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Mercati azionari pronti per un “Sell in May”?

Secondo Nadège Dufossé (Candriam) in caso di un potenziale ribasso dei mercati azionari, le conseguenze sarebbero molto più significative che a fronte di un possibile rialzo

di Redazione Soldionline 6 mag 2019 ore 10:36

“La tentazione di applicare il vecchio adagio Sell in May sul mercato azionario quest’anno è più forte che mai”. È quanto sostiene Nadège Dufossé – Head of Asset Allocation di CANDRIAM – sulla base del forte rialzo messo a segno dalle borse nei primi quattro mesi del 2019.

Inoltre, Nadège Dufossé sostiene che nei prossimi mesi i mercati dovranno affrontare molte incertezze (soprattutto di natura politica) come ad esempio “l’esito dei negoziati tra gli Stati Uniti e i relativi principali partner commerciali, oltre alle elezioni europee e la Brexit”.

Senza dimenticare che “in caso di un potenziale ribasso, le conseguenze sarebbero molto più significative che a fronte di un possibile rialzo”, come spiegato da Nadège Dufossé nell’analisi seguente.

 

perdite-finanziarieLa tentazione di applicare il vecchio adagio “Sell in May” sul mercato azionario quest’anno è più forte che mai. I principali listini azionari hanno recuperato il 12-20% dai loro minimi toccati nel dicembre 2018, il che corrisponde a rendimenti annualizzati relativamente irrealistici per il 2019. Il rally degli ultimi 4 mesi del mercato azionario non potrà mantenere lo stesso ritmo nei prossimi mesi, avendo recuperato appena le pesanti perdite registrate nell'ultimo trimestre dell’anno scorso. Solo il mercato statunitense ha riportato guadagni del 10% in 12 mesi, con gli indici europei e giapponesi vicini ai livelli raggiunti a fine aprile 2018, mentre i mercati emergenti restano in territorio negativo.

 

L'inversione di marcia della politica monetaria della Banca Centrale USA sta sostenendo valutazioni azionarie più elevate. La Fed ha (forse temporaneamente) interrotto il ciclo di rialzo dei tassi, mentre il suo programma di riduzione del bilancio dovrebbe concludersi a settembre. I tassi di interesse restano bassi in assenza di pressioni inflazionistiche, rendendo i titoli azionari relativamente più appetibili di quelli obbligazionari, in quanto il premio al rischio per il mercato USA è adesso molto positivo al +3%, al di sopra della sua media storica del 2,5%. Il gap è ancora più ampio nel mercato europeo, con un risk premium del 7% rispetto ai rendimenti dei Bund decennali tedeschi. Il miglioramento dei dati economici dopo il forte rallentamento segnato alla fine dello scorso anno sta quindi spingendo le azioni al rialzo.

La prudenza è un altro fatto che potrebbe continuare ad essere di sostegno al rally del mercato azionario, dal momento che gli investitori sembrano essersi persi parte dell’accelerazione. I mercati azionari non sono quindi ancora caratterizzati da un eccessivo ottimismo.

 

Cosa ci si può aspettare?

In caso di un potenziale ribasso, le conseguenze sarebbero molto più significative che a fronte di un possibile rialzo. Infatti ci si può aspettare un ulteriore 4 - 5% in uno scenario rialzista basato sull'aumento degli indici azionari, mentre un ritorno ai minimi dello scorso anno comporterebbe un calo del 20%. Poiché la crescita degli utili societari dovrebbe essere relativamente lenta quest'anno, il rialzo del mercato si basa principalmente su un premio al rischio azionario più basso e quindi su valutazioni più elevate.

Tuttavia, il premio al rischio è in calo nonostante restino molte incertezze - soprattutto di natura politica - come ad esempio l’esito dei negoziati tra gli Stati Uniti e i relativi principali partner commerciali, oltre alle elezioni europee e la Brexit. La credibilità delle politiche monetarie delle Banche Centrali rappresenta un altro fattore di rischio per la seconda metà dell’anno. Gli investitori adesso si aspettano che la FED tagli i tassi d’interesse nel 2020. Cosa potranno aspettarsi, però, se gli indicatori economici dovessero migliorare e l'inflazione aumentare? La comunicazione della Federal Reserve resterà credibile? Infine, la BCE si troverà a nominare un nuovo presidente in autunno e ad affrontare la sfida di riuscire a mantenere la sua attuale credibilità, cruciale per la stabilità della zona euro.

 

La titolarità dell'analisi che qui riportiamo è dell'autore della stessa, e l'editore - che ospita questo commento - non si assume nessuna responsabilità per il suo contenuto e per le finalità per cui il lettore lo utilizzerà.
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