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Perché i mercati emergenti non crescono più

Le prospettive di crescita dei mercati emergenti non sono più quelle di una volta. E le cause non sono solo economiche. Lo sostiene Bill Emmott in un articolo apparso su Project Syndicate

di Marco Delugan 27 ago 2015 ore 09:49

Perché le economie che una volta erano emergenti, adesso non lo sono più? Cosa ha frenato la loro crescita, il loro emergere che non sarebbe dovuto mai finire? Bill Emmott, ex capo redattore presso The Economist e attualmente produttore di documentari su temi economici, ha affrontato questo argomento in un articolo apparso su Project Syndicate il 17 agosto di quest'anno. Secondo Emmott, più che fattori strettamente economici, ciò che ha frenato la crescita dei mercati emergenti è stata l'incapacità della Politica di costruire un sistema tale da garantire la libertà di movimento dei fattori produttivi dai settori non più profittevoli a quelli con maggiori possibilità di successo. Il progresso economico dipende dalla capacità delle istituzioni di sfidare i gruppi di interesse, mediare i conflitti sociali, e mantenere lo Stato di diritto.

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Avrebbero dovuto dare forma al mondo, e forse anche dominarlo, ma qualche cosa è andato storto. La ricerca del colpevole è cominciata da tempo, e tra gli indiziati ci sono il prezzo delle materie prime, il fracking, i tassi di interesse negli Stati Uniti, El Nino, la Cina e altri ancora.Ma la risposta sembra più semplice, e anche più tradizionale: la politica.

Prendiamo il Brasile. L'economia brasiliana sembrava destinata a un boom senza fine, ma negli ultimi due anni ha faticato a crescere e adesso è in fase di contrazione. La flessione dei prezzi delle materie prime che esporta non ha aiutato, ma si supponeva che l'economia brasiliana non fosse solo agricoltura e industria mineraria.

mercati-emergenti-2Oppure prendiamo l'Indonesia. L'economia è ancora in fase di espansione, ma a un tasso di crescita – 4,7% nell'ultimo trimestre – deludente sia rispetto alle previsioni che in rapporto alla crescita della popolazione. E lo stesso si può dire della Turchia, dove la crescita è scesa al 2,3% nell'ultimo trimestre, che supera la crescita della popolazione me è di molto inferiore a quella sperimentata nel 2010 e nel 2011, quando cresceva del 9% all'anno. Oppure il Sud Africa, dove il progresso economico è stato sempre troppo lento per poter intaccare i tassi di povertà.

E poi c'è la flessione della Cina, diventata per tutti la scusa migliore per giustificare la propria fiacchezza.

E così gli economisti sono tornati a uno dei loro passatempi preferiti nei periodi di difficoltà economica, e cioè costruire i loro propri indici del prodotto interno lordo come se in questi frangenti non credessero alle statistiche ufficiali. Secondo i dati ufficiali, la crescita cinese rimane stabile al 7% annuo – l'obiettivo deciso dal governo, tra l'altro – ma secondo molti economisti, appunto, la crescita reale si aggira tra il 4% e il 6%.

Uno dei mantra degli ultimi anni è stato che, qualsiasi cosa possa accadere all'economia globale, alle materie prime o ai mercati finanziari, “la storia dei mercati emergenti rimarrebbe la stessa”. E così, dai consigli di amministrazione delle aziende private agli strateghi dell'investimento finanziario, tutti credono ancora che le economie emergenti sono destinate a crescere ad un ritmo molto maggiore di quello del mondo sviluppato, importando tecnologia e tecniche manageriali ed esportando beni e servizi, sfruttando una combinazione vincente di bassi salari e produttività in crescita.Ma c'è un difetto in questo mantra, al di la del fatto che sia troppo generico per coprire economie anche molto diverse tra loro come quelle dell'Asia, dell'America Latina, dell'Africa e dell'Europa dell'est.

E' come se la convergenza e alte performance fossero una questione di logica e destino. Ma non è così.Il fattore che determina la capacità di una economia emergente di crescere in maniera sostenibile è la politica e tutto quello che ciò significa per le istituzioni di governo. Più precisamente, sebbene un paese possa cavalcare la crescita economica e approfittare dei cicli delle materie prime anche con istituzioni politiche disfunzionali, il vero test arriva quando i tempi diventano meno favorevoli e il paese ha bisogno di cambiare percorso.

E' per questo che il Brasile ha trovato così difficili i quattro deludenti anni appena passati. Incapace di tenere sotto controllo l'inflazione senza provocare una recessione, il paese è rimasto bloccato non per sfortuna, o per una perdita di spirito imprenditoriale nel settore privato, ma per i fallimenti della politica. Il governo brasiliano non ha voluto, o non ha saputo, ridurre le dimensioni del suo ingente settore pubblico, si è impantanato in diversi scandali per corruzione, ma ancora il presidente Dilma Rousseff continua a manifestare una predilezione per una sorta di capitalismo guidato dallo Stato, un sistema che porta esattamente agli stessi risultati.

Le democrazie di Brasile, Indonesia, Turchia e Sud Africa non sono riuscite a realizzare uno degli scopi fondamentali di qualsiasi sistema politico: mediare tra gruppi di interesse in competizione tra loro e blocchi di potere in modo da consentire il prevalere dell'interesse comune, e cioè permettere all'economia e evolversi in condizioni di flessibilità tale che le risorse possano spostarsi da produzioni non più profittevoli a produzioni che abbiano un maggiori possibilità di successo. Un'economia bloccata, che non permette la distruzione creativa e l'adattamento a nuove circostanze, è una economia che non potrà crescere in modo sostenibile.

Ciò di cui queste economie traballanti sono colpevoli è non aver imparato da Singapore, un sistema la cui democrazia sta celebrando quest'anno il suo 50esimo anniversario, e che è riuscito ad evitare quel tipo di sclerotizzazione dei gruppi di interesse e corruzione che sta bloccando il Brasile.Una cosa positiva per i democratici, forse, è che anche la Cina non sta riuscendo ad imparare la lezione di Singapore. Il rallentamento attuale sembra essere dovuto al fallimento del Partito Comunista nella sfida ai poteri di monopolio delle aziende statali e a liberare nuovi settori per le imprese private.

Ma niente paura. La questione non è se sia meglio la democrazia o un regime autoritario. La questione di fondo è che se le economie emergenti non riescono a rimanere flessibili e adattabili, non riusciranno più a continuare crescere. E i fattori che determinano questa flessibilità e capacità di adattamento, sono nelle istituzioni politiche e nella loro attitudine a sfidare i gruppi di interesse, mediare i conflitti sociali, e mantenere lo Stato di diritto.

It's the politics, stupid.

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