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La volatilità non è un tema di vendita

La volatilità passata di questo o di quell’investimento finanziario significa nulla, se non viene rivalutata e ricalibrata in funzione della situazione attuale. Per l’investitore conta solo l’oggi

di Valter Buffo 1 set 2016 ore 09:46

Commento giornaliero di www.recce-d.com

Molti nel pubblico dei risparmiatori ritengono che “gli asset più volatili sono anche i più rischiosi”: è una convinzione diffusa, secondo qualcuno “di non senso”, ma si tratta di un buon senso di cui invece sarebbe bene diffidare. La volatilità passata di questo o di quell’investimento finanziario significa nulla, se non viene rivalutata e ricalibrata in funzione della situazione attuale. Per l’investitore conta solo l’oggi, e soprattutto interessa il rischio che sta sotto lo strumento finanziario, il rischio reale non la statistica, il rischio che sta nel sottostante, che poi è l’emittente dello strumento finanziario. Per questo, nel nostro contributo pubblicato su SoldiOnline lunedì scorso, abbiamo sottolineato che sul mercato oggi vengono distribuiti molti prodotti con l’etichetta “Low Volatility”, ed alcuni di questi contengono un rischio che non sempre l’investitore finale ha ben compreso. Quando questi prodotti Low Volatility sono costruiti “con lo specchietto retrovisore”, il rischio per chi ci investe è che la volatilità futura sia ben diversa da quella vista nel passato.

volatilita_2Vogliamo fare qui un esempio concreto: anticipando però che non può essere esaustivo perché oggi il mercato è pieno di prodotti che usano questa etichetta, e dentro a questi prodotti c’è un po’ di tutto: quindi, per analisi specifiche, vi invitiamo a contattare Recce’d attraverso il sito. Ma veniamo al nostro esempio concreto: le Reti dei venditori e private bankers e i consulenti hanno cavalcato (non solo in Italia) negli ultimi mesi il tema delle azioni “a bassa volatilità”, ovvero “ad alto dividendo”, fino al punto che oggi si è creato un (pericoloso) “premio”. Un premio che non premierà chi ci investe, ma solo chi vende i prodotti, sul quale vi offriamo un dato molto significativo, che riguarda gli USA: nel primo grafico sotto, potete vedere che rispetto alle valutazioni sui valori di libro (P/BV) dell’anno Duemila, le valutazioni (relativamente alla media di mercato) delle azioni “low volatility” sono cresciute del 35% (la riga di colore marrone), mentre quelle (la riga di colore blu) dei titoli con più elevata volatilità storica sono scese (rispetto alla media di mercato) del 35%.

La differenza fa, ovviamente, il 70%: un cambiamento drammatico del modo di valutare i titoli azionari. E se il 2000 era certamente un eccesso, a favore dei titoli “growth”, questo è probabilmente l’eccesso speculare. Nel secondo grafico sotto, vedete che queste azioni “low volatility” oggi sono arrivate a pesare per il 45% sull’indice S&P 500 negli USA, proprio grazie alle valutazioni più elevate: se l’eccesso dovesse rientrare, ovviamente penalizzerebbe molti dei prodotti marchiati Low Volatility, ma il problema potrebbe allargarsi poi all’intero mercato, anche se in misura meno evidente.

CONCLUSIONE: Recce’d vi suggerisce ancora di non confondere “volatilità” e rischio”: e vi suggerisce di mettere grande attenzione nella scelta di prodotti di investimento che abbiamo l’etichetta “Low Volatility”. Capite bene se si parla di volatilità passata o futura: la prima, non vi riguarda

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