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Roubini contro i barbari nazionalisti d'Europa. Un piano Marshall per il Medio Oriente

Solo la ricostruzione del Medio Oriente può garantire la stabilità dell'area nel lungo periodo. E solo così l'Europa potrà ricominciare a crescere sia come economia che come potenza geopolitica

di Marco Delugan 4 dic 2015 ore 10:32

La crisi dei migranti e la minaccia terroristica potrebbero far deragliare lo sviluppo verso una maggiore unità europea con ripercussioni negative sulla crescita economica. Ma il destino, come spesso accade, non è segnato. Chiudere i confini, interni ed esterni, sarebbe un errore. Unica risposta davvero risolutiva, un grande piano Marshall per la ricostruzione del Medio Oriente finanziato dai paesi più ricchi del mondo. E anche l'Europa potrebbe tornare a crescere sia come economia che come istituzioni e regole comuni. Lo dice l'economista statunitense Nouriel Roubini in un articolo apparso il 30 novembre sul Project Syndicate.

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Sono in Europa per un viaggio di due settimane, e quello che vedo potrebbe spingermi sia a previsioni pessime che a più luminose previsioni sulle prospettive dell'Europa.

Come prima cosa, inizio dalle notizie cattive. Parigi è triste, se non proprio depressa, dopo gli spaventosi attacchi terroristici del mese scorso. La crescita economica francese rimane anemica, i disoccupati e molti musulmani sono quantomeno scontenti della situazione e del clima sociale in cui vivono e il National Front, il partito di estrema destra guidato da Marine Le Pen, sembra destinato a un ottimo successo nelle prossime elezioni regionali. A Bruxelles, semideserta e blindata per il rischio di attacchi terroristici, le istituzioni dell'Unione Europea devono ancora trovare una strategia comune per gestire il flusso di migranti e rifugiati, ancor più che l'instabilità e le violenze nelle immediate vicinanze dei suoi confini.

Fuori dall'eurozona, a Londra, sono preoccupati degli effetti negativi, economici e finanziari, che potrebbero scaturire dalle difficoltà dall'unione monetaria. La crisi dei migranti e i recenti attacchi terroristici, inoltre, potranno contribuire a spingere il Regno Unito fuori dall'unione europea con il referendum che si terrà probabilmente il prossimo anno. Uscita che potrebbe essere seguita dalla spaccatura del Regno Unito, con la dichiarazione di indipendenza da parte della Scozia.

A Berlino, nel frattempo, la leadership del Cancelliere Angela Merkel sta subendo pressioni crescenti. La decisione di tenere la Grecia nell'eurozona, la scelta, coraggiosa ma impopolare, di accogliere milioni di rifugiati, lo scandalo Volkswagen, l'affievolirsi della crescita economica (dovuta al rallentamento della Cina e dei mercati emergenti) l'ha esposta a critiche anche del suo stesso partito.

Francoforte è una città politicamente divisa. La Bundesbank si oppone al quantitative easing e alla politica dei tassi di interesse negativi, mentre la Banca Centrale Europea è pronta a proseguire proprio su quella strada. E i parsimoniosi risparmiatori tedeschi - famiglie, banche e compagnie di assicurazione - sono furiosi con le politiche della BCE che impongono loro tasse per sovvenzionare quelli che considerano gli spendaccioni sconsiderati delle periferie europee.

In una situazione come questa, la piena unificazione bancaria, fiscale e politica, che una unione monetaria davvero stabile richiederebbe, non è in realtà praticabile: la parte forte dell'eurozona si oppone ad una maggiore condivisione del rischio, ad una maggiore solidarietà e ad una integrazione più veloce. E i partiti populisti di destra e di sinistra - anti UE, anti euro, anti migranti, anti commercio, anti mercato - stanno diventando sempre più forti in tutta Europa.

Ma di tutti i problemi che l'Europa sta affrontando, è la crisi dei migranti che può diventare esistenziale. In medio oriente, nel nord Africa e nelle regioni che vanno dal Sahel al Corno d'Africa ci sono circa 20 milioni di sfollati; e li, guerre civili, violenze diffuse, e fallimenti dello stato stanno diventando la norma. Se l'Europa ha problemi ad accogliere un milione di rifugiati, come farà se ne dovessero arrivare 20 milioni? A meno che l'Europa non riesca a difendere i suoi confini esterni, il trattato di Shengen crollerà e in gran parte dell'Europa torneranno a valere i confini interni ponendo fine alla libertà di movimento, uno dei principi chiave dell'integrazione europea.

