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La guerra valutaria non è mai finita

La guerra valutaria non è mai terminata. Tutte le banche centrali che ne hanno necessità hanno cercato delle svalutazioni competitive delle proprie divise

di Redazione Soldionline 6 feb 2015 ore 11:48

A cura di Matteo Paganini, Chief Analyst DailyFX - FXCM

"La guerra valutaria non è mai terminata.  Tutte le banche centrali che ne hanno necessità hanno cercato delle svalutazioni competitive delle proprie divise, tramite dichiarazioni d’intenti più o meno velate e mosse di politica monetaria atte a raggiungere degli obiettivi macroeconomici che ci sono stati comunicati e che “nascondono” la volontà ed il desiderio di disincentivare gli acquisti di valuta domestica da parte degli investitori.

valute3Il Giappone, con l’implementazione del piano di Quantitative e Qualitative Easing, implementato col fine ufficiale di uscire dalla deflazione e di riportare l’inflazione verso il 2%, è riuscito a portare lo yen ad una performance negativa di oltre il 20% contro il dollaro americano.

La Gran Bretagna ha agito diversamente, andando a creare delle aspettative sui mercati circa quelli che avrebbero potuto essere i primi rialzi di tassi tra le grandi economie prima dell’estate 2014, aspettative che una volta dissoltesi hanno portato a vendite massicce di pound, in modo tale che quando si procederà, molto probabilmente in coda alla Fed, con un rialzo di tassi, il valore del pound potrebbe salire ma senza raggiungere le due sterline per dollaro americano, valori che sarebbero presumibilmente stati raggiunti di fronte ad un effettivo rialzo di tassi come prima banca centrale al mondo (parlando chiaramente di economie sviluppate ed in crisi).

Australia e Nuova Zelanda hanno comunicato con forza che le proprie divise risultavano (e risultano tutt’ora) molto sopravvalutare rispetto al dollaro americano e sono riuscite ad indirizzare il mercato verso soglie di equilibri inferiori contro il dollaro, zone che potenzialmente non rappresentano un livello di approdo definitivo. Se differenziamo queste ultime due economie, la Nuova Zelanda ha intrapreso un percorso di rialzo di tassi per frenare il settore immobiliare, riuscendo, paradossalmente, a disincentivare investimenti che avrebbero beneficiato di tassi di rendimento molto più alti rispetto alla media delle economie consolidate a livello mondiale grazie alla propria retorica che ha fatto consolidare aspettative di discesa del prezzo del dollaro neozelandese, legato anche alla discesa del prezzo delle materie prime. L’Australia, oltre che aver fornito dei target numerici di equilibrio accettabili (0.8500) contro il dollaro ha deciso di procedere con un taglio inaspettato di tassi, reiterando l’idea che il dollaro australiano si trova comunque sopravvalutato rispetto a quello che detterebbero i fondamentali macroeconomici, cercando dunque il realizzarsi di ulteriori discese avendo alleggerito in concreto la propria politica monetaria.

Chiudiamo con le ultime tre economie che vanno a comporre il paniere delle coppie valutarie definite “major” (ossia quelle il cui prezzo viene quotato direttamente sul mercato interbancario contro il dollaro americano, denominatore comune, coppie quest’ultime diverse dai cross il cui valore viene determinato dall’incrocio delle major): il Canada, la Svizzera e l’Europa.

Il Canada, dopo oltre 5 anni di tassi fermi ha tagliato inaspettatamente il costo del denaro lo scorso 21 gennaio, portando ad una discesa importante la propria divisa, mentre sappiamo tutti che la Svizzera ha fallito nel proprio compito di cercare di mantenere il valore del franco artificiosamente basso contro l’euro, il che dimostra come non si possano introdurre rigidità sul mercato dei cambi confidando che esse riescano a contenere la naturale evoluzione del mercato. Terminiamo con l’Europa, che recentemente ha introdotto delle misure di quantitative easing, lasciate intendere per diverso tempo prima che tali misure fossero implementate, al fine di creare aspettative razionali da parte degli investitori che, di fronte a possibili iniezioni di liquidità in euro, hanno portato a vendite di moneta unica, sensibilmente ridimensionatasi nei confronti del dollaro americano. Un quadro che, se implementato con gli emergenti alle prese con problemi di diversa natura ma che comunque impattano sulla crescita, ci conferma come la guerra valutaria non sia mai terminata e probabilmente continuerà ancora per diversi mesi".

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