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Mercati in balìa del petrolio?

Che inizio! Anche se il 2016 si preannunciava difficile, raramente abbiamo subito simili condizioni di mercato all'inizio di un nuovo anno

di Redazione Soldionline 2 mar 2016 ore 12:12

A cura di LA FRANÇAISE GAM

Che inizio! Anche se il 2016 si preannunciava difficile, raramente abbiamo subito simili condizioni di mercato all'inizio di un nuovo anno...

Il prezzo del barile registra un nuovo episodio di fibrillazione
(calo di quasi il 25% tra i massimi e i minimi mensili!) e chiude il mese in calo del 6%, trascinato verso il basso dalla prospettiva di un'impennata dell'offerta proveniente dall'Iran e dai timori persistenti sulla dinamica economica cinese. Il 2015 ci ha inoltre insegnato che la manna rappresentata da tale "dividendo del petrolio" per gli attori economici dei paesi sviluppati, genera soltanto un leggero aumento della loro propensione al consumo o alla spesa, a vantaggio del tasso di risparmio. E anche se, a medio termine, si prevede un prezzo del petrolio basso, fattore positivo per la crescita dei paesi consumatori, il mercato si focalizza a breve termine sui rischi indotti da tale crisi petrolifera, in particolare il rischio specifico dei debiti obbligazionari speculativi del settore energetico, la destabilizzazione delle partite correnti dei grandi paesi esportatori, l'estrema fragilità, se non l'eventuale insolvenza, di quelli minori e il conseguente stress bancario.

dollaro-petrolioSolidali con l'oro nero, le borse subiscono un netto e brusco calo, per il 2° mese consecutivo e in modo più diversificato (-7% in Europa, -6% in Giappone, -5% negli Stati Uniti, -6% per il MSCI World), ad eccezione della Cina che affonda. Le azioni europee, ai minimi del mese, accusano un calo del 12% prima di far osservare un rimbalzo sulla scia del prezzo del barile e grazie all'intervento delle banche centrali. I settori più sensibili alla crescita mondiale segnano un calo (automobilistico, chimico, prodotti di base), mentre le tematiche più difensive legate ai consumi registrano una sovraperformance. Si profila un nuovo rischio specifico proveniente dal settore bancario italiano, in cui il volume degli incagli richiede la creazione di un istituto di liquidazione. Il settore bancario dell'Eurozona realizza una delle peggiori performance mensili (-17%), così come il suo omologo americano.

I rendimenti a lungo termine dei titoli di Stato fanno osservare un calo generalizzato di 30 pb sotto l'effetto dei discorsi estremamente accomodanti delle banche centrali. La BCE, che aveva deluso i mercati a dicembre, fa intravedere una speranza evocando nuove misure a marzo prossimo. La Fed mantiene invariata la sua politica, ma pone l'accento sul contesto internazionale e i rischi indotti sul ciclo nazionale, e ormai gli investitori prevedono non più di un rialzo nel 2016. Infine, la Banca del Giappone sorprende il mercato introducendo tassi di deposito bancari negativi!

Nulla di sconvolgente, a dire il vero, sulla dinamica economica mondiale, ad eccezione di una certa flessione degli indicatori americani, nonostante la buona tenuta dell'occupazione, dei consumi e del settore immobiliare. In Europa, la crescita nel 4° trimestre prosegue debolmente e, sul fronte dell'inflazione, la debolezza dei prezzi dell'energia frena l'attesa normalizzazione, con conseguenti pressioni sulla BCE. In Cina si conferma la costante decelerazione; i timori degli investitori sono esacerbati non tanto dal livello sostanzialmente prevedibile degli indicatori di attività, quanto dall'emorragia di capitali e dalle misure di regolamentazione borsistica.