Ma la soluzione che alcuni hanno proposto - e cioè chiudere le porte ai rifugiati - farebbe solo peggiorare la situazione, destabilizzando paesi come la Turchia, il Libano e la Giordania che ne hanno già assorbiti a milioni. E sovvenzionare la Turchia e altri paesi per accogliere rifugiati sarebbe non solo costoso, ma anche insostenibile.

I problemi del Medio Oriente (includendo anche Afganistan e Pakistan) e dell'Africa non possono essere risolti con i soli mezzi militari e diplomatici. I fattori economici che guidano questi (e altri) conflitti peggioreranno: il cambiamento climatico globale sta accelerando la desertificazione e riducendo le risorse idriche con effetti disastrosi sull'agricoltura e su altre attività economiche che a loro volta scatenano violenze tra gruppi etnici, religiosi, sociali, e altre divisioni. Solo una spesa enorme, stile piano Marshall, in risorse finanziarie, indirizzate soprattutto alla ricostruzione del Medio Oriente, potrà assicurare una stabilità di lungo periodo. Sarà capace - e disposta - l'Europa a fare la sua parte in un piano di questo tipo?

Se non verranno trovate soluzioni economiche i conflitti in queste regioni destabilizzeranno l'Europa, con milioni di disperati, gente senza speranza pronta a radicalizzarsi e accusare l'occidente per la propria miseria. Anche con un improbabile muro intorno all'Europa, in molti troverebbero il modo di entrare, e alcuni potrebbero terrorizzare l'Europa per i prossimi decenni. Ecco perché alcuni commentatori, alimentando le tensioni già esistenti, parlano di barbari alle porte e paragonano la situazione attuale con quella dell'inizio della fine dell'impero romano.

Ma l'Europa non è condannata al collasso. La crisi che ha di fronte potrebbe portarla ad una maggiore solidarietà interna, ad una maggiore condivisione dei rischi e ad una maggiore integrazione istituzionale. La Germania può accogliere più rifugiati (anche se non milioni all'anno). Francia e Germania possono impegnarsi e pagare per un intervento militare contro lo Stato Islamico. Tutta l'Europa e il resto del mondo - gli Stati Uniti e gli stati ricchi del Golfo - possono fornire denaro per il supporto ai rifugiati, fondi per ricostruire gli Stati falliti e offrire opportunità economiche a centinaia di milioni di musulmani e africani.

Tutto questo sarebbe costoso da un punto di vista fiscale per l'Europa e per il mondo e gli obiettivi fiscali attuali dovranno essere rivisti in maniera appropriata sia nell'eurozona che globalmente. Ma l'alternativa è il caos globale, se non addirittura, come Papa Francesco ha avvertito, l'inizio della terza guerra mondiale.

E per l'eurozona c'è una luce in fondo al tunnel. E' in corso una ripresa ciclica, supportata da una politica monetaria espansiva e da regole fiscali più flessibili che proseguirà ancora per qualche anno. Il settore bancario si avvia a una maggiore condivisione del rischio (con la prossima assicurazione dei depositi unica per tutta la UE), e col tempo verranno adottate proposte di unificazione fiscale più ambiziose di quelle attuali. Le riforme strutturali - anche se lentamente - continueranno a far crescere gradualmente il potenziale e la crescita reale.

Il sentiero fin'ora seguito dall'Europa è stato che la crisi - anche se lentamente - ha portato ad una sempre maggiore condivisione del rischio. Oggi, con rischi per la sopravvivenza dell'eurozona (a cominciare dalla Grecia) e della stessa Unione Europea (a cominciare da “Brexit”), ci vorranno leader illuminati per sostenere il movimento verso una maggiore unificazione. In un mondo dove esistono, e stanno crescendo, grandi forze (Stati Uniti, Cina e India) e poteri revisionisti più deboli (come Russia e Iran), una Europa divisa sarebbe un nano geopolitico.

Fortunatamente, a Berlino ci sono leader illuminati - e sono di più di quanto si pensi - che sanno che il futuro della Germania dipende da un'Europa forte e unificata. Loro, assieme ad altri leader altrove in Europa, hanno capito che tutto questo richiederà le appropriate forme di solidarietà, inclusa una politica estera che possa rivolgersi ai problemi dei vicini dell'Europa.

Ma la solidarietà inizia a casa. E questo vuol dire battere i barbari populisti e nazionalisti interni supportando la domanda aggregata e riforme favorevoli alla crescita che assicurino una più resiliente ripresa di lavoro e redditi.

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