioni e i mercati valutari continueranno a risentire delle voci sull'acquisto di titoli sovrani da parte della Banca Centrale Europea. Alla conferenza stampa di questa settimana, Mario Draghi ha cercato di sottolineare che il piano resta un’opzione realistica, soprattutto se la BCE non riuscirà a centrare l'obiettivo previsto della stabilità dei prezzi. Naturalmente quando fu fondata la Banca Centrale Europea nessuno pensava che il mandato sulla stabilità dei prezzi avrebbe potuto generare così tante difficoltà. Chi si oppone al Quantitative Easing apparentemente non ha mai preso veramente in considerazione nessun altro intervento se non quello di non far salire l’inflazione oltre il 2%. È chiaro, e da tempo, che è difficile ottenere il consenso del Consiglio direttivo per un Quantitative Easing che coinvolga i titoli sovrani, molto dipenderà dalle capacità politiche personali di Draghi di ottenere supporto adeguato, anche se non unanime. Nell’aspettativa di un QE, i mercati del reddito fisso in Europa saranno favoriti all’inizio del nuovo anno, ma le valutazioni non si muovono. I rendimenti a 10 anni in Italia e Spagna sono inferiori al 2,0%. Certo, è sempre un dato superiore alla crescita del Pil nominale nell’Eurozona, ma genera un premio per il rischio nel medio termine? A logica, se la BCE interverrà in modo da annullare il rischio di credito sovrano sulle obbligazioni periferiche, allora il massimo sostegno monetario (monetizzazione?) produrrà dei rischi sul fronte inflazionistico nel più lungo termine. Sarebbe opportuno reagire con una posizione al ribasso sull’euro nei mercati valutari e una posizione al rialzo sugli spread di break-even in Europa (break-even a 10 anni in Italia e Germania a 0,98%). Dobbiamo dunque chiederci se il previsto QE da parte della Banca Centrale Europea non si trasformi nel più classico “buy the rumour – sell the fact” di questo decennio, quando le voci possono produrre un effetto opposto alla notizia effettiva.

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