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Pechino deve abituarsi all’imprevedibilità del libero mercato dei capitali

Il governo cinese sembra avere paura di consentire alle pure forze di mercato di prendere il sopravvento e ha sottovalutato la velocità con cui può cambiare il sentiment

di Redazione Soldionline 7 set 2015 ore 11:09

A cura di Asoka Woehrmann, CIO di Deutsche AWM (Gruppo Deutsche Bank)

Pechino vuole la botte piena e la moglie ubriaca. Il governo cinese sembra avere paura di consentire alle pure forze di mercato di prendere il sopravvento e ha sottovalutato la velocità con cui può cambiare il sentiment di mercato. Inoltre le autorità hanno commesso un errore riducendo drasticamente i diritti di tutti gli investitori, compresi quelli stranieri. Speriamo che i mercati cinesi stiano semplicemente affrontando qualche difficoltà iniziale. Dopotutto, la liberalizzazione dei mercati dei capitali è un progetto a lungo termine, proprio come molti altri piani di politica economica cinesi. Il calo dell’8,9% delle esportazioni nel mese di luglio e la forza dello yuan, uno dei motivi del deflusso di capitali (circa 300 miliardi di dollari USA negli ultimi dodici mesi), hanno sicuramente inciso sulla tempistica della svalutazione, tuttavia non penso che la Cina rischi una guerra valutaria. Nel lungo periodo, è molto più probabile che Pechino preferirà uno yuan forte.

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La Cina vuole abbandonare il modello di crescita basato sugli investimenti e le esportazioni, mentre intende promuovere i consumi  interni e il settore servizi migliorando la profondità e la qualità del processo di creazione di valore da parte dell’economia e la crescita della produttività (recentemente scarsa). Una valuta forte sarà d'aiuto in tal senso.

cina_4I rischi legati alla trasformazione della Cina non devono essere sottovalutati: il Paese rappresenta un sesto del commercio mondiale e in futuro la sua crescita sarà meno prevedibile. D'altro canto, non bisogna travisare alcuni dati pubblicati di recente. Prendiamo per esempio il calo dei prezzi delle materie prime, considerato un segnale del rallentamento della crescita globale. Mentre il petrolio risente di uno shock dell’offerta – la produzione di shale oil di Iran, Stati Uniti e OPEC è superiore alle aspettative – i prezzi dell’acciaio e di altri metalli industriali stanno diminuendo a causa della stagnazione della domanda cinese. Questo non dice molto sulla situazione complessiva dell’economia globale, così come il calo dei mercati cinesi non rivela quale sia la situazione economica del Paese, in quanto il boom azionario che l’ha preceduto era sostanzialmente svincolato dai fondamentali. Per il momento, la principale vittima del crollo del mercato azionario è stata la reputazione delle autorità cinesi di saper guidare l’economia. Ma proprio le autorità attualmente lasciano trapelare una preoccupante preoccupazione.
 
Nel caso della Cina la reazione dei mercati valutari è stata ancora relativamente moderata, grazie anche alle misure di sostegno adottate dalla PBoC. In tre giorni lo yuan ha perso il 5% circa rispetto al dollaro e poi si è stabilizzato. Ma a causa della parità con la moneta statunitense, in precedenza si era apprezzato rispetto alla maggior parte delle altre valute, tanto che dalla crisi finanziaria il cambio reale effettivo yuan-dollaro è salito del 50%. A fronte di questo scenario, una svalutazione dello yuan appare effettivamente sensata. Ma i mercati sembrano aver considerato questa mossa come un'ammissione della debolezza dell’economia cinese da parte della PBoC.

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Cosa accadrà ora allo yuan? È difficile dirlo. Da un lato, la Cina vuole essere adeguatamente rappresentata all’interno delle istituzioni internazionali in virtù della sua forza economica, ed è per questo che intende rispettare le raccomandazioni del Fondo Monetario Internazionale (FMI) affinché lo yuan sia incluso nel paniere dei Diritti Speciali di Prelievo (DSP). Inoltre la Cina è ormai consapevole che nel lungo periodo dovrà accettare il fatto che sia il mercato a determinare variabili chiave quali i tassi di interesse, i volumi dei prestiti e il tasso di cambio. In effetti, un regime dei tassi di cambio più flessibile è solo una delle numerose misure che Pechino ha adottato per liberalizzare i mercati dei capitali. D’altro canto le autorità sono ancora riluttanti a cedere totalmente il controllo su queste variabili fondamentali. Molto probabilmente la PBoC aggancerà lo yuan a un paniere più ampio di valute e manterrà un certo margine d’azione nel medio periodo, mentre in futuro lascerà fluttuare la valuta intervenendo solo sporadicamente. Dal mio punto di vista lo considero un passo necessario e utile per la Cina. Un Paese di queste dimensioni, che oltretutto rappresenta quasi un sesto del commercio mondiale, non può agganciare la sua valuta a quella di un altro Paese. Un regime dei tassi di cambio più flessibile consentirà aggiustamenti più rapidi dei cambi, contribuendo a contrastare, o addirittura a prevenire, squilibri di mercato su vasta scala.

Ovviamente la svalutazione dev’essere vista nel contesto del quadro economico complessivo. Gli investitori l’hanno interpretata come un ulteriore indizio del rallentamento della crescita del Paese, mentre aumentano i dubbi sulla capacità delle autorità cinesi di risolvere la crisi. Dopotutto, la svalutazione si è verificata a poche settimane dal drastico intervento delle autorità cinesi sui mercati azionari, che a posteriori appare piuttosto inopportuno.

Per la Cina diventa sempre più difficile mantenere gli elevati tassi di crescita a cui eravamo abituati. Il Paese è diventato la seconda maggiore economia al mondo, ma dal 2008 il rapporto debito/PIL è raddoppiato. Inoltre molti settori sono penalizzati dall'eccesso di capacità e l'inflazione salariale erode i livelli di competitività. Il governo cinese sta trasformando l'economia, ma queste misure incideranno sulla crescita nel breve periodo. In una prospettiva di lungo periodo sono ancora ottimista, in quanto la Cina ha sempre dimostrato la volontà e la capacità di trasformarsi nonostante gli ostacoli affrontati nel breve periodo. Tuttavia dovremo rinunciare ad alcuni miti. La Cina non è più un Paese in crescita costante, né un porto di stabilità, una nazione incentrata sulle esportazioni o l’officina del mondo. Per evitare un’errata allocazione dei capitali, la Cina dovrà consentire alle forze di mercato di svolgere un ruolo nell’economia reale. Le autorità devono porre fine alla competizione tra le regioni, che usano le sovvenzioni pubbliche per rilanciare singoli settori. Nei settori cemento, acciaio ed energia solare almeno il 25% della capacità è superfluo. La pianificazione centralizzata ha contribuito a trasformare una nazione agricola nell’officina del mondo. Il prossimo passo sarà più difficile.

La trasformazione della Cina continuerà a incidere sull’economia del Paese, e per il governo cinese è tuttora difficile adeguarsi all’imprevedibilità del libero mercato. Gli investitori – e le società – dovranno affrontare il fatto che in futuro la crescita della Cina sarà più volatile. Sarà anzi necessario riesaminare la situazione di trimestre in trimestre, anche perché la qualità dei dati ufficiali è inadeguata. D’altro canto, gli investitori a più lungo termine dovrebbero trovare opportunità sempre più interessanti nel segmento delle azioni di classe H.

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