Abbiamo poche speranze di assistere a un'improvvisa riduzione dei fattori di stress presenti dalla fine del 2015, mentre le banche centrali appaiono meno credibili agli occhi dei mercati e fanno sempre più fatica a rassicurarli. In mancanza di visibilità e nonostante la convinzione che alcuni eccessi costituiscano delle opportunità, in particolare sul credito, a gennaio abbiamo deciso di ridurre il rischio, ampiamente concentrato nei portafogli sulle azioni europee. Deteniamo un quantitativo esiguo di titoli di Stato, data l'assenza di rendimento corrente e di un reale effetto di protezione, e abbiamo ridotto le posizioni in valuta.

Nel corso delle ultime settimane, il paradosso si è ulteriormente accentuato tra, da una parte, tendenze dell'economia reale che sembrano tenere e, dall'altra, un aumento dei timori che tormentano i mercati borsistici e si traducono in un incremento generale dei premi di rischio e di nuovi sbalzi di volatilità. Gli effetti del brusco calo del prezzo del petrolio e delle materie prime si manifestano in diverse fasi. La prima, rilevata nel primo semestre 2015, è coincisa con l'effetto positivo sul potere d'acquisto, i consumi, gli utili e l'attività. La seconda fase è l'aumento del rischio: sospensione di alcuni investimenti, destabilizzazione del settore petrolifero, se non addirittura, a lungo termine, di alcuni Stati. Siamo entrati in questo processo, ed è questo, probabilmente, che determina le preoccupazioni degli investitori finanziari. Ora si pone una nuova questione, ovvero l'impatto degli alti e bassi finanziari sulla macroeconomia mondiale.

Fino all'autunno 2015, l'economia teneva. Da allora, la situazione è più confusa. Si sono moltiplicati i segni di una recessione industriale mondiale. Le attività del terziario, invece, sembrano più resilienti. Secondo il "Beige Book", nel quarto trimestre 2015, l’economia americana ha proseguito la fase di espansione a un ritmo "modesto", la creazione di posti di lavoro è relativamente consistente, la pressione sugli stipendi e l’inflazione sono deboli. Le previsioni dell'attività a breve termine rimangono relativamente ottimistiche.

Nell'Eurozona, i barometri qualitativi sono sempre esitanti, ma abbastanza ben orientati. Nell'industria manifatturiera, l'indice PMI ha proseguito il suo lento recupero. Nelle attività del terziario, si mantiene leggermente al di sopra del livello di equilibrio. Persistono le differenze tra i paesi europei. Secondo i recenti indicatori, la Germania continua a guadagnare terreno, mentre l'Italia è in netta ripresa. La Spagna, dopo la forte ripresa registrata nel 2014, resta indietro, e la Francia segna un nuovo calo a dicembre, forse riconducibile agli attentati di Parigi.

La situazione dei paesi emergenti risulta invece molto più caotica. In Brasile, la recessione si è ulteriormente aggravata. La spinta dell'inflazione (10% l'anno) e la perdita del potere d'acquisto hanno determinato un calo dei consumi. L'investimento è in forte calo. In Asia, persiste l'incertezza circa la portata del rallentamento dell'economia cinese. L'India, invece, ne esce a testa alta (crescita al +7,4% nel 3° trimestre, dopo il 7,0% del 2° trimestre). La riduzione del deficit delle partite correnti e il calo dei tassi di interesse spingono a pensare a una prosecuzione della forte crescita.

Sono tre i punti focali da evidenziare. In primo luogo, con l'aumento dei titoli di liquidità nel mondo, i movimenti di capitali in essere saranno superiori rispetto ai flussi legati ai saldi delle bilance di pagamento. Le differenze in termini di politiche monetarie e i cambiamenti delle previsioni sulle prospettive economiche diventano quindi determinanti, e i movimenti di cambio più imprevedibili. In secondo luogo, la concomitanza degli acquisti massicci di titoli pubblici da parte delle banche centrali e della maggiore avversione per il rischio comporta un incremento (artificiale) del prezzo dei titoli di Stato che non favorisce il finanziamento dell'investimento produttivo, per sua stessa natura più rischioso. Non è una configurazione molto favorevole a una ripresa economica. Infine, è opportuno prestare particolare attenzione all’ormai avviato rialzo dei tassi di default.

